Riformismo: un termine sul
quale occorre fare chiarezza, e del quale la sinistra deve sapersi
riappropriare.
In un recente ed interessante scritto, dal
titolo “Parlare agli italiani”, il Segretario del PSI Riccardo Nencini,
muovendo da una considerazione storica, cerca di aggiornare alla realtà di oggi
il concetto di riformismo, per un verso tenendo conto del dato empirico del
grande consenso ottenuto da Renzi, e dall’altro affermando per i socialisti
italiani il compito di esser “partecipi
del processo fondativo di una nuova storia riformista. Legati da un disegno
condiviso alla sinistra riformista ma liberi, alternativi ai movimenti
radicali, con un’identità marcata nelle aule parlamentari, nei comuni e nelle
regioni…..A cominciare dalla legge elettorale.”
In sostanza, se non ho mal interpretato, si indica
nel criterio riformista la bussola sulla quale orientare le trasformazioni di
cui il Paese ha bisogno, ed in un’alleanza politica così orientata lo strumento
per attuarle.
Nel rivendicare l’eredità di una tradizione
importante, Nencini inizia col constatare come, nell’Italia del secondo
dopoguerra il riformismo si sia espresso attraverso la presenza, l’attività, la
caparbietà, di settori minoritari di diversi partiti politici ed attraverso
presenze nella cultura e nella società, ma esterne e spesso distanti dai
partiti politici della prima repubblica.
Verissimo. E altrettanto vero è il fatto che
il PSI di quei tempi, a prescindere da ogni giudizio che si possa dare sulle
sue vicende, rappresentò comunque il perno politico ed operativo del riformismo
italiano del secondo dopoguerra.
Ma a ciò è doveroso aggiungere che, guardando
a quegli anni, nei quali il Paese andava ammodernandosi e nei quali, pur tra
errori e contraddizioni, furono introdotte riforme significative che andavano
nel senso della modernità, dell’apertura della società, dell’eguaglianza e
dell’allargamento dei diritti individuali, civili, sociali, dobbiamo constatare
che quella funzione di perno e di polo di attrazione per il riformismo italiano
che il PSI seppe svolgere, fu tanto maggiore quanto più il PSI di allora seppe
svolgere un ruolo proprio e “border-line” rispetto alle due ortodossie allora
imperanti, conducendo in via autonoma le proprie battaglie politiche, che più
di una volta risultarono più coerenti e determinate rispetto alle posizioni del
maggior partito della sinistra italiana.
E tale capacità non sempre e non necessariamente si trovò a coincidere
con la presenza socialista nella famosa “stanza dei bottoni”.
Ed ancora, va aggiunta la considerazione che,
ad accomunare le forze riformiste in alleanze di scopo che più volte si
trovarono a non coincidere con le maggioranze di governo fu la comune
propensione ad una mentalità critica, che si manifestava sia nella valutazione
delle realtà politiche, sociali, economiche, che in atteggiamenti sovente
eretici nei confronti delle culture politiche di origine e dei partiti di
appartenenza.
Allora, ove si vogliano dare valutazioni
corrette sul piano storico e, guardando alle prospettive attuali, su quello
politico, occorre chiedersi di quale riformismo si sta oggi parlando, atteso
che l’attuale effettiva maggioranza politica -quella del patto del Nazzareno
che, con qualche distinguo e non sostanziali richieste di modifica, sinora
respinte, vede il sostegno non determinante, e forse poco convinto, del PSI di
oggi- si autodefinisce come riformista in riferimento a proposte ed indirizzi
che non hanno nulla a che fare, nel metodo e nei fini, con la tradizione del
riformismo italiano.
Trovo che sia necessaria una grande chiarezza
al riguardo, atteso che, per parte loro, troppo ampi settori della sinistra
italiana sembrano essersi del tutto dimenticati di questo termine (e questa non
è l’ultima delle ragioni del drammatico declino della sinistra), lasciandolo in
mano a coloro che hanno trovato comode e facili intese con la destra interpretando
il riformismo unicamente come prassi moderata, non sostenuta da adeguati
strumenti concettuali, e finalizzata nella migliore delle ipotesi ad una sorta
di manutenzione ordinaria destinata alla razionalizzazione e consolidamento
degli equilibri esistenti, più che alla loro trasformazione. Tant’è che oggi,
cosa inconcepibile sino a vent’anni fa, si parla indifferentemente di
“riformismo di destra” e di “riformismo di sinistra”.
