La proposta che si sta tentando da tempo di avanzare per la
formazione di una nuova soggettività politica della sinistra italiana
d’alternativa e di opposizione ha necessità di essere motivata andando “oltre”,
per quanto possibile, alle pur evidenti ragioni legate al fallimento dei
soggetti esistenti, risultati incapaci di promuovere e realizzare quel livello
di presenza politica che sarebbe risultata necessaria per fronteggiare
l’emergenza della controffensiva dell’avversario e il mutamento complessivo di
scenario verificatosi nell’insieme del sistema politico.
Queste ragioni, però, non sono sufficienti: occorre,
infatti, andare alle radici del meccanismo dell’aggregazione politica,
recuperandone insieme significati ed effetti aggiornandoli ai cambiamenti
culturali, sociali, tecnologici, di costume verificatisi nel tempo.
Gli scienziati politici, al proposito, hanno sempre usato
due prospettive definite l’una come primordiale e l’altra come strumentale.
La prospettiva primordiale ha visto nei partiti i
rappresentanti naturali di persone che hanno interessi comuni.
Con il formarsi di gruppi intorno a queste fratture
d’interesse i partiti politici sono emersi e si sono evoluti proprio per
rappresentarle.
La visione strumentale della formazione dei partiti li
considera, invece, squadre di persone interessate a ottenere cariche pubbliche:
questo tipo di visione è stato così focalizzato sul ruolo delle élite e dei
cosiddetti “imprenditori politici”.
Queste due prospettive della formazione dei partiti
ricordano da vicino quelli che gli economisti chiamerebbero fattori della
domanda e fattori dell’offerta.
La prospettiva primordiale dà per scontata la domanda
sociale di rappresentazione di determinati interessi e spiega l’esistenza dei
partiti politici come risposta a queste istanze.
Per contro, la prospettiva strumentale, sulla falsariga
della “legge di Say” in economia, afferma che “l’offerta crea una sua domanda”.
Così come il marketing e la pubblicità possono influenzare i
gusti dei consumatori, gli imprenditori politici (come abbiamo ben visto, in
particolare, nell’ultima fase storica) contribuiscono a creare la domanda di
determinate politiche e di determinate ideologie.
Come avviene per l’offerta e per la domanda, si scopre che
capire le origini dei partiti politici significa riconoscere l’interazione tra
le forze primordiali e delle forze strumentali.
In larga misura sono state le domande sociali di
rappresentazione a ispirare la formazione dei partiti politici.
Queste domande, tuttavia, sono state incanalate con modalità
efficaci e significative da istituzioni politiche che hanno strutturato
l’ambiente degli aspiranti imprenditori politici e degli elettori.
Si tratta quindi di analizzare com’è avvenuta, e come può
avvenire nel futuro, l’interazione tra le forze sociali (primordiali) e le
forze istituzionali (strumentali) per determinare le possibili identità delle
formazioni politiche.
Prestando attenzione a un punto fondamentale: la funzione
principale del partito politico rimane quella di rappresentare, formulare e
promuovere gli interessi e le cause dei suoi appartenenti.
Con buona pace delle proclamazioni relative al “superamento
dei concetti di destra e di sinistra” questi interessi e questa cause, al di là
della retorica, sono sempre condivisi, per loro stessa natura, solo da una
parte della popolazione complessiva.
Per questo motivo la classificazione “classica” delle
diversità tra i partiti politici si è sempre realizzata usando quella che è
stata definita “teoria delle fratture”, via via attualizzata nel tempo con il
mutare delle condizioni culturali, sociali, tecnologiche.
Quella “teoria delle fratture” che si chiede oggi di
aggiornare alla luce di quanto avvenuto negli ultimi tempi.
E’ evidente, in questo, che il riferimento non è soltanto
semplicisticamente al sistema politico italiano, ma è a questo che dal nostro
punto di vista ci rivolgiamo per inserire la nostra proposta di nuova
soggettività politica della sinistra d’alternativa e di opposizione: questo
intervento è dunque rivolto a promuovere questa precisa eventualità.
Il più importante aggiornamento nella “teoria delle
fratture” è avvenuto nel 1967 per opera di Lipset e Rokkan, attraverso la
divisione tra “fratture post-industriali” e la “frattura di classe” che aveva
assunto assoluta rilevanza durante la rivoluzione industriale alla fine del XIX
secolo.
Con la “frattura di classe” gli attori sociali si
contrappongono in base a interessi economici divergenti provocando un conflitto
di tipo “verticale” tra attori che si guadagnano da vivere con il proprio
lavoro e attori che si guadagnano da vivere attraverso lo sfruttamento della
proprietà o del capitale.
La definizione più netta e precisa della “frattura di classe”
è sicuramente quella di Karl Marx contenuta nel testo “La povertà della
filosofia” del 1847 “gli individui fanno parte di una classe in sé in virtù
della relazione obiettiva che intrattengono con i mezzi di produzione”.
