Senza alcuna
velleità di rifare il PCI, ma cercando di comprendere appieno motivazioni e
possibilità di una rinnovata presenza della sinistra comunista in Italia.
Le pagine culturali del “Corriere della Sera di Mercoledì 13
Agosto pubblicano, a cinquant’anni dalla morte di Palmiro Togliatti, un’ampia
analisi sull’opera politica del segretario del PCI firmata da Ernesto Galli
della Loggia.
L’assunto principale contenuto nel testo è riassunto molto
efficacemente nel “catenaccio” che chiude il titolo: “Ma il crollo dell’URSS ha
affossato la sua eredità politica”.
Galli della Loggia dunque tiene fede al sillogismo classico:
“ nonostante il tentativo di costruzione
di una identità nazionale del PCI, il legame con il sistema sovietico è sempre
stato decisivo per il Partito fino al punto da trascinarne via la stessa
identità al momento del suo crollo”.
Una tesi fortemente opinabile al riguardo della quale è
possibile avanzare due obiezioni: la prima quella riguardante il PCI quale
forma originale del comunismo italiano e la seconda da ricercarsi nella
specificazione della complessità
relativa alle cause del declino e poi della sparizione del partito.
Una cosa però è certa e condivisibile: entrambi i possibili
eredi di quel Partito, da un lato il PDS e dall’altro Rifondazione Comunista non hanno recato, nella propria formazione, i caratteri distintivi e precipui del
complesso della storia del Partito Comunista.
Entrambi, PDS e Rifondazione Comunista, hanno seguito le vie
dell’elettoralismo, della personalizzazione, della governabilità finendo così
con il mancare quella necessità di presenza originale e specifica che, all’interno
di un sistema politico, dovrebbe rappresentare la ragione di fondo di esistenza
di un soggetto comunista capace di
muoversi sulle coordinate di fondo dell’internazionalismo, della lotta
di classe e della democrazia progressiva per proporre, sia sul piano interno
sia su quello internazionale, un’alternativa insieme politica, sociale, di
sistema.
La ragione di questa mancata presenza dei comunisti sulla
scena politica italiana è stata dovuta all’interruzione, al vero e proprio “salto
nella storia”, compiuta nell’itinerario politico di quella che è stata la “sinistra
comunista” fuori e dentro il PCI.
Una storia comunista in Italia avrebbe dovuto riprendere da
quel punto, invece, ci fu per ragioni oggettive e soggettive un brusco
arretramento sul piano dell’analisi, dell’elaborazione , della proposta
politica.
Da quell’interruzione sarebbe necessario, pur in questa fase
difficile, riprendere il ragionamento e l’azione dei comunisti: senza alcuna
velleità di rifare il PCI, ma cercando di comprendere appieno motivazioni e
possibilità di una rinnovata presenza della sinistra comunista in Italia.
Per questo motivo si ripropongono di seguito alcuni lavori
già presentati in passato sulla base dei quali proporre un invito alla
riflessione rivolta a quanti, intellettuali, quadri politici, militanti
intendano riflettere su di un cammino già percorso e sulla possibilità di
riprenderlo, per vie diverse probabilmente, ma riprenderlo davvero.
Di seguito i tre testi, riguardanti
1)
IL PCI forma politica del comunismo italiano;
2) Quali allora le ragioni della caduta e della vera e propria
sparizione di identità della forma politica del PCI?
3) Manifesto per un’area della sinistra comunista.
Grazie in anticipo a quanti vorranno leggere e riflettere su
queste pagine e, in particolare, a coloro che vorranno fornire un segnale di
interlocuzione.
IL PCI FORMA POLITICA
DEL COMUNISMO ITALIANO
La ragione per la quale si può considerare il PCI quale
unica forma politica compiuta del comunismo italiano risiede in una ragione
teorica, tutta interna al pensiero gramsciano: Gramsci, infatti, rifonda l’autonomia
del marxismo basandone le coordinate di fondo su di una “filosofia della
prassi” divenuta sinonimo di produzione di soggettività politica, di critica
della concezione del mondo della classe dominante ed elaborazione di
un’ideologia congrua alle condizioni di vita dei gruppi sociali subalterni.
