CHE COSA ANNUNCIA, ALLORA, IL PREMIO NOBEL PER LA PACE BARACK OBAMA: UN ALTRO INTERVENTO ARMARO
EPA/MOLLY RILEY/POOL
Il presidente americano, Barack Obama, sta
valutando l'ipotesi di bombardamenti aerei sui militanti jihadista
dell'Isis, in Iraq. Lo riferisce il New York Times citando fonti
dell'amministrazione statunitense.
Nel corso di una riunione alla Casa Bianca con il suo team per la sicurezza nazionale, Obama - riporta il Nyt - avrebbe indicato una serie di opzioni che vanno dal lancio di cibo e medicine sul monte Sinjar, dove sono rimasti intrappolati almeno 40.000 persone appartenenti a minoranze religiose, al bombardamento delle postazioni dell'Isis installate alle pendice della montagna.
"Ci potrebbe essere una catastrofe umanitaria in quel luogo", affermano le fonti al Nyt, spiegando come la decisione di Obama sia "imminente". E anche se finora l'amministrazione Obama ha esitato a intervenire, la situazione del monte Sinjar - che ha già causato la morte di almeno 40 bambini - sembra destinata a forzare la mano della Casa Bianca.
Nel corso di una riunione alla Casa Bianca con il suo team per la sicurezza nazionale, Obama - riporta il Nyt - avrebbe indicato una serie di opzioni che vanno dal lancio di cibo e medicine sul monte Sinjar, dove sono rimasti intrappolati almeno 40.000 persone appartenenti a minoranze religiose, al bombardamento delle postazioni dell'Isis installate alle pendice della montagna.
"Ci potrebbe essere una catastrofe umanitaria in quel luogo", affermano le fonti al Nyt, spiegando come la decisione di Obama sia "imminente". E anche se finora l'amministrazione Obama ha esitato a intervenire, la situazione del monte Sinjar - che ha già causato la morte di almeno 40 bambini - sembra destinata a forzare la mano della Casa Bianca.
Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU terrà nel
pomeriggio una riunione d'emergenza sull'Iraq. Su richiesta della
Francia, i membri dell'organo delle Nazioni Unite si incontreranno alle
17.30 locali (le 23.30 in Svizzera) per consultazioni a porte chiuse
dopo gli ultimi avvenimenti in Iraq. Lo comunica la missione britannica
al Palazzo di Vetro, presidente di turno dei Quindici.
Intanto prosegue l'esodo dei cristiani dall'Iraq.
"Nella notte fra il 6 e il 7 agosto i miliziani dell'Isis hanno
attaccato con colpi di mortaio molti dei villaggi della piana di Ninive,
e ora hanno assunto il controllo dell'area. I cristiani, 100 mila
circa, in preda all'orrore e al panico hanno abbandonato i loro villaggi
e le loro case, con niente in mano se non i vestiti che avevano
indosso". È il drammatico racconto fatto ad AsiaNews dal patriarca
caldeo di Baghdad, Louis Raphael I Sako.
Il patriarca caldeo parla di "esodo, una vera via
crucis, con i cristiani che in marcia a piedi, nella torrida estate
irachena, verso (la salvezza) nelle città curde di Erbil, Duhok e
Soulaymiya". Sako aggiunge che "fra loro vi sono anche malati, anziani,
bambini e donne incinte. Stanno affrontando una catastrofe umanitaria e
vi è un rischio concreto di genocidio. Hanno bisogno di cibo, acqua e
riparo".
Il patriarca di Baghdad parla di un governo centrale "incapace di far rispettare la legge e l'ordine, in questa zona del Paese". Sako nutre anche "dubbi" sulla effettiva capacità delle autorità curde di fermare "l'avanzata degli jihadisti". Egli parla di "evidente mancanza di cooperazione" fra Baghdad e il governo autonomo della regione; questo "vuoto di potere", aggiunge, è funzionale alle truppe dell'Isis per "imporre il loro dominio col terrore. Vi è un crescente bisogno di un sostegno internazionale e di un esercito professionale e ben addestrato. La situazione va di male in peggio".