Viene quindi naturale lo stimolo a meditare su
un termine -quello di riformismo, appunto- il cui significato, non solo in
Italia, è mutato profondamente nel corso degli ultimi decenni, sino ad
acquisire connotazioni addirittura opposte a quelle che una consuetudine
fondata sull’esperienza storica ha sempre assegnato a tale termine. Basti
pensare che oggi assistiamo persino all’incongruenza semantica del gruppo conservatore
al Parlamento Europeo, che si è dato la denominazione di ECRG (European Conservatives
and Reformists Group).
* * * * *
Nella storia del pensiero politico, sotto la
dizione di riformismo sono stati compresi concetti riferibili tanto al merito
ed alle finalità, quanto agli strumenti ed ai metodi. Dalla Riforma protestante
in avanti, in fasi storiche e con riferimento a situazioni politiche e sociali
diversissime, il concetto di “riforma” e quelli connessi di riformista e
riformismo sono stati sempre collegati ad idee di modernizzazione, di
progresso, di liberazione ed emancipazione. Sono idee che hanno improntato il
superamento del tardo feudalesimo nobiliare, dell’assolutismo regio, del potere
ecclesiastico, l’affermarsi della Rivoluzione industriale, l’avvio del moderno
costituzionalismo e la marcia in avanti del Terzo Stato prima e del Quarto
Stato poi. L’evoluzione del parlamentarismo (basti ricordare il Reform Act del
1832), dello stato liberale, della democrazia e del suffragio universale, l’affermazione
dei diritti dei lavoratori, l’avvio di forme di democrazia più avanzate in
termini di diritti sociali, sono stati altrettanti filoni e tappe sui quali si
sono esercitati e sono stati messi alla prova pensiero e metodi riformisti.
In epoche più recenti, riformismo ha significato
apertura della società, rimozione di concezioni ed istituti giuridici risalenti
ai secoli precedenti, messa in discussione delle istituzioni chiuse, generalizzazione
e parificazione dei diritti civili e sociali tra uomo e donna, sviluppo ed
estensione dei meccanismi di protezione sociale e del welfare, tentativi di
dare concretezza ai concetti di pari opportunità e di equità. In una parola,
estensione del concetto di democrazia dalla sfera civile a quella sociale. Ciò
ha coinciso con la formazione dei partiti operai, lo sviluppo politico della
sinistra e la sua partecipazione a pieno titolo al dibattito pubblico ed alle
attività di governo.
In quanto agli strumenti ed ai metodi, poche
affermazioni sono prive di fondamento quanto quella che riformismo significhi
comunque e sempre avversione al radicalismo e rifiuto pregiudiziale del
concetto di rivolta. Nella storia moderna, il riformismo si è caratterizzato
come metodo distinto dall’azione rivoluzionaria non tanto per il rifiuto
dell’azione violenta, quanto per la ricerca preventiva del massimo consenso
politico, restando la rivolta come ultima ratio da adottare nei confronti di
sistemi che non consentano il manifestarsi dell’azione politica.
Al riguardo, va ricordato come diverse
Costituzioni, ed in Europa quella francese e quella tedesca prevedano il diritto-dovere alla resistenza
contro l’oppressione; anche nella nostra Costituente vi fu un’ampia discussione
(Mortati, Lussu, Calamandrei) su questo punto, tant’è che la formulazione
originaria da parte della Commissione dei 75 prevedeva (Art.50) la seguente
formulazione: “Ogni cittadino ha il
dovere di essere fedele alla Repubblica, di osservarne la Costituzione e le
leggi, di adempiere con disciplina ed onore le funzioni che gli sono affidate.
Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti
dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del
cittadino”. Poi fu approvata la più
banale formulazione espressa dall’Art. 54. (Per inciso, con la principale
motivazione che la presenza di forti ed adeguate istituzioni di garanzia -proprio
quelle che gli autori delle attuali riforme intendono ridimensionare- rendeva
superflua la codificazione di tale ultimo diritto-dovere riservato ai
cittadini, che si sarebbe potuto trovare a confliggere con tali istituzioni).
Piuttosto, a distinguere l’azione riformista
da quella rivoluzionaria, sta il fatto che le concezioni ed i metodi riformisti
rifuggono da fini comportanti la conclusione della storia e l’idea di
sostituire al vecchio ordine un modello sociale rigidamente predeterminato e
non suscettibile di evoluzione. Il riformismo porta con sé l’idea di una
società in evoluzione verso nuovi, ma non definitivi, equilibri. Ed è insita
alle concezioni riformiste la coerenza tra fini e metodi, per cui l’evolvere
verso concezioni sociali più aperte ed avanzate non può farsi col sostituire a
strutture sociali, economiche, giuridiche, tanto superate quanto rigide, nuovi
modelli altrettanto rigidi; e deve invece attuarsi attraverso processi che ne
consentano il progressivo riadeguamento.