Questo tipo di elaborazione consentì l’operazione portata
avanti dal gruppo dirigente del Partito nell’immediato dopoguerra, per
specifico impulso soprattutto di Palmiro Togliatti.
Il prestigio acquisito dal PCI nell’organizzazione
dell’antifascismo militante e nella guerra di Liberazione, nonché l’essenziale
contributo dell’Unione Sovietica alla sconfitta del nazismo, furono
all’origine, in quel periodo, di un rinnovato interesse per il marxismo.
La ripresa del marxismo, pur traendo alimento da forti
referenti storico – sociali, fu processo non facile sul piano teorico.
Nell’URSS di Stalin, durante gli anni ’30 – ’40 la sintesi
engelsiana del marxismo era stata trasformata in dottrina dello Stato fondata
sull’opposizione tra teoria materialistica e teoria idealistica della
conoscenza.
Le leggi scientifiche del materialismo storico furono
considerate un’applicazione particolare del materialismo dialettico, in quanto
filosofia che compendiava le leggi di movimento della realtà naturale e
sociale.
La marxiana critica dell’economia politica fu sostituita da
una scienza economica socialista capace di calcolare i prezzi e di allocare
razionalmente le risorse nell’ambito di un sistema pianificato.
Le sorti del socialismo furono, così, identificate con i
sostenuti ritmi di sviluppo delle forze produttive e i successi politici ed
economici della “patria del socialismo” furono chiamati a verificare la
validità della teoria marxista-leninista.
L’autonomia teorica del marxismo italiano, e di conseguenza
della sua forma-partito, rispetto al quadro fin qui disegnato fu avviata da
Togliatti con la pubblicazione dei “Quaderni del Carcere” avvenuta tra il 1948
e il 1951: principiò, in allora, la costruzione di una genealogia del marxismo
italiano partendo addirittura da Vico, passando da De Sanctis, Bertrando
Spaventa, Labriola, Croce fino a pervenire a Gramsci.
Questa operazione culturale conseguì almeno tre risultati:
mise in ombra il materialismo dialettico sovietico, fornì la piattaforma per
l’elaborazione strategica del “partito nuovo” aprendo il solco teorico su cui
basare la “via italiana al socialismo” tesa alla costruzione della “democrazia
progressiva” e difendeva, infine, nel clima ideologico della guerra fredda, la
continuità della cultura democratica progressista italiana, conquistando una
generazione di intellettuali di cultura laica, storicista e umanistica a
posizioni genericamente marxiste, senza provocare “lacerazioni troppo nette”.
Al primo convegno di studi gramsciani Eugenio Garin, Palmiro
Togliatti e Cesare Luporini sottolinearono che Gramsci aveva tradotto in
italiano l’eredità valida di Marx e che il suo pensiero era profondamente
radicato nella cultura e nella realtà nazionale.
In quella sede fu fortemente criticato l’economicismo,
attribuendo importanza alle ideologie e alla funzione degli intellettuali.
Gramsci collocava, infatti (almeno nella stesura
togliattiana dei “Quaderni” antecedente all’edizione integrale curata da
Gerratana nel 1977) la politica al vertice delle attività umane, sviluppando la
dottrina leninista del partito estendendo lo storicismo integrale in direzione
di un’originale teoria delle sovrastrutture e respingendo la teoria della
conoscenza come riflesso.
La concezione del marxismo in Gramsci è quella di
considerarlo non un metodo, ma una concezione del mondo rivolta a cogliere le
possibilità storicamente date nella prassi sociale.
Il più valido spunto critico a questo tipo di impostazione
venne, dopo il ’56 da Raniero Panzieri e dal gruppo dei “Quaderni Rossi”:
Panzieri fu promotore di una riscoperta della democrazia consiliare e del
primato del “soggetto classe” sul predicato partito, critico tanto
dell’ideologia della stagnazione quanto dell’ideologia tecnocratica della
programmazione, che riduceva la questione sociale a un problema tecnico e
identificava il capitalismo con la società industriale e l’illimitato sviluppo
della produttività.
