Già nel 2008 le elezioni
anticipate italiane hanno preceduto quelle europee, impedendo che si delineasse
una nuova fase politica della sinistra italiana, pienamente partecipe della
dimensione europea e internazionale delle sfide.
La crisi economica e
finanziaria era già scoppiata ma le conseguenze
non erano ancora devastanti per la vita di milioni di persone nel nostro
paese in termini di condizioni di vita e di lavoro, soprattutto perché non
erano ancora operanti in tutta la loro durezza le ricette sbagliate per uscire
dalla crisi: riduzione delle protezioni sociali, tagli indiscriminati ai
bilanci pubblici e aumento del peso fiscale sui percettori di reddito da lavoro
in tutte le sue forme. Miliardi di euro per salvare il sistema bancario si sono
rivelati un’occasione di guadagno
insperato per chi si era esposto verso i paesi in difficoltà, come Irlanda,
Portogallo e Grecia, in quest’ultimo caso pagati dai cittadini di quel paese
con una durezza senza precedenti e del tutto inutilmente. Un’Europa solidale
avrebbe agito in altro modo con minori costi per tutti, compresi i paesi con
migliore situazione finanziaria e produttiva. Le elezione europee del 2014
devono rappresentare una svolta, già con la decisione del PSE di indicare un
proprio candidato alla presidenza della Commissione Europea, si delinea
un’alternativa politica. Per il suo successo occorre che aumenti la
partecipazione elettorale, che nel 2009 è stata inferiore al 50% degli aventi
diritto e sempre inferiore a quella delle elezioni nazionali. La ridotta
partecipazione elettorale da maggior peso alle formazioni populiste,
nazionaliste e non esenti da tratti di razzismo. Non è in gioco soltanto la
costruzione di un’Europa unita, ma anche i suoi valori ideali, senza i quali è minacciata la
coesione sociale e, quindi, la convivenza democratica, che si fonda sulla
giustizia e la libertà. Per i partiti della sinistra democratica e
progressista, di cui i partiti socialisti socialdemocratici e laburisti del PSE
rappresentano la parte più consistente è motivo di preoccupazione che nelle
elezioni europee e nazionali siano proprio i propri elettori, dei ceti popolari
e lavoratori che rappresentano il loro naturale insediamento, quelli che si
astengono. Per fortuna sono ancora settori minoritari quelli che si fanno
attrarre dalla demagogia e dalla protesta qualunquista e giovani e donne sono
poco rappresentati nell’elettorato dei
partiti del PSE. La crisi e il modo per uscirne rappresenta la sfida, che la
sinistra democratica, progressista e socialista deve vincere se vuole
riconquistare il suo elettorato tradizionale e espandersi in ampi settori della
classe media, anch’essa colpita dalla crisi in misura senza precedenti nel
secondo dopoguerra. . Non è facile,
specialmente se non si ha il coraggio di aggredire i meccanismi finanziari che hanno prodotto la crisi, i centri di
potere economico che sono svincolati da qualsivoglia controllo democratico:
sono imprese e conglomerati industriali-finanziari multinazionali, che si
confrontano con stati nazionali, a volte con bilanci pubblici inferiori ai loro
budget consolidati e senza giurisdizione nei loro confronti. La sinistra democratica e
socialista deve riuscire a livello internazionale a coniugare espansione della
democrazia e giustizia sociale, come è riuscita a fare a livello nazionale,
specialmente in Europa. Deve porre come priorità la prevalenza dell’interesse
pubblico su quello particolare e in particolare di una società più libera
perché più uguale.
La scelta europea deve essere
netta, perché così è richiesto dalla
dimensione delle sfide da affrontare e dei problemi da risolvere, ma questa
Europa deve essere democratica nelle sue istituzioni e sociale nei suoi fini,
come del resto è detto nel preambolo del trattato istitutivo dell’Unione
Europea: “ISPIRANDOSI alle eredità
culturali, religiose e umanistiche dell'Europa, da cui si sono sviluppati i
valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della
libertà, della democrazia, dell'uguaglianza e dello Stato di diritto”,
Sotto i colpi di maglio delle
politiche di austerità , ha ancora un
senso che i principi dell’Unione Europea confermino “ il proprio attaccamento ai diritti sociali fondamentali quali
definiti nella Carta sociale europea firmata a Torino il 18 ottobre 1961 e
nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori del
1989” ovvero sono solo un omaggio retorico, che nasconde scelte opposte,
come è dimostrato dal crescente divario tra la parte più ricca e quella più
povera della società e l’erosione del potere di acquisto di salari e stipendi
rispetto a profitti in atto sia pure con
diversi ritmi in quasi tutti i paesi europei da almeno un decennio a questa
parte.
