Pubblichiamo di seguito un aggiornamento dai diversi teatri di guerra attivi in questo momento nel mondo. Una serie infinite di tragedie umanitarie costellano un pianeta che, in queste condizioni di sfruttamento, avrà ancora poche risorse per ospitare questa insensata razza umana che sta operando per autodistruggersi con grande rapidità. Ancora una volta si affermano la logiche del capitalismo, del nazionalismo, di un davvero insensato fondamentalismo religioso. Non basta testimoniare, come è giusto, il nostro sdegno occorre operare perchè ci si fermi, perchè si inverta la tendenza, perchè si afferminino valori alternativi fondati sull'eguglianza, sulla solidarietà, sulla fine dello sfruttamento sull'uomo, del territorio, delle risorse naturali, dell'acqua, dell'aria.
Un appello che per noi ha un nome e un titolo: Un internazionalismo di lotta dei popoli per abolire lo stato di cose presenti.
Il Medio Oriente, l'Iraq e l'Ucraina appaiono i terreni di guerra posti in evidenza all'opinione pubblica di fronte alle recrudescenze di queste settimane. Ma la pace manca non solo nei territori tornati all'onore delle cronache estere nell'ultimo periodo, perché luoghi in cui sono in corso conflitti sanguinari sono sparsi in tutto il mondo. Drammi non sempre raccontati, che disegnano una mappa geopolitica impressionante, come ricostruisce una recente inchiesta de L'Espresso, per la quantità di conflitti duraturi e apparentemente irrisolvibili anche a causa di una diplomazia internazionale spesso inconcludente.Incidente aereo malese Ucraina, Kiev attacca: "Tanti corpi di bambini". Ma è giallo sul video che accusa Mosca
Non si bombarda solo in Palestina, dove la sproporzione delle forze in campo in un conflitto che si protrae da sessant'anni identifica il massacro di un'intera popolazione, costretta a vivere in un territorio sempre più eroso dall'avanzata militare di Israele, con un milione e ottocentomila persone letteralmente rinchiusa in quel pezzo di terra che è la striscia di Gaza. A nulla sono serviti nelle ultime tre settimane i tardivi appelli alla tregua da parte della comunità internazionale e le altrettanto tardive sanzioni dell'Onu a Israele, quella che ancora oggi viene considerata "l'unica democrazia del medio oriente" e che solo negli ultimi 20 giorni si è macchiata dell'uccisione di oltre 1000 civili palestinesi tra cui centinaia di bambini. Un vero e prorpio eccidio dall'inizio della cosiddetta operazione 'Margine protettivo', ennesimo capitolo di una guerra che va avanti dalla fondazione dello stato di Israele nel 1948 su terre occupate da secoli dai Palestinesi.
Quello israelo-palestinese non è il solo scenario devastante nel Medio Oriente: in Siria si combatte dal 2001 una sanguinosa guerra civile tra i dissidenti e le forze del dittatore Bashar al Assad. Uno scontro in cui si è inserito il movimento dell'Isis, lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, fondato dai jihadisti internazionali che si sono inseriti nella contesa di un territorio in cui sono già morte oltre 250mila persone. L'ascesa dei jihadisti dell’Isis anche in molte città del vicino Iraq ha fatto ripiombare il paese ai tempi della caduta del dittatore Saddam Hussein: le forze occidentali hanno lasciato la popolazione nel costante incubo di attentati sanguinari.
Il messaggio della bambina di Gaza al mondo: "Non uccidetemi"
Un'altra guerra civile senza quartiere sta infiammando la Libia, dove lo scontro tra le milizie laiche e quelle tribal-religiose per il controllo della Cirenaica ricca di petrolio ha fatto precipitare nel caos un territorio che nel dopo-Gheddafi non ha saputo darsi un governo democratico. Nell'Africa del Nord persistono le guerre civili in Kenya e Somalia, dove è andato consolidandosi il potere del gruppo islamista di al Shabab. Nel deserto tra Algeria e Mali restano altissime le tensioni per via della presenza di estremisti legati ad al-Qaeda: i difficili negoziati appena partiti tra il governo e i separatisti in Mali, cui lo scorso anno l'intervento guidato dalla Francia ha inferto un duro colpo, hanno lo scopo di provare a riportare stabilità nel nord del paese.
Guerre civili infiammano da anni anche la Repubblica Sudafricana, il Sud Sudan, il Congo e la Nigeria, quest'ultima insanguinata da un conflitto ultradecennale che ha trovato nuova risonanza mediatica dopo il clamoroso rapimento di oltre 200 ragazze a Chibok: una tragedia che ha fatto nascere la campagna internazionale #BringBackOurGirls.
Nell'anno in cui si celebra il centenario dallo scoppio del primo conflitto mondiale, l'Europa rivive lo spettro della guerra con l'Ucraina diventata teatro dello scontro militare tra Kiev e i secessionisti filorussi appoggiati dal presidente Vladimir Putin. Una guerra civile che negli ultimi mesi ha fatto oltre mille morti ed è culminata nell'abbattimento di un volo di linea della Malaysia Airlines, probabilmente ad opera dei separatisti russi, nei cieli dell’Ucraina dell’Est con quasi 300 vittime. Un teatro in cui si fa sentire sempre di più la mancanza di una vera politica estera europea.