Panzieri era fortemente critico con l’impostazione
togliattiana della celebrazione del nazional-popolare, del recupero
storico-culturale della tradizione democratica e soprattutto dello “scarto
evidente, nei partiti storici della sinistra, fra il primato esteriore
dell’ideologia e la pratica quotidiana di pura amministrazione”.
La scomparsa prematura di Panzieri, il disinteresse del PSI
ormai impegnato nell’operazione centrosinistra (la “politique d’abord di Nenni)
la debolezza teorica e politica dello PSIUP non consentirono a questi
importanti spunti di analisi di rappresentare la base per una soggettività politica
rappresentativa di un vero e proprio contraltare teorico allo storicismo
togliattiano.
Non risultò neppure all’altezza di quel confronto il
punto di dibattito apertosi al momento
della scomparsa di Togliatti, ad iniziativa di quella che poi sarebbe stata
definita “sinistra comunista”: iniziativa avviata essenzialmente grazie ad una
riflessione di Rossana Rossanda e Lucio Magri che rimproverava,
sostanzialmente, allo storicismo di aver oscurato il nocciolo teorico di
Labriola e Gramsci (Magri riprende il tema nel “Sarto di Ulm”) e di aver
annacquato il marxismo nel quadro di una tradizione dai contorni imprecisi
rivendicando un primato del politico sull’economico che aveva smarrito il nesso
tra teoria e prassi, tra scienza e storia, oscillando così tra il riferimento
di una realtà di pura empiria (attribuita all’ala amendoliana del partito) e di
un semplice finalismo volontaristico.
Restarono così punti irrisolti di dibattito che forse
avrebbero dovuto essere sviluppati con una capacità critica portata molto più a
fondo, ma emersero limiti forti di vero e proprio politicismo al punto che, con
gli anni’70, si sviluppò una sorta di “primato della politica” che portò, sulla
base del prevalere del concetto di governabilità, al collasso della teoria: ben
in precedenza alla stagione degli anni’80 che portò alla liquidazione del
partito.
Per questi motivi di fondo: autonomia teorica dal modello
sovietico, primato della politica sull’economia senza alcuna visione
meccanicistica in questo senso, assunzione della concezione gramsciana del
rapporto tra struttura e sovrastruttura, sovrapposizione del partito alla
classe (nella versione togliattiana del partito nuovo) il PCI è stato il solo
soggetto politico rappresentativo del comunismo italiano. Il resto (anche nella
critica di Panzieri) ha ruotato attorno.
Quali allora le
ragioni della caduta e della vera e propria sparizione di identità della forma
politica del PCI?
Dall'inizio degli anni'80 l'emergere di questioni e problemi
sui quali sarebbe stato giusto sollecitare un più audace e coraggioso
rinnovamento, così come nell'elaborazione che nella proposta furono, invece, assunti
come fattori da interpretare in senso di una maggiore omologazione, sia nei
comportamenti politici, sia negli orientamenti culturali e ideali che, in quel
momento, raccoglievano i più facili consensi.
Cominciava, in sostanza, a far breccia, anche nel PCI o
almeno in settori rilevanti del Partito, la grande offensiva ideale e politica
neoconservatrice che, proprio in quegli anni'80, favorita del precipitare della
crisi del sistema comunista in tutto l'Est europeo, sia dal logoramento e
dall'esaurimento anche delle migliori esperienze socialdemocratiche dell'Europa
Occidentale, si sviluppò con impeto in Europa come in America (sotto l'insegna
del reaganian – tachterismo), e i paesi dell'Est come in quelli dell'Ovest.
Andò così maturando, anche nella realtà italiana, una
sconfitta che, prima ancora che politica, risultò essere culturale e ideale.