A sostegno di queste affermazioni stanno la
Rivoluzione Francese e quella Americana, entrambe alla radice del moderno
riformismo, pur essendosi entrambe manifestate come ribellioni (un discorso a
parte riguarda la parentesi del Terrore). Cosa che non può dirsi per il
processo sul quale si andò formando l’Unione Sovietica, che, una volta portato
a crollare il vecchio ordine, fu caratterizzato dal tentativo di progettare e
costruire sin nei dettagli una nuova e definitiva società ideale, sacrificando
a tale scopo ogni risorsa umana e materiale.
In termini concettuali, gli approcci riformisti
possono essere considerati come affini all’evolversi dell’epistemologia e della
filosofia della scienza. Alla pari dei metodi in uso nelle scienze, il metodo riformista
incorpora il pensiero concettuale (teorie scientifiche per l’una ed ideologia
per l’altro). E, come è andato avvenendo col definirsi del metodo scientifico, la
verifica sperimentale, cioè il divenire della società e dell’economia, se
correttamente e razionalmente interpretato, induce la necessità di
ridefinizioni dell’apparato concettuale. Di fronte a concezioni ideologiche
chiuse e, come il sistema tolemaico, tendenti a fornire ogni spiegazione
all’interno di sé stesse e prescindendo dalle verifiche empiriche,
l’atteggiamento riformista è dapprima galileiano, nel senso di mettere in
dubbio la teoria, e poi newtoniano, nel senso di ridefinirla razionalmente in
base alle constatazioni effettuate; pronto a rimetterla ulteriormente in
discussione di fronte all’inevitabile manifestarsi di nuovi eventi.
Il che non significa affatto farsi fautori
dell’abbandono del pensiero teorico e dell’ideologia, come alcuni sostengono e
praticano: significa invece valorizzarla facendone l’uso più appropriato ed
utile, non riducendola a dogma passibile solo di esegesi, ma rendendola
strumento ed oggetto di pensiero critico.
E’
evidente che, nell’evolversi del pensiero e delle condizioni politiche, questa
concezione del riformismo, che non esclude affatto, ma anzi richiede il supporto
di un robusto apparato concettuale e del radicalismo come atteggiamento
politico, dovesse naturalmente scontrarsi con le posizioni dei reazionari, dei
restauratori, dei conservatori di turno.
Di coloro, cioè, che negavano l’idea stessa di trasformazione sociale in nome
della difesa dei privilegi di casta e dei particolarismi o in nome della difesa
degli interessi di classe, sostenendo sostanzialmente la concezione di uno
Stato cui spettasse di tutelare un ordine naturale delle cose sancito dalla
tradizione.
Agli avversari “naturali” dei riformisti,
schierati sul fronte della conservazione, si è poi aggiunta quella parte della
sinistra che, sull’onda della Rivoluzione d’Ottobre, si è mossa da concezioni
massimaliste che comunque potevano mantenere un rapporto di compatibilità con
la prassi riformista, all’adesione incondizionata ai principii ed ai metodi
della Terza Internazionale, abbandonando il riformismo come metodo e come
concezione culturale; cogliendone la natura alternativa al leninismo, allo
stalinismo, alla logica del partito-guida, le concezioni ed i metodi riformisti
sono stati interpretati e bollati come sinonimo di moderatismo avverso ad ogni
trasformazione radicale.
Anche se i partiti comunisti dell’occidente
-quello italiano in primis- nel loro pragmatismo, in più di un’occasione hanno
assecondato spinte e forze riformiste, a volte anche scavalcandole nella
ricerca di equilibri temporanei con le forze conservatrici, il termine
“riformismo” è rimasto assente dal lessico ufficiale dei partiti comunisti, e pronunziato
quasi con imbarazzo da altri; in Italia, sino agli anni del CentroSinistra. Si
inscrive in questo clima la sintetica descrizione del riformismo italiano del
dopoguerra, che Riccardo Nencini ha dato nell’incipit del suo scritto,
evidentemente riferita ad un periodo successivo al tramonto del Partito
d’Azione: “Isole comuniste, scogli
liberaldemocratici, esperienze cattolico-sociali, interi arcipelaghi socialisti”.
