Tutto questo ci indica che il PD non risulta essere, non
tanto e non solo, un partito “centrista” sul piano delle opzioni programmatiche,
ma un partito che nella sua collocazione politica all’interno del sistema
italiano lascia spazio, anzi richiede la prospettiva di un’alternativa alla sua
sinistra.
Occuparsi, sia pure in modo molto schematico dell’identità e
della posizione politica del Partito Democratico significa, a sinistra,
analizzare ragioni molto importanti relative alla necessità di un’autonomia
teorica e politica di un’area dell’alternativa di sistema, la cui soggettività
politica immediata rimane comunque tutta da costruire.
Il PD, infatti, nella sua realtà complessiva (teoria e
prassi) non può rappresentare un soggetto componente (sia pure per via di
scissione) di un possibile schieramento di cambiamento e, anzi, dovrà –verso di
esso così come verso il centrodestra – essere esercitata proprio una funzione
alternativa.
Il Partito Democratico nasce come tentativo di abbattimento,
da un lato, dei confini interni tra le due principali tradizioni di provenienza
che hanno costituto il partito e, dall’altro lato, come tentativo, largamente
fallito, di costruire dei confini esterni.
Confini esterni tra l’altro presidiati in Italia da una
destra maggioritariamente populista, sempre pronta a utilizzare il proprio
rapporto di massa in funzione quasi eversiva, fino al punto di non riconoscere
più i confini stessi dello stato di diritto.
L’aver imposto, però, il tema della governabilità come
esaustivo nella prospettiva politica del partito ha portato il PD a compiere
due scelte di fondo che appaiono del tutto insormontabili e incontrovertibili,
al di là delle scelte che potranno essere compiute rispetto alla futura
leadership:
1) La
narcotizzazione della conflittualità;
2) La
sovrapposizione totale e completa con lo spazio globale, storico, geografico,
simbolico della nazione italiana. Un dato questo che ha portato a due
risultati: il primo quello di un partito che ha come “mission”
l’essere“aiutante” del governo; il secondo quello della disponibilità a
svolgere il ruolo di “reggente” in nome dei vertici della Comunità Europa che
da tempo hanno già commissariato il Paese (come fa lucidamente notare proprio
oggi, dalle colonne di “Repubblica” Barbara Spinelli, la cui analisi però, nel
complesso, appare almeno lacunosa).
In conseguenza di ciò il PD è nato, e vive, esclusivamente
per motivazioni interne allo spazio politico e le decisioni circa i valori di
cui deve farsi carico discendono direttamente ed esclusivamente dalle logiche
interne al quadro politico, senza alcuna relazione diretta con il sociale,
ignorando così completamente la realtà delle “fratture” e il loro modificarsi a
seguito di mutamenti di diversa natura economica, sociale, culturale, financo
demografica o geografica.
Le scelte del PD risultano motivate soltanto dal tipo di
dinamica esercitata dagli attori già presenti nell’arena politica, facendone
così l’alfiere del “partito di cartello” (vedasi, al proposito, il suo comportamento
in materia di legge elettorale).
La testimonianza migliore della validità di quest’analisi
deriva proprio dall’esame delle tre principali opzioni sulle quali il Partito
Democratico è vissuto nel corso di questi anni:
1) Dietro
la facciata di una “narrazione” comune impostata nei termini di riformismo,
democrazia, lavoro si è sviluppato un vano tentativo di unificare coppie
oppositive: da capitale – lavoro a laicità fede;
2) La
proclamazione di una “vocazione maggioritaria” che, se poteva attagliarsi alla
costruzione di un’identità governativista, non teneva conto né del quadro
politico italiano, né della presenza traversale nella società italiana di nuove
contraddizioni, a partire da quella del consumo individualistico meglio
soddisfatto dalle pulsioni “animali” della destra. L’accentuarsi dei termini
materiali della crisi ha fatto crollare questo cartello di carte ponendo in
fuga milioni di elettrici e di elettori da una parte e dall’altra che non hanno
più trovato la possibilità di soddisfare i propri bisogni e non si sono visti
proporre modelli di sviluppo diversi;
3) Le
primarie come tentativo (al di là del meccanismo d’imitazione di modelli
affatto diverso quale quello statunitense) di riunificazione delle sparse
membra del partito in nome della ricerca della leadership. L’esaustività
dell’idea del governo, al centro come in periferia (forse anche più in
periferia che al centro, per paradosso) ha messo in moto quel meccanismo di
“individualismo competitivo” che ha minato alla base la possibilità di una
qualche costruzione organizzativa coerente, lasciando così il partito in mano
ad ordalie e soggettivismi, da cui il caso eclatante del Sindaco di Firenze
(solo per fare un esempio). Deriva da questo tipo di impostazione, inoltre, la
deriva presidenzialista che, al di là di altri elementi, pone già il PD al di
fuori dal quadro di riferimento della pur martoriata Costituzione Repubblicana.
Tutto questo ci indica che il PD non risulta essere, non
tanto e non solo, un partito “centrista” sul piano delle opzioni programmatiche,
ma un partito che nella sua collocazione politica all’interno del sistema
italiano lascia spazio, anzi richiede la prospettiva di un’alternativa alla sua
sinistra.
Un’alternativa fondata sulla centralità della contraddizione
capitale/lavoro nell’intreccio necessario, dal punto di vista programmatico,
con le contraddizioni post – materialiste, su di una “diversità” concreta
nell’idea di esercizio dell’agire politico e sulla capacità di strutturazione
organizzata del soggetto politico.
Non può esistere quindi, sul piano teorico e su quello
politico, alcun timore di “rottura” di una presunta unità democratica da
opporre ad altri presunti pericoli per la democrazia: anzi, un’autonomia delle
forze comuniste e di sinistra anticapitalista posta sul terreno della
costruzione dell’alternativa appare indispensabile anche quale fattore si
direbbe quasi “fisiologico” nel funzionamento di un sistema politico che non
può essere ridotto alla ricerca purchessia di una governabilità, posta al di
fuori dalla rappresentanza politica del conflitto sociale.
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