A questo punto debbono essere richiamate almeno tre
posizioni (le più esemplificative) che hanno posto in luce come in pochi anni,
anche in un paese come l'Italia considerato paradigmatico di un “caso” proprio
perché vi si trovava presente il più grande partito Comunista d'Occidente,
quest’offensiva “neocons” avesse modificato, in modo radicale, idee e
convinzioni diffuse nell'area dell'opinione pubblica progressista, compresa
buona parte della sinistra d'opposizione, con conseguenze fortemente negative
che poi si sarebbero manifestate, anche sul piano delle scelte e dei
comportamenti politici:
1) In primo luogo
cominciò a raccogliere consensi, trovando ascolto anche in larghi settori della
sinistra politica e sindacale, la tesi che la crisi delle politiche di
pianificazione e di programmazione (sia nelle forme della pianificazione
centralizzata dei paesi di “socialismo reale” dell'Europa dell'Est, sia nelle
forme programmatorie delle politiche keynesiane e delle esperienze di Stato
Sociale, sviluppatesi a Ovest e nel Nord Europa, principale per impulso delle
grandi formazioni socialdemocratiche) non solo poneva alle forze riformatrici
seri problemi di ripensamento, ma costituiva una prova quasi definitiva
dell'impraticabilità di serie alternative alle regole dominanti del liberismo,
del privatismo, del cosiddetto “libero mercato”, dell'individualismo
consumistico. Non a caso l'idea di
riaffermare o ricostruire un “punto di vista di sinistra” in economia (a
partire, per esempio, dai problemi dell'occupazione o della tutela ambientale o
del definire una diversa gerarchia di priorità e di finalità nella produzione e
dei consumi) incontrava difficoltà via, via, più estese e anzi veniva
rigettata, quasi pregiudizialmente, nell'opinione più diffusa, come astratta e
velleitaria. La conseguenza è che diventava quasi un luogo comune affermare che
il banco di prova per dimostrare la maturità di governo della sinistra risiedeva,
ormai, nella capacità di far valere come scelta prioritaria, senza concessioni
a ideologismi solidaristici o a interessi corporativi, il rispetto dei vincoli
“oggettivi” delle compatibilità finanziarie e monetarie (da ciò è derivata
l'accettazione acritica dei parametri imposti per l'unificazione europea, dal
trattato di Maastricht: acriticità che impedito di vedere in tempo le
possibilità di rivedere il patto di stabilità, fino alla crisi che oggi
investe, appunto, gli equilibri politici ed economici del processo di
allargamento dell'Europa a 25).
Tornando però al periodo di avvio del declino del PCI deve
essere, ancora, fatto rilevare che il diffondersi di queste posizioni di
accettazione dell'impostazione neo-liberista ben al di là della tradizionale area
moderata, avvenuta tanto più in una fase di intense ristrutturazioni (a partire
dai 35 giorni della Fiat del 1980) che già tendevano, in allora, a ridurre e a
rendere più precaria l'occupazione, ad accentuare la flessibilità della risorsa
lavoro (fino alle esasperazioni attuali) e della risorsa ambiente, a diminuire
i vincoli e i costi sociali che pesavano sulla produzione, abbia avuto il
risultato pratico di contribuire a indebolire la tutela del mondo del lavoro e
a modificare, a svantaggio della sinistra, i rapporti di forza nella struttura
produttiva e sociale.
Non a caso, proprio a partire da quella fase, è stato
possibile parlare dell'affermazione di quello che è stato definito “pensiero
unico” ispirato, appunto, dalla teoria neoliberista;
2) In secondo luogo non si può sottovalutare il peso che
ebbe, nel corso degli anni'80 l'insistente campagna sulla “crisi” e sulla
“morte” delle ideologie.
Una campagna che ebbe effetti rilevanti sugli orientamenti
di larga parte dell'opinione pubblica.
E' quasi inutile ricordare quanto di ideologico vi fosse, e
continui a esserci, alla base della tesi della “crisi” e della “morte” delle
ideologie.
Rimane il fatto che proprio quella campagna propagandistica
appena ricordata finì con l'essere largamente accettata anche a sinistra, non
solo come critica dei “partiti ideologici” (e partiti ideologici per eccellenza
erano considerati, in Italia, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista),
ma anche come demistificazione dell'idea stessa di una finalizzazione ideale e
morale dell'azione politica.