5 cose per capire cosa succede in Iraq
Guida minima per chi vuole sapere come si è arrivati agli attacchi statunitensi di ieri
1. Tre stati in uno
Il governo centrale iracheno si trova a Baghdad ed è guidato dal primo ministro sciita Nuri al-Maliki (gli sciiti sono la maggioranza in Iraq). Al-Maliki controlla in pratica solo Baghdad e i territori a sud. Il nord-ovest è finito negli ultimi mesi nelle mani dei miliziani dello “Stato Islamico” – organizzazione prima conosciuta come ISIS – che hanno attaccato una città dopo l’altra avvicinandosi progressivamente alla capitale Baghdad. Nel nord-est del paese invece ci sono i curdi, che governano nella regione autonoma del Kurdistan Iracheno. Questi tre “stati” – li chiamiamo stati perché di fatto esercitano il monopolio della forza all’interno dei rispettivi confini – hanno eserciti/milizie che in questi giorni si stanno scontrando tra loro.
2. Le critiche a Nuri al-Maliki
Da diversi mesi – e soprattutto da quando alla fine del 2013 i miliziani dell’ISIS hanno conquistato le città irachene di Ramadi e Fallujah – al-Maliki è considerato come il primo responsabile dell’indebolimento dello stato iracheno. Dall’inizio del suo primo mandato da primo ministro, alla fine del 2005, al-Maliki ha attuato diverse politiche contro la minoranza sunnita dell’Iraq, considerate la causa più importante dell’aumento delle violenze settarie tra sciiti e sunniti. L’amministrazione americana sta spingendo da settimane per favorire un cambio a capo del governo iracheno, ma al-Maliki sembra non voler mollare. Nell’ultimo mese anche l’ayatollah Ali al-Sistani, la principale autorità religiosa del paese, si è espresso più o meno esplicitamente a favore di un cambio di governo, facendo capire di non sostenere più al-Maliki. In pratica oggi non c’è più nessuno che vuole che al-Maliki rimanga a capo del governo iracheno.
3. Lo Stato Islamico
Prima conosciuto come Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), lo Stato Islamico (IS) è un gruppo estremista sunnita che opera sia in Siria che in Iraq. Non ha un sistema di alleanze definito: in generale si può dire che finora non è stato sostenuto apertamente da nessuno ed è odiato praticamente da tutti. La sua avanzata è stata piuttosto inaspettata e – semplificando – dovuta soprattutto a due fattori: la debolezza dei governi a cui ha sottratto territorio (in Siria quello di Bashar al Assad, che da oltre tre anni è impegnato in una violentissima e complicatissima guerra con diverse fazioni di ribelli; in Iraq quello di Nuri al-Maliki, che dopo il ritiro dei soldati americani ha perso progressivamente il controllo sul suo territorio nazionale); e la propria capacità di trovare le risorse per governare i territori conquistati – come Raqqa per esempio – e per conquistarne di nuovi. Lo Stato Islamico vuole creare un califfato islamico: tutti quelli che gli si oppongono – minoranze religiose, sunniti moderati, forze sciite e curde – sono trattati come nemici (qui un’infografica del New York Times che racconta l’avanzata dell’ISIS in Iraq e in Siria). I metodi usati per raggiungere questo obiettivo sono particolarmente brutali e violenti.
4. Le minoranze del nord e i curdi
Nell’ultima settimana lo Stato Islamico ha attaccato diverse città e villaggi nel nord dell’Iraq abitate principalmente da minoranze etniche, soprattutto cristiani e yazidi. In particolare sono stati due gli attacchi ripresi molto dalla stampa internazionale: quello del 3 agosto a Sinjar e quello del 7 agosto a Qaraqosh (o Bakhdida), la più grande città cristiana dell’Iraq. Nel primo circa 150mila persone sono state costrette a lasciare le loro case e centinaia di famiglie yazidi si sono rifugiate sulle montagne di Sinjar, dove si trovano da allora senza né acqua né cibo in una situazione di grave emergenza umanitaria. Nel secondo circa 100mila persone – la maggior parte cristiani – sono state costrette ad andarsene verso il Kurdistan Iracheno, poco più a est, che però potrebbe non essere in grado di accoglierle tutti. Queste città erano difese dalle milizie curde “Peshmerga”, che però si sono ritirate prima degli attacchi dello Stato Islamico. In pratica, negli ultimi giorni i miliziani dello Stato Islamico si sono avvicinati molto a Erbil, capitale del Kurdistan Iracheno, creando molta apprensione sia a livello internazionale che locale.
5. Spiegazioni e prospettive dell’intervento americano
Charles Lister, analista del Brookings Doha Center e uno dei più preparati esperti di Stato Islamico e cose irachene, ha scritto l’attacco aereo statunitense ha già avuto l’immediata conseguenza di legittimare lo Stato Islamico come seria e credibile minaccia per l’Occidente, e come gruppo emergente per il panorama jihadista. Lister ha anche scritto che nella pratica l’artiglieria che gli Stati Uniti dicono di avere colpito «è solo un bonus per l’IS, niente di più». Secondo Max Fisher, giornalista del sito Vox, il messaggio di Obama con questo attacco aereo è: “state fuori dal Kurdistan, ma il resto dell’Iraq settentrionale è tutto vostro” (una tesi che sta in piedi, visto che l’attacco è arrivato solo nel momento in cui è stata minacciata Erbil e i “disastri umanitari” citati per giustificare l’intervento sono in atto da tempo sia in Iraq che in Siria). In generale nessuno crede che l’intervento americano possa essere risolutore della grave crisi in cui si trova oggi l’Iraq.
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