Si può dire che per gran parte del XX secolo la “frattura di
classe” abbia rappresentato un punto di riferimento stabile nelle dinamiche dei
diversi sistemi politici, anche oltre le differenziazioni teoriche e
ideologiche e del formarsi di “ceti politici” di tipo professionale che, alla fine,
hanno potuto perseguire obiettivi distinti da quelli della classe che
intendevano rappresentare, come ben descritto da Michels nella sua elaborazione
circa “la legge ferrea dell’oligarchia” e nelle analisi sulla politica come
professione elaborate da Max Weber.
Era così emersa un’ipotesi di “congelamento” delle fratture
esistenti anche per spiegare perché i partiti politici che dominavano le
elezioni negli anni’60 del XX secolo erano gli stessi partiti che avevano
dominato le elezioni decenni prima, negli anni’20 o ’30 ed egualmente per
spiegare l’accumulo di consenso realizzato, comunque, dai partiti al potere nei
regimi dell’Est europeo a cosiddetta “rivoluzione avvenuta” o di “socialismo
reale”.
L’ipotesi del “congelamento” viene messa in discussione a
partire dalla fine degli anni’80 con l’emergere di nuovi fenomeni sociali quali
quelli dell’ambientalismo e dell’immigrazione al punto che Inglehart nel 1997
afferma come si sia di fronte a un mutamento di valori all’interno delle
società industriali avanzate, passando da valori “materialisti” a valori “post
materialisti”.
Da allora si è assistito ad un declino nella rilevanza delle
fratture più tradizionali e all’emergere appunto di una non meglio definita
frattura “post-materialista”, in quadro di generale richiesta di espansione
della libertà umana.
A questo punto è facile individuare, sotto questo profilo,
le ragioni teoriche di ciò che è accaduto nell’ultimo decennio del secolo
scorso rispetto allo sconvolgimento di sistemi politici consolidati, alla
caduta dei regimi dell’Est europeo, al mutamento complessivo di paradigma nella
natura dei partiti politici con il rovesciarsi del rapporto tra gli interessi
dei ceti politici professionalizzati (governabilità, personalizzazione) e
quelli dei rappresentati in nome delle “fratture sociali” persistenti.
Nel frattempo si è realizzato un altro rovesciamento
“storico” sul piano della comunicazione di massa e del rapporto tra questo e il
consumo individuale: una novità fondamentale che ha dato vita al fenomeno della
cosiddetta “globalizzazione”, esplosa in particolare nella prima parte di
questo decennio del X XI secolo.
Su questa base si sono verificati due fenomeni di portata
assolutamente epocale: quello del passaggio da un’idea del collettivo sociale
all’individualismo di massa (sulla base del quale la democrazia ha assunto le
vesti della cosiddetta “democrazia del pubblico”) e dello smarrimento da parte
dei partiti politici dell’idea della rappresentanza.
Due fenomeni che hanno determinato il formarsi di nuove élite
e di nuovi intrecci tra economia e politica al fine di determinare livelli
diversi da quelli della governabilità democratica novecentesca.
Si stanno così
affermando nuovi modelli di governabilità autoritaria in economia come in
politica e su questa base, è stato attuato, il tentativo della sola
superpotenza rimasta in campo per un lungo periodo di “esportazione della
democrazia” attraverso la guerra.
All’interno di questo quadro, sommariamente descritto,
l’opposizione è stata affidata, in generale e a prescindere dalla diversa
qualità e composizione dei sistemi politici, alla protesta movimentista,
all’idea che le “moltitudini” potessero provocare con i loro sommovimenti un
mutamento di equilibri, spostando, sul piano teorico, la realtà della “frattura
di classe” verso una ricerca di richiesta di restituzione di non meglio
precisati “beni comuni”, intesi soprattutto come valori ambientali e di
disponibilità essenziali per la vita umana.
Mentre questo quadro sta mutando e la globalizzazione sembra
essersi arrestata tornando d’imperio sulla scena del mondo il primato della
geopolitica e la contrapposizione a livello planetario non si è riusciti ad
invertire la tendenza proprio nel definire un aggiornamento teorico relativo
proprio alla realtà delle “fratture” esistenti, sulla base del quale
riaggregare primordialmente interessi specifici.
Sembrano due le grandi questioni sul tappeto: quello del
rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di suolo e di risorse e
la prospettiva di vivibilità del genere umano e quella della capacità
cognitiva, in termini globali di formazione, informazione, capacità di
trasmissione di notizie e cultura (e quindi di educazione globale) che le nuove
tecnologie hanno prepotentemente messo in campo nel corso degli ultimi anni.
Sono questi i punti di riflessione sui quali soffermarsi:
nel momento in cui appare necessario muoversi sul terreno di una nuova
dimensione collettiva dell’agire politico da strutturare organizzativamente qui
ed ora dove ci troviamo concretamente, come riuscire a far sì che il contesto
di interessi che legano la classe che s’intende rappresentare a questo tipo di
fenomeni appena descritti assuma una veste politica definita, sia sul piano
teorico di riferimento sia rispetto ad un progetto di radicale trasformazione
sociale e politica.
A questo punto appare indispensabile lavorare su di un
aggiornamento della “teoria delle fratture” del livello di quello che appunto
fu elaborato al momento della comparsa dell’insostituibile e comunque
fondamentale “frattura di classe”.
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