L’Unione Europea si può rafforzare
se i popoli la sentono come una cosa loro, attenta ai loro sogni e bisogni,
sensibile ai loro umori e timori e soggetta al controllo democratico dell’opinione pubblica sulle sue decisioni,
perché retta da una combinazione
virtuosa di democrazia rappresentativa e di partecipazione popolare, per
cui movimenti ad ogni livello e partititi politici europei siano in grado di
esprimere, rappresentare e tradurre in scelte concrete le aspettative dei cittadini
e delle cittadine europee, come di tutti quelli che vivono, studiano e
lavorano stabilmente[ e legalmente?] nel territorio dell’Unione.
Superamento del deficit democratico rafforzamento delle istituzioni
Grandi passi sono stati compiuti
aumentando i poteri del parlamento europeo, cioè dell’organo eletto dai
cittadini europei, ma il governo dell’UE non deve godere della fiducia del
Parlamento, che può escludere la conferma di singoli commissari.
L’evoluzione federalista della UE
in un contesto multilinguistico e con un sistema ancora debole dei partiti
europei rende difficile la formazione di un esecutivo europeo su base esclusivamente politica, ma piuttosto un
governo come il Consiglio Federale svizzero, con un equilibrio tra aree
geografiche e linguistiche, nel quale l’indirizzo politico sia affidato ad un
Presidente della Commissione eletto direttamente dai cittadini europei con una doppia maggioranza di voti e di
Stati, che rappresentino la maggioranza della popolazione dell’Unione.
Senza un rafforzamento delle
istituzioni e senza un governo dell’UE non è posibile che L’Europa diventi un
soggetto della scena politica internazionale all’altezza delle sue
responsabilità come fattore di pace e di cooperazione internazionale, di
sviluppo equilibrato e di stabilizzazione e riforma dei mercati finanziari.
Nel sistema di governo dell’Unione
va rafforzata la partecipazione diretta delle Regioni e delle autonomie
locali e dei rappresentanti di
lavoratori, imprenditori e consumatori alla determinazione delle politiche
dell’Unione Europea.
In ogni caso il deficit
democratico non è superabile senza una partecipazione elettorale più elevata,
quindi con la necessità di avere
finalmente una legge elettorale unica, come previsto dai Trattati e con
l’eliminazione di soglie di sbarramento e di ostacoli all’effettiva
partecipazione dei cittadini europei non
residenti nel paese della loro cittadinanza. La decisione della Corte
Federale Costituzionale tedesca sull’illegittimità di soglie di
sbarramento nelle elezioni per il
rinnovo del Parlamento europeo costituisce
un’indicazione di cui tenere conto al pari della raccomandazione della Commissione Europea agli Stati membri
di introdurre nelle leggi elettorali per il rinnovo delle loro delegazioni
nazionali nel PE un chiaro riferimento ai gruppi politici europei.
La legge elettorale europea
italiana vigente è il frutto delle
elezioni del 2008, superate da quelle del 2013 e deve essere riformata per
superare aspetti problematici quali la sottrazione di seggi alle circoscrizioni
e quindi alla rappresentanza delle popolazioni dei territori, l’esclusione di
minoranze linguistiche riconosciute e la discriminazione derivante da soglie di
accesso nazionali e dalla mancata previsione di coalizioni di liste, se non
limitatamente alle minoranze linguistiche francese, slovena e tedesca e non a
quelle politiche affini: una discriminazione incompatibile con l’art. 3 c. 1
della Costituzione
Un nuovo sviluppo sostenibile,
equilibrato e inclusivo. Rivoluzione produttiva fondata sulla ricerca e
l’innovazione
Un nuovo sviluppo sostenibile,
equilibrato e inclusivo. Rivoluzione produttiva fondata sulla ricerca e
l’innovazione
Concepita dai nostri padri, dopo
l’ennesima tragedia della seconda guerra mondiale, come lo strumento di
unificazione, di pace e solidarietà dei popoli europei, capace di garantire i
valori della democrazia, della giustizia e del progresso sociale, l’Unione
Europea dopo la adozione della moneta unica sta subendo un processo di crisi
drammatica che aggrava gli squilibri fra i vari paesi, le contraddizioni
sociali al loro interno con la disoccupazione e i tagli al welfare, fino a
mettere seriamente a repentaglio il modello sociale europeo, e indebolisce le
istituzioni democratiche e i diritti dei lavoratori a favore delle sedi
tecnocratiche e del potere dei mercati finanziari.
L’adozione di una moneta comune,
senza una preliminare costruzione di un adeguato governo economico e
finanziario dell’Eurozona, ha condotto ad una crescita delle divergenze nel
rapporto tra costo del lavoro e produttività
e quindi ad una riduzione di competitività dei paesi periferici
dell’area euro, i cosiddetti PIIGS. Questi squilibri sono rimasti sottotraccia
finché i capitali hanno continuato ad affluire dai paesi centrali ai paesi
periferici; una condizione che è proseguita finché lo scoppio della crisi
economica non ha fatto rifluire i capitali, facendo emergere i gravi squilibri
delle bilance commerciali dei paesi europei che hanno il loro perno nello
straordinario surplus commerciale della Germania. L’assistenza alle banche
europee colpite prima dal fallimento della Lehman Brothers, poi dalle
conseguenze delle bolle immobiliari e degli squilibri commerciali in Europa, ha
trasferito il debito privato sulle spalle degli Stati, facendo esplodere la
crisi dei debiti sovrani su cui si è scatenata la speculazione finanziaria
internazionale, ben poco contrastata dalla BCE per i limiti posti dal suo
statuto e non contrastata dalla Unione Europea per il rifiuto di
mutualizzazione dei debiti sovrani.
