Molte sono le ragioni per le quali c’è da preoccuparsi
seriamente al riguardo dei contenuti presenti nel disegno della legge di
stabilità (la vecchia “finanziaria”, per intenderci) presentata in questi giorni
dal governo Letta delle “larghe intese”.
I commentatori si stanno sprecando in valutazioni e analisi:
la dipendenza dei dettami della troika europea; un governo a larga maggioranza
che partorisce un documento così debole; il prossimo “assalto alla diligenza”
di cui si prevede il verificarsi nelle aule parlamentari (si stimano in 10
miliardi di aumento della spesa il complesso degli emendamenti che saranno
presentati); l’indeterminatezza nella scelta degli assi complessivi di
riferimento al riguardo del ruolo dell’Italia in campo industriale; la
disattenzione palesata verso questo o quell’altro tema considerato
fondamentale; l’assenza di significativi tagli ai cosiddetti “costi della
politica”, appiano essere i temi più ricorrenti nel dibattito aperto.
Giungono segnali di un ritorno alla “finanza creativa” di
tramontiana memoria con l’idea del fondo da crearsi con l’ipotesi (perché di
questo si tratta, di un’ipotesi) di vendita di pezzi pregiati del patrimonio
pubblico mettendo a bilancio in attivo i relativi (fantomatici) importi,
creando così un’altra fonte di finanziamento fasullo della spesa mentre
sinceramente suscita un moto di ilarità la creazione di un’autorità di
vigilanza sui titoli tossici, quando il fenomeno è in atto da oltre un decennio
e non se ne conosce, tra l’altro, l’effettività entità in ispecie al riguardo
dei bilanci degli Enti Locali.
Non erano questi, però, i punti che s’intendeva toccare
attraverso questa nota.
Il punto, infatti, risale nell’enorme distanza tra i
contenuti della legge di stabilità, le forme concrete con le quali il governo
la sta presentando al Paese (del tutto surreali le parole pronunciate dal
Presidente del Consiglio al convegno di Confindustria sulla digitalizzazione e
le nuove tecnologie: o un gran furbone o, davvero, Alice nel paese delle
meraviglie), il complesso della discussione che si sta sviluppando anche a
sinistra e la situazione reale che si sta determinando nel Paese.
Non si dispone, in questa sede, dello spazio sufficiente per
entrare nel merito dell’insieme delle situazioni che si stanno verificando nei
settori portanti dell’economia; la chiusura delle industrie e delle
manifatture, principalmente quelle di medie dimensioni non più dovute al
fenomeno delle delocalizzazioni o al passaggio a multinazionali ma proprio alla
crisi vera, quella che blocca la produzione, inaridisce il credito, impedisce
lo sviluppo tecnologico; l’impossibilità per i giovani, indipendentemente dalla
specifica preparazione professionale di ciascuno di reperire sbocchi lavorativi
anche di tipo precario; l’enorme spreco di risorse umane, materiali, ambientali
in atto per responsabilità di giganteschi livelli di speculazione che hanno
impegnato pubblico e privato nel corso degli anni precedenti e che oggi
presentano pesantemente il conto.
E’ la povertà che sale, si presenta nelle sue forme più
dure, nell’arretramento concreto delle condizioni materiali di vita per milioni
di persone che sta l’evidenza della crisi in atto e di cui legge di stabilità e
relativo dibattito sembrano non occuparsi, in una vera e propria
stigmatizzazione della distanza tra l’incoscienza dell’agire politico e la
realtà sociale.
Una povertà ignorata nelle sue forme più evidenti e
nascoste: nella perdita di diritti e di dignità del lavoro.
Una povertà non compresa fino in fondo anche a sinistra, se
pensiamo ai contenuti di certe manifestazioni che, magari si richiamano in
astratto ai diritti costituzionali o ai “beni comuni” senza partire, però,
dalla drammaticità della condizione materiale della vita delle persone.
Non si traccia qui un’ipotesi di cambiamento nel dettaglio
della progettualità che sarebbe pure necessaria per tentare di modificare il
quadro, non si discetta di “si” o “no” all’Euro, della necessità di un
intervento drastico (nazionalizzazione?) sulle banche, di pianificazione
pubblica dell’economia, di nuovi piani industriali, di una proposta complessiva
di alternativa politica.
Ci si misura, invece, con una richiesta pressante: qualsiasi
ipotesi politica di alternativa e di opposizione che, pure, è indispensabile
mettere rapidamente in campo non può che partire dal dato della nuova
condizione materiale di vita, di una condizione materiale di vita che è
peggiorata sensibilmente in forme evidenti che abbiamo sotto gli occhi a
partire dall’acclarata diminuzione delle spese alimentari, dell’emergere di
forme di povertà inedite perché riguardano non solo la quotidianità, ma anche
l’inaridimento culturale, le forme esasperate di violenza, le chiusure
personali nelle miserie egoistiche, il disimpegno neghittoso.
I tempi stanno cambiando, inevitabilmente in peggio se ci si
abbandonerà silenti o quasi all’ineluttabilità di una crisi gestita da un
capitalismo davvero feroce.
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