Alle “finalità”, e al loro presunto retroterra ideologico,
andava così contrapposta l'idea della presunta “concretezza” dell'apertura al
nuovo, al moderno.
Al punto da presentare, sulla scena del confronto politico,
una inedita contraddizione tra “vecchio” e “nuovo”.
Una contraddizione assunta, al punto, da considerare il
cosiddetto “nuovismo” come criterio di commisurazione della validità
dell'iniziativa politica.
Non c'è bisogno di ricordare, sia pure a distanza di oltre
vent’anni, quanto peso abbia avuto una simile posizione nella fase di passaggio
del PCI al PDS, cioè dal vecchio “partito ideologico di massa” alla “cosa” di
cui non si riconosceva né il nome, né il programma, e neppure le finalità e i
contenuti;
3) Il terzo punto riguarda, infine, il fatto che la critica
alla degenerazione del sistema dei partiti avesse assunto, via, via, nel corso
del decennio, anche in settori, via, via più estesi del gruppo dirigente
comunista, un mutamento di segno.
Si era passati, infatti, dalla domanda di “rinnovamento
della politica”, così come era stata formulata da Berlinguer, a una proposta di
mutamento del solo “sistema politico” (inteso in senso stretto) attraverso il
cambiamento delle regole istituzionali ed elettorali.
Si spalancò così, in quel modo, la porta alla deriva
decisionista, in particolare all'idea che bastasse “sbloccare” il sistema
politico per realizzare l'alternanza e mettere così fine alla spartizione dello
Stato, alla corruzione, al malgoverno.
Per “sbloccare il sistema politico” il PCI avrebbe dovuto,
così, mettere in discussione se stesso, ponendo fine al “partito diverso”,
omogeneizzandosi agli altri partiti.
Erano dunque mature le condizioni per portare a compimento
la storia del Partito Comunista Italiano.
Tutto questo è avvenuto mentre la crisi della democrazia
italiana era giunta, verso la fine degli anni'80, a un punto di estrema
gravità.
La grande occasione che si era pur presentata nel corso del
decennio precedente era andata perduta, per cause oggettive e soggettive, senza
che si riuscisse a dispiegare quella capacità di promuovere un radicale
rinnovamento nel modo di governare, del costume, dello spirito pubblico, del
senso dello Stato di cui il paese avrebbe avuto estremo bisogno, ma che, ancora
una volta era stato mancato.
IL PCI fu così liquidato in fretta, senza offrire ad alcuno
la possibilità di riflettere su di un lasciato
politico che andava ormai completamente perduto (come dimostra la
traiettoria senza parabola compiuta da Rifondazione Comunista che, addirittura,
sta concludendo la propria storia all’interno di un contenitore elettorale
moderatamente critico di un non meglio precisato “liberismo” dopo aver attraversato
le frontiere della personalizzazione, della governabilità, del movimentismo).
Lo scioglimento del PCI rappresentò un punto di vero
squilibrio per l’intero sistema politico, cui seguirono altri momenti di
sconvolgimento determinati dall’implosione dei grandi partiti di massa avvenuta
poco tempo dopo: i suoi eredi, mutate diverse denominazioni da PDS, a DS e PD e
collegandosi con alcuni dei residui del vecchio apparato del partito cattolico,
hanno accettato “in toto” i meccanismi
fondamentali di quell’eterna “transizione italiana” apertasi con lo
scioglimento del partito, dal maggioritario, al presidenzialismo (esercitato
direttamente, ponendosi ai limiti della Costituzione Repubblicana dal primo
Capo dello Stato proveniente dalla storia del PCI), all’accettazione delle
formule liberiste che sono state e stanno all’origine della grande crisi che
stiamo vivendo.