Le strategie di superamento degli
squilibri, ispirate dalle destre europee e fin qui perseguite, mirano a far
ricadere l’onere del riequilibri esclusivamente sui paesi debitori. Alla base
di queste politiche vi è l’idea che il recupero di competitività si debba
raggiungere attraverso una riduzione dei salari o comunque un peggioramento
delle condizioni di lavoro nei paesi meridionali. A questo obiettivo rispondono
i tagli ai bilanci pubblici, le privatizzazioni e le riforme del mercato del
lavoro che finiscono per ridurre il potere contrattuale dei lavoratori e dei
contratti collettivi nazionali. Si è trattato di misure sin qui fallimentari
che hanno condotto ad un rapido aumento
della disoccupazione e ad un ulteriore desertificazione produttiva, ma che,
anche qualora ottenessero un calo drastico dei salari, come è avvenuto in Grecia,
non aprirebbero la via allo sviluppo, per il drastico calo della domanda
interna.
Non c’è da stupirsi se lo sviluppo
di questi processi negativi sta mettendo in discussione la stessa sopravvivenza
dell’Euro, sta minando negli strati popolari di molti paesi la fiducia
nell’Europa e se ciò colpisce in particolare le forze politiche di sinistra e
socialiste, accusate di non contrastare adeguatamente questi fenomeni. Ci
stiamo avvicinando dunque alle elezioni europee del 2014 in condizioni
preoccupanti per i socialisti e le forze progressiste. La preparazione del
programma comune per il prossimo Parlamento Europeo e le primarie per il nostro
candidato comune alla guida della Commissione Europea devono segnare un colpo
di reni.
Quel programma deve innalzare la
bandiera della difesa del lavoro e del Welfare, deve incrociare i bisogni e le
aspettative del mondo del lavoro e dei ceti popolari, che devono sentire che
c’è una forza politica europea che li richiama in primo piano e confida sul
loro protagonismo. Questa è sempre stato e deve restare lo spirito del
socialismo.
Sul piano economico compito della
sinistra europea, e delle forze socialiste e socialdemocratiche in primo luogo,
è quello di mostrare l’esistenza di percorsi alternativi. Non basta ammettere
la pesantezza della cura sin qui perseguite, come ha fatto recentemente il direttore del FMI con riferimento alla
Grecia, occorre ribaltare l’intero impianto di politica economica.
Nelle situazioni di depressione
economica, come quella attuale, il rilancio dell’occupazione non può passare
solo attraverso interventi dal lato dell’offerta o incentivi fiscali alle
aziende. Sono necessari investimenti pubblici finanziati da eurobonds che
consentano la creazione di posti di lavoro e la ripresa di un clima di fiducia
essenziale per fare ripartire gli investimenti privati. Gli investimenti sono
necessari anche per superare gli squilibri tra le economie europee: esistono
ancora forti squilibri in termini di dotazioni infrastrutturali che aggravano
gli squilibri di competitività. C’è poi la necessità di investire ulteriormente
in quei settori che da sempre l’Unione Europea ha identificato come strategici:
l’ambiente e l’energia. L’Europa può difendere e rafforzare il suo storico
modello di integrazione sociale solo se riesce a mantenersi sulla frontiera
delle nuove produzioni e per far questo è necessario investire molto anche
nella ricerca pura e applicata.
Per tutte queste tipologie di
investimento, non dovrebbe essere prevista la contabilizzazione delle spese nel
calcolo dei parametri del patto di stabilità.
Occorre inoltre riformare le
istituzioni europee creando una autorità che coordini la politica fiscale – un
Eurogruppo rafforzato e assegnando alla BCE l’obiettivo della piena occupazione
accanto a quello della stabilità dei prezzi. Una seria unione bancaria, che
preveda meccanismi di prevenzione e di risoluzione delle crisi finanziarie a
livello europeo va a completare tale quadro. La garanzia della BCE sui debiti
sovrani potrebbe comportare una significativa riduzione della spesa per
interessi per i paesi periferici consentendo loro di stabilizzare il rapporto
debito pubblico/Pil (senza assurde riduzioni in una fase di recessione) in
maniera compatibile con politiche moderatamente espansive; la Germania e gli
altri paesi centrali dovrebbero adottare invece politiche di bilancio più
marcatamente espansive volte ad assorbire col rilancio della domanda interna i
surplus commerciali.
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