Il distacco semantico e concettuale nei
confronti del riformismo attuato da una parte della sinistra, maggioritaria in
Italia, che non aveva visto negli obiettivi e nei metodi riformisti una
risposta al conservatorismo ed al moderatismo, e vi aveva invece visto un’alternativa
radicale alla logica del sistema binario DC-PCI, ha fatto sì che, in via del
tutto inappropriata, si sia aperta la strada alla concezione di un riformismo
“debole” e tale da poter rappresentare anche processi involutivi rispetto ai
contenuti ed ai metodi che la storia politica ha sempre definiti come
riformisti.
Così è avvenuto che, dopo il diffondersi di istanze
radicalmente conservatrici in politica, fondate su un liberismo ideologizzato avverso
a Keynes in economia ed a Beveridge sul piano sociale, e volte ad annullare la
legittimità della sussistenza dei diritti sociali in una società moderna, quali
quelle avviate dalla Thatcher e da Reagan, e seguite poi con minor coerenza da
altri (tra cui la destra italiana), venissero a diffondersi sotto il nome di
riformismo concezioni politiche deboli, svuotate anche dichiaratamente di
pensiero, e rinunciatarie nell’azione.
In
Italia, queste concezioni hanno condotto ad interpretare il termine riformismo
in un senso del tutto riduttivo, unicamente come il contrario di radicalismo,
rinunziando a priori ad ogni tentativo di rimuovere le arretratezze, le
chiusure, l’immobilità, le iniquità del Paese e, in particolare, rinunziando a rivitalizzarne
l’economia e la società. E, nella migliore delle ipotesi, cercando di attutirne
qualcuno degli effetti senza rimuoverne le cause.
Sono state quindi definite come riformiste
concezioni incapaci di rappresentare un’alternativa compiuta e credibile alle
forze di destra, ed anzi spesso alla ricerca di intese con questa, e da questa
sovente condivise. Intese che erano rivolte ad annacquare e ridimensionare i
processi di liberalizzazione, democratizzazione, apertura civile, sociale ed
economica che avevano caratterizzato le democrazie industriali sino agli anni
’70. Tale è stata la parabola del PD, sino ad arrivare al culmine raggiunto con
l’avvento di Renzi e con il patto di mutuo soccorso del Nazzareno, che sancisce
la resa culturale e politica a concezioni antiparlamentari ed antidemocratiche
facenti parte del patrimonio di una destra estranea ai processi che hanno
portato alla nostra Costituzione, ma del tutto estranee alla storia del nostro
riformismo e della nostra democrazia.
Si sta così consumando la mistificazione
dell’autoattribuirsi della qualifica di riformisti da parte di coloro che, dopo
anni di denigrazioni, hanno intrapreso lo smantellamento formale e sostanziale
del miglior risultato del riformismo italiano (quello vero, di cui si è detto
sopra): la Costituzione della Repubblica Italiana.
Oltre venti anni sono stati così perduti in un
lento ma costante e progressivo declino che si misura sul piano di tutti gli
indicatori economici e sociali, sul piano della disaffezione degli elettori e
del dilagare del populismo, per finire con lo sfociare nello smantellamento di
alcuni pilastri istituzionali della nostra democrazia, dopo che -appunto nel
corso di questo ventennio- ne erano state ampiamente corrose le basi sociali ed
economiche.
Essendo questo ragionamento centrato sui
metodi della politica, non intendo in questa sede entrare in ragionamenti di
prospettiva politica a breve. Ma, giunti a questo punto, una domanda ed una
conclusione si impongono:
La domanda, indotta dal testo che ha avviato
questo ragionamento, è la seguente:
“a quale delle due concezioni di riformismo
che sono state qui sopra esaminate intende riferirsi Riccardo Nencini: a quella
grande tradizione riformista all’interno della quale egli rivendica giustamente
la centralità dei socialisti di allora, o alla distorsione che oggi ne vien
fatta, e nella quale i socialisti di oggi sono tutt’altro che determinanti?”.
La conclusione, che in effetti rappresenta la
sintesi del ragionamento che qui è stato svolto, sta invece nella tesi che, se la
sinistra italiana vuol riprendere la propria capacità di iniziativa e
ricostruire un rapporto con i cittadini e gli elettori, deve avere il coraggio
e la capacità di riappropriarsi di un’eredità, quella riformista, che le spetta
e che ha caratterizzato le sue maggiori e più durature affermazioni. Il che
significa saper reinterpretare criticamente, oltre che la sua storia, anche il
suo modo d’essere ed il suo farsi forza politica. E saper assumere i connotati
galileiani e newtoniani di cui si è detto sopra.
E’ questo l’approccio col quale il
sottoscritto ha dato il suo contributo a “Iniziativa 21 Giugno”.
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