sabato 23 agosto 2014

FUNERALE DI TOGLIATTI di G.Angelo Billia


Eravamo centinaia di migliaia, che percorrevano l’Italia quella notte,
con la tristezza nel cuore e le bandiere ai finestrini. Pochi,
veramente pochi, riuscirono a dormire.



Ogni tanto, ad ogni rallentamento dovuto al traffico ferroviario
inusuale, ci affacciavamo e mischiavamo i nostri lucciconi con quelli
dei ferrovieri impegnati nelle manovre. Al passaggio del convoglio, le
bandierine rosse di segnalazione cessavano la loro funzione e
divenivano la cortina dietro la quale il ferroviere nascondeva il
dolore, salvo, poi, fondersi con quelle, altrettanto scarlatte, che
garrivano nel vento causato dai vagoni in movimento.
Di tanto in tanto, dagli scompartimenti giungeva la voce di un coro.
L’epopea partigiana, attraverso le note si fondeva con l’aspirazione
racchiusa in ognuno di noi, nei partigiani comunisti non ancora domi e
nei giovani sbarbati, comunisti nati nel primo dopoguerra. Era il
sogno del riscatto che, nonostante tutto, pareva a portata di mano.
Il sangue dei morti di Reggio Emilia era ancora fresco e nessuno di
noi s’illudeva sulla natura profonda ed immutabile del capitalismo.
Mano a mano che il convoglio si avvicinava a Roma, gli incontri con
quelli provenienti da altre città divennero più fitti e appariva
evidente che, quel giorno, al di là persino della ragione che l’aveva
provocato, quel movimento di popolo sarebbe stato significativo della
forza reale dell’idea comunista nel paese.
Ogni cittadina che incontravamo, ogni casolare, ogni carovana di
pullman che intasava le strade, rimandava l’immagine di un popolo
raccolto attorno agli emblemi del proprio riscatto.
Impiegammo otto ore, da Termini, per giungere nei pressi di Piazza S.
Giovanni, e la cosa fu possibile solo perché da ore era iniziato il
deflusso dalla piazza stessa.
Volti affranti, aggrappati alle aste delle bandiere, volti risoluti di
chi, il giorno dopo, avrebbe riposto mano al lavoro paziente dei
comunisti.
Si disse che eravamo un milione, pensando, così, di esemplificare con
un’unità di misura, ciò che non poteva essere spiegato.
Roma, la città dei papi e del potere, la città della burocrazia
sopravvissuta al fascismo, dovette piegarsi in silenzio e rendersi
invisibile, timorosa di una massa immane, compressa in un lutto che,
però, era incapace di offuscarne la vitalità dirompente.
Erano tempi di grandi ideali, di certezze e anche di ingenuità, tempi
in cui si seguiva la bandiera, come avevano fatto i nostri padri
durante la guerra partigiana. L’occhio impietoso della storia, poi,
renderà visibili anche gli aspetti negativi, di un’epoca e di uomini
gravidi di contraddizioni che, bisogna dirlo, comunque avevano una
loro giustificazione oggettiva.
Penso a quei momenti, non per rincorrere una gioventù ormai “andata”,
quanto piuttosto per spiegarmi gli accadimenti successivi e, lo dico
con dolore, quel patrimonio di ideali e di volontà, prima di essersi
perso a causa di dirigenti comunisti che comunisti non erano, è stato
distrutto dall’incapacità dei più di capire e trarre lezione dalla
storia. Per questo, ancora, sono convinto che non ci siano alternative
all’applicare testardamente la cosa che i comunisti sanno fare bene,
ogni volta che serve: rimboccarsi le maniche e ricominciare.

1 commento:

fottiti ha detto...

In questi ultimi tre mesi sono coincisi gli anniversari della morte di Berlinguer (1984) e di Togliatti (1964), terreno appetitoso per storici e mestieranti vari. A me, devo dire, è capitato di leggere solo le due pagine uscite il 21 agosto sul mio ex-giornale, Il Manifesto.

Rispetto a consimili occasioni, quando il Manifesto non era ancora "nuovo", quanto arretramento, quale appiattimento celebrativo (e non se ne capiscono le ragioni, se non meramente nostalgiche)! Ho notato un'assenza totale di giudizio critico da parte dei quattro autori, che si sono offerti quali "intellettuali organici" di un partito defunto, e se mi si consente, di una tradizione morta e sepolta.

Per limitarci a Togliatti, accenno a qualche rilievo che, a mio avviso, poteva essere sviluppato:

1) la completa rimozione nel "partito nuovo" dell'esperienza consiliare ordinovista (nel '69 udii dalla voce di Agostino Novella : "se chiediamo l'assemblea nelle fabbriche per i sindacati, dobbiamo chiederla anche per i partiti"!!!);

2) la concezione delle lotte in quanto strumentali agli spostamenti di equilibri parlamentari, senza sbocchi, per così dire, autonomi, nei diretti rapporti di forza tra le classi;

3) il fallimento di questa strategia in rapporto al primo centro-sinistra, anni '60, quando Amendola proclamava "chi ha più filo tesserà più tela" (rispetto ai socialisti imbarcati al governo) e ci si illuse di poter ricostituire l'unità antifascista post-resistenziale, grazie all'apertura della DC al PSI;

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