Vorrei provare a disegnare una speranza, del tipo del
discorso finale di Chaplin nel “Grande dittatore”, senza mancare di rispetto a
nessuno.
Nei sabati 12 e 19 ottobre sono sfilati a Roma due cortei,
entrambi di sinistra, entrambi contrari allo stato presente delle cose. Per me
non sono stati contrapposti, ho partecipato al primo ma ho guardato di buon
occhio al secondo, ritrovandomi felice ad ascoltare i lamenti delle varie
cassandre di sventura di fronte alla mancata catastrofe. Quando scrivo, gli
accampati stanno ancora a Roma davanti al Ministero delle Infrastrutture, e
spero che questa forma di lotta sia d'esempio, e nelle immagini ho riconosciuto
compagni che erano con me anche il 12.
Non ho formule, ma solo parole di speranza: che queste
persone, con le loro bandiere rosse, si incontrino, discutano, si rendano conto
che sono attori in prima persona ma possono anche rappresentare gli interessi
ed il futuro di chi non era a Roma né in altri luoghi di lotta perchè
sfiduciati, o perchè non informati, o perchè noi stessi non li abbiamo saputi
raggiungere essendo imprigionati da alchimie senza senso. Vorrei
che questo 19 ottobre fosse anche da pungolo per i tanti, troppi, di noi che
parlano sempre in punta di forchetta, senza quasi più un sussulto, un urlo,
un'imprecazione di rivolta contro i padroni ed il governo che stanno in piedi
proprio sulla nostra divisione. Un governo che deve essere scacciato come
Alfano a Lampedusa, davanti al quale non ci dobbiamo più presentare col
cappello in mano.
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