Il PD, infatti (usando addirittura ed incredibilmente la
struttura delle “primarie” per la selezione del gruppo dirigente, inteso come
gruppo “elettorale”) si è reso pienamente competitivo sul terreno di quella
concezione esaustiva della “governabilità” oggi esasperata dalla messa in atto
di una vera er propria svolta autoritaria fondata sullo svuotamento definitivo
della Costituzione Repubblicana.
E’ stata così soffocata l’idea della necessità di un partito capace
insieme di sviluppare pedagogia, radicamento sociale, rappresentatività
politica della classe: è questo il vuoto più grande che, pur nella consapevolezza
di un declino forse irreversibile attraversato nell’ultima fase della sua
esistenza, il PCI ha lasciato.
MANIFESTO PER UN’AREA
DELLA SINISTRA COMUNISTA
1) Emerge,
in Italia e fuori d’Italia, l’esigenza di lavorare sia sul terreno teorico sia
su quello immediatamente politico, per la ricostruzione di una soggettività di
sinistra comunista, collegata a precise istanze che derivano dalla nostra
storia, all’identificazione nell’attualità di precisi filoni culturali di
riferimento, alla progettazione di adeguate iniziative politiche sia al
riguardo della struttura del soggetto sia sul piano progettuale – programmatico.
La qualità stessa della gestione capitalistica della crisi (che abbiamo tante
volte analizzata come orientata nel senso complessivo della “ricollocazione di
classe” ed espressione di una “nuova repressione”) impone un discorso di questo
tipo;
2) Un
lavoro da impostare seguendo filoni ben precisi di orientamento proprio sul
piano teorico: partendo, ovviamente, dall’Italia perché qui siamo chiamati ad
agire. Ripropongo, quindi, l’utilizzo – per quanto possibile – il filone della
“sinistra comunista” italiana da Gramsci a Ingrao al sindacato dei consigli al
“Manifesto” (direi che l’arco temporale di riferimento può essere identificato
tra le Tesi di Lione del 1926 e la relazione di Magri ad Arco nel 1990). E’
evidente che, pur considerata tutta l’importanza dell’elaborazione portata
avanti dalla sinistra comunista in Italia, occorra – anche sul piano dello
studio – un collegamento con riferimenti internazionali posti sul piano più
alto nella storia del marxismo al di fuori dei filoni emersi dalla Rivoluzione
d’Ottobre: Luxemburg, Pannekoek e la sinistra socialdemocratica, in particolare
l’austromarxismo e l’elaborazione (torno in Italia) di Panzieri e dei “Quaderni
Rossi”. Senza cadere nel sociologismo della Scuola di Francoforte (origine, a
mio giudizio, della mancata “incidenza politica” del ’68) e tenendo fermi due
punti: il prevalere della tensione etico – politica sulla banalità
dell’economicismo e la capacità, sempre e comunque, di un’espressione piena di
“critica della modernità”. “Critica alla modernità” che deve essere espressa
anche rispetto all’utilizzo di massa dell’innovazione tecnologica che sta
verificandosi all’interno del filone del “consumismo individualistico” e
dell’isolamento soggettivo;
3) Il
primo orizzonte da scrutare riguarda la visione internazionalista nella lotta
per la liberazione dei popoli. Senza offrire alcun modello (è questa la
differenza con la lotta anticoloniale della prima metà del ‘900 fino agli
anni’60 quando si compì la liberazione dell’Africa) è necessario mantenere
questo tipo di tensione internazionalista rispetto alle grandi lotte popolari
in atto, a tutte le latitudini, per l’affrancamento dalla gestione
capitalistica della crisi e la fuoriuscita dai meccanismi di vero e proprio
“soffocamento” della democrazia. Ognuno con le proprie specificità: senza
cadere, quindi, nell’errore del considerare il tutto “movimento dei movimenti”
e collocarsi acriticamente al loro livello (questo sì sarebbe semplicemente
adeguamento a una presunta “modernità”);
4) Per
quel che riguarda il “caso italiano” (dizione da rivalutare: in senso opposto
però al significato che aveva assunto tra gli anni’60 – ’70) sono almeno tre i
punti sui quali soffermarci prioritariamente: il primo riguarda l’omologazione
