Premessa
Devo
dire che queste riflessioni mi vengono un po’ così, consapevole che non sono il
frutto di una competenza specifica o di particolari conoscenze. Sono tuttalpiù
delle riflessioni che muovono da un particolare assunto: nell’epoca attuale il liberismo dominante ha prodotto una regressione
della coscienza nelle masse diseredate sia nell’occidente e maggiormente nei
paesi del “terzo mondo” e in particolare nei paesi del Medio Oriente. Ma,
in parte, questa regressione riguarda anche la coscienza delle classi al
potere: tutte dedite a “farsi ricco in fretta” e non più con una visione
generale di egemonia sulla società
La
mia conoscenza della questione ebraica (e di Israele) trae origine dalla
conoscenza con alcuni compagni di origine ebrea di Torino: Bruno Fernex, Silvio
Ortona, Giorgina Arian Levi, più una serie di altri di cui non ricordo il nome.
A Torino la comunità ebraica aveva dato parecchi quadri al PCI, provenienti
dalla Resistenza e dalla lotta partigiana.
Di
loro ricordo le loro esperienze e racconti sulla persecuzione, sui campi di
stermino nazisti. Silvio Ortona mi raccontava delle esperienze di matrice
socialista del movimento dei Kibbutz in Israele. Tutte cose che mi facevano
sentire una autentica simpatia per il popolo di Israele.
Dei
Palestinesi ebbi la loro conoscenza con il compagno che in Italia rappresentava
l’OLP. E attraverso lui avevo conosciuto una popolazione molto progredita e
sostanzialmente laica.
Negli
anni ’70 dopo aver letto sul settimanale Rinascita una serie di articoli che
affrontavano i problemi del medio oriente (ad opera di un conoscitore) ero
rimasto colpito dalle analisi sulla popolazione di Israele. Sosteneva questi
che era in corso ormai da anni un ricambio continuo della popolazione: se ne
andavano (verso gli USA e il Canadà) gli individui più progressisti e
rimanevano i più settari. Il motivo era dovuto al clima di conflitto continuo,
da una parte con i Palestinesi e i paesi arabi, ma dall’altra parte con la
destra israeliana che avvelenava l’aria di Israele. Chi rimaneva accentuava i
caratteri di settarismo.
Così
come l’esponente dell’OLP mi diceva che analoga migrazione era in corso tra la
popolazione della Palestina: se ne andavano in cerca di fortuna gli individui
più preparati, più intraprendenti, chi verso gli Emirati Arabi, chi verso gli
USA e l’Europa. Rimanevano i più deboli, i più ricattabili, i meno preparati.
Per
ambedue le popolazioni si facevano sempre più deboli le formazioni a carattere
“laburista” (in Israele) e di carattere “laico” tra i palestinesi.
Integrazione - Ribellione
Ivar Oddone
(Professore di Psicologia del Lavoro e padre dell’Ambiente di Lavoro in Italia)
negli anni ’70 mi diede da leggere un libro: “Piani e struttura del comportamento”, un saggio di marca americana
dei primi anni ’60, edito dalla Boringhieri, scritto a tre mani da Miller,
Gallanter e Phribam (un antropologo, uno psicologo e un linguista) che così
argomentava: “nei comportamenti degli uomini ci sono alcune costanti che durano da
millenni. Ovviamente cambiando i contesti, cambiano le forme nelle quali tali
comportamenti si manifestano. Davanti ad un modello consolidato (la famiglia,
la tribù, lo schiavismo, il capitalismo, il socialismo, il liberismo, il
fordismo, il taylorismo, più o meno applicato o modificato: essenzialmente
caratterizzato dal rapporto tra chi pensa e chi esegue) cosa ci si aspetta dal
comportamento di un individuo? che si integri nel modello esistente
accettandolo come dato di “natura” o che all’opposto si ribelli a tale modello
e (si badi bene) nel caso della ribellione è bene che ciò si manifesti in
maniera esplicita per poter procedere nella successiva selezione o per mettere
in pratica quelle politiche (del personale in fabbrica o del potere costituito
fuori) atte a rendere innocua la ribellione stessa, attraverso la blandizie (la
corruzione) o attraverso la repressione”.