"Facciamo appello con tristezza e dolore alle coscienze di tutti - conclude - e di tutte le persone di buona volontà, alle Nazioni Unite e all'Unione europea, per salvare la vita di queste persone innocenti da una morte certa. E speriamo anche che non sia troppo tardi!".
Il patriarca di Baghdad parla di un governo centrale "incapace di far rispettare la legge e l'ordine, in questa zona del Paese". Sako nutre anche "dubbi" sulla effettiva capacità delle autorità curde di fermare "l'avanzata degli jihadisti". Egli parla di "evidente mancanza di cooperazione" fra Baghdad e il governo autonomo della regione; questo "vuoto di potere", aggiunge, è funzionale alle truppe dell'Isis per "imporre il loro dominio col terrore. Vi è un crescente bisogno di un sostegno internazionale e di un esercito professionale e ben addestrato. La situazione va di male in peggio".
"Facciamo appello con tristezza e dolore alle coscienze di tutti - conclude - e di tutte le persone di buona volontà, alle Nazioni Unite e all'Unione europea, per salvare la vita di queste persone innocenti da una morte certa. E speriamo anche che non sia troppo tardi!".
"Saccheggiano, devastano, rubano nelle case, non
risparmiano nemmeno le chiese": monsignor Yousif Thoma, arcivescovo
caldeo di Kirkuk e Sulaymaniyah, descrive alla Misna il dramma di
Qaraqosh, città cristiana del nord dell'Iraq occupata tra ieri e oggi
dai ribelli sunniti dello Stato islamico.
"Tutti e 50.000 gli abitanti hanno dovuto abbandonare la città - denuncia monsignor Thoma - e stanno raggiungendo a piedi Erbil o Sulaymaniyah, i centri più vicini dove sperano di trovare aiuto". L'arcivescovo si trova a Kirkuk, cuore petrolifero del nord dell'Iraq, a circa 120 chilometri di distanza da Qaraqosh. È stato informato dell'avanzata dei ribelli dai confratelli domenicani e da decine di altri sacerdoti e missionari, tutti costretti a lasciare la città.
"Molti di loro - dice monsignor Thoma - hanno raggiunto Erbil, il capoluogo del Kurdistan iracheno, ritenuto più sicuro". In questa città sono arrivate anche 50 suore domenicane, già pronte a mettersi al lavoro per aiutare chi come loro è dovuto fuggire lasciando indietro una casa e una vita. "A Erbil e Sulaymaniyah ma anche qui a Kirkuk - dice l'arcivescovo - accogliamo i profughi nelle nostre case e nelle nostre chiese, distribuendo cibo, acqua e tutto quello che serve, senza smettere di pregare per la pace".
"Tutti e 50.000 gli abitanti hanno dovuto abbandonare la città - denuncia monsignor Thoma - e stanno raggiungendo a piedi Erbil o Sulaymaniyah, i centri più vicini dove sperano di trovare aiuto". L'arcivescovo si trova a Kirkuk, cuore petrolifero del nord dell'Iraq, a circa 120 chilometri di distanza da Qaraqosh. È stato informato dell'avanzata dei ribelli dai confratelli domenicani e da decine di altri sacerdoti e missionari, tutti costretti a lasciare la città.
"Molti di loro - dice monsignor Thoma - hanno raggiunto Erbil, il capoluogo del Kurdistan iracheno, ritenuto più sicuro". In questa città sono arrivate anche 50 suore domenicane, già pronte a mettersi al lavoro per aiutare chi come loro è dovuto fuggire lasciando indietro una casa e una vita. "A Erbil e Sulaymaniyah ma anche qui a Kirkuk - dice l'arcivescovo - accogliamo i profughi nelle nostre case e nelle nostre chiese, distribuendo cibo, acqua e tutto quello che serve, senza smettere di pregare per la pace".
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