culturale tra le forze maggioritarie del sistema politico, sulla base del quale
si sta costruendo un vero e proprio “regime” (al contrario, tanto per far un
esempio spicciolo, di ciò che accadde all’epoca della solidarietà nazionale e
della linea della fermezza rispetto al terrorismo: uscirne fu comunque un
merito di Berlinguer che non può essere, nella critica complessiva all’operato
dell’area centrista del PCI, sottaciuto); il secondo riguarda la degenerazione
nella qualità della democrazia italiana, sia rispetto al tema europeo (che va
affrontato specificatamente come non faccio in quest’occasione) sia rispetto
alla logica della riduzione del rapporto tra politica e società in nome
dell’eccesso di domanda (presidenzialismo, centralità del governo, legge
elettorale: tanto per toccare i punti nevralgici di questa strategia
riassumibile, alla fine, nella logica espressa da JP Morgan al riguardo della
Costituzione e nella sostanziale indifferenza o malcelata soddisfazione di
tutti per la verticale espressione di disaffezione al voto. Emblematiche su
questo punto le dichiarazioni di D’Alimonte); il terzo riguarda il deserto
politico esistente nell’area della sinistra alternativa. Ma movimentismo e
rivendicazionismo che appaiono essere, alla fine, l’altra faccia della medaglia
( o forse la complementarietà degli elementi, davvero rozzi, che hanno portato
al successo del movimento 5 stelle) debbono essere affrontati con rigore sulla
base di un’analisi delle nuove dimensioni di classe e con la precisione dei
riferimenti teorici e politici.
5) Il
solo punto di partenza risiede nell’espressione piena di un’identità dalla
quale è possibile far discendere una visione di egemonia politica innovando
anche fortemente il tema della strutturazione del soggetto politico. In questa
direzione si muove la proposta della “via
consiliare” che in questa occasione viene molto schematicamente ribadita. ”.
Una “via consiliare”, intesa quale
riferimento del tutto interno alla storia del movimento comunista e operaio, da Rosa Luxemburg ad Antonio
Gramsci, considerata quale riferimento possibile per una effettiva
democratizzazione del processo di interscambio politico sia a livello
orizzontale, sia a livello verticale nella logica di recupero di un compito del partito come
“intellettuale collettivo” promotore di una rivoluzione intellettuale e morale,
fondata sull’integrità rivoluzionaria dei suoi militanti.
1 commento:
In questi ultimi tre mesi sono coincisi gli anniversari della morte di Berlinguer (1984) e di Togliatti (1964), terreno appetitoso per storici e mestieranti vari. A me, devo dire, è capitato di leggere solo le due pagine uscite il 21 agosto sul mio ex-giornale, Il Manifesto.
Rispetto a consimili occasioni, quando il Manifesto non era ancora "nuovo", quanto arretramento, quale appiattimento celebrativo (e non se ne capiscono le ragioni, se non meramente nostalgiche)! Ho notato un'assenza totale di giudizio critico da parte dei quattro autori, che si sono offerti quali "intellettuali organici" di un partito defunto, e se mi si consente, di una tradizione morta e sepolta.
Per limitarci a Togliatti, accenno a qualche rilievo che, a mio avviso, poteva essere sviluppato:
1) la completa rimozione nel "partito nuovo" dell'esperienza consiliare ordinovista (nel '69 udii dalla voce di Agostino Novella : "se chiediamo l'assemblea nelle fabbriche per i sindacati, dobbiamo chiederla anche per i partiti"!!!);
2) la concezione delle lotte in quanto strumentali agli spostamenti di equilibri parlamentari, senza sbocchi, per così dire, autonomi, nei diretti rapporti di forza tra le classi;
3) il fallimento di questa strategia in rapporto al primo centro-sinistra, anni '60, quando Amendola proclamava "chi ha più filo tesserà più tela" (rispetto ai socialisti imbarcati al governo) e ci si illuse di poter ricostituire l'unità antifascista post-resistenziale, grazie all'apertura della DC al PSI;
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