Diventa
chiaro che “integrazione-ribellione” sono le due facce di una unica medaglia: lasciano il tutto così com’è. Alcuni
esempi abbastanza recenti: il 1° la rivolta degli afroamericani nella Los
Angeles degli anni ’90. Quale Piano c’era: svaligiare
i supermercati alla caccia di televisori, lavatrici, radio, ecc.! 2° la
rivolta dei franco algerini alcuni anni fa nelle banlieu di Parigi e di altre
città della Francia. Qual’era il Piano: bruciare
a casaccio le macchine in sosta! Quale cambiamento hanno portato negli Usa
e in Francia: nessuno. Negli USA vinse Busch e in Francia ha vinto Sarkozi! 3°
Nel nostro paese sono brucianti gli ultimi episodi di ribellione: quello di Rosarno ad opera di migranti in gran
parte di colore che esasperati per le loro condizioni di vita e di lavoro
(schiavi in mano alla camorra e ‘drangheta) e venuti a conoscenza di angherie
fatte ad alcuni di loro, hanno fatto… 4° le coltellate a Milano tra marocchini e sudamericani in un quartiere ghetto in Via Padova … quando invece di
prendersela tra di loro ci sarebbero buone ragioni di prendersela con parecchi
italiani che a Milano governavano da decenni (leghisti e berluscones)..
GAZA
Mi pare del tutto indubbia la sproporzione tra la
potenza Israeliana e quella palestinese. Mi pare che in un’area 4 volte quella
di Milano vivano in una sorta di ghetto a cielo aperto ca. 2 milioni di persone.
C’è un tratto comune per ambedue le popolazioni: per quella palestinese (in
carenza di strutture produttive) la vita è caratterizzata da aiuti che
provengono per la maggior parte dall’estero e da una parte minima dalle rimesse
dei propri emigrati. Per la popolazione israeliana la potenza militare la fa
diventare del tutto succube degli USA (loro grande fornitore).
Qual è la popolazione più esposta ai caratteri della
“ribellione”: ovviamente (secondo me) i palestinesi che fin da ragazzi conoscono
una situazione di costrizione insostenibile. Significa forse una sorta di
GIUSTIFICAZIONISMO per le attuali posizioni di Hamas? No, però di comprensione
SI, almeno per la popolazione.
Uno spreco
immenso
Uno spreco immenso si sta’ consumando in ambedue
le popolazioni. Tra gli israeliani il mantenere (aggiornandolo di continuo)
l’immenso apparato militare (di difesa e di attacco), con la popolazione specie
giovane tutta votata al servizio militare (ormai permanente) in una età in cui
dovrebbe pensare invece al proprio futuro. Tra i palestinesi, i più giovani e
intraprendenti tutti dediti al come elaborare meglio “la prossima rivolta”, dai
sassi ai missili. Con il degrado religioso che investe intere famiglie
orgogliose se il figlio si fa “granata” contro gli israeliani.
Una via di uscita
altra: difficile, complicata
Forse una via di uscita ci sarebbe o almeno
andrebbe tentata e quindi proposta dalla Comunità Europea e dall’Italia in
particolare. PASSARE DALL’ATTUALE COMPETIZIONE ARMATA AD UNA COMPETIZIONE NON
ARMATA.
Perché nessuno promuove l’idea di una sorta di
“Mercato Comune” tra Israele e i Paesi Arabi (a partire dalla Giordania). È il
contrario di ciò che va vaneggiando il Marco Pannella il quale vorrebbe Israele
nella Comunità Europea!
È evidente il cambio di paradigma che ciò
comporterebbe: per Israele una economia caratterizzata da uno stato di guerra
permanente ad uno situazione dove la sua economia e la sua tecnologia si mette
a servizio della propria popolazione e dei popoli vicini traendone vantaggio.
Per la popolazione palestinese la fine della guerra e il riconoscimento dei
diritti di un popolo (attraverso la nascita di un proprio stato o di una
federazione con lo stato di Israele?).
Si potrebbe avviare una seria COMPETIZIONE POSITIVA,
tra israeliani e palestinese. E chi ha più filo…
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