mercoledì 2 ottobre 2013

2014 PER UN’EUROPA DEMOCRATICA E SOLIDALE documento del Gruppo di Volpedo



Già nel 2008 le elezioni anticipate italiane hanno preceduto quelle europee, impedendo che si delineasse una nuova fase politica della sinistra italiana, pienamente partecipe della dimensione europea e internazionale delle sfide.
 
 La crisi economica e finanziaria era già scoppiata ma le conseguenze  non erano ancora devastanti per la vita di milioni di persone nel nostro paese in termini di condizioni di vita e di lavoro, soprattutto perché non erano ancora operanti in tutta la loro durezza le ricette sbagliate per uscire dalla crisi: riduzione delle protezioni sociali, tagli indiscriminati ai bilanci pubblici e aumento del peso fiscale sui percettori di reddito da lavoro in tutte le sue forme. Miliardi di euro per salvare il sistema bancario si sono rivelati  un’occasione di guadagno insperato per chi si era esposto verso i paesi in difficoltà, come Irlanda, Portogallo e Grecia, in quest’ultimo caso pagati dai cittadini di quel paese con una durezza senza precedenti e del tutto inutilmente. Un’Europa solidale avrebbe agito in altro modo con minori costi per tutti, compresi i paesi con migliore situazione finanziaria e produttiva. Le elezione europee del 2014 devono rappresentare una svolta, già con la decisione del PSE di indicare un proprio candidato alla presidenza della Commissione Europea, si delinea un’alternativa politica. Per il suo successo occorre che aumenti la partecipazione elettorale, che nel 2009 è stata inferiore al 50% degli aventi diritto e sempre inferiore a quella delle elezioni nazionali. La ridotta partecipazione elettorale da maggior peso alle formazioni populiste, nazionaliste e non esenti da tratti di razzismo. Non è in gioco soltanto la costruzione di un’Europa unita, ma anche i suoi valori  ideali, senza i quali è minacciata la coesione sociale e, quindi, la convivenza democratica, che si fonda sulla giustizia e la libertà. Per i partiti della sinistra democratica e progressista, di cui i partiti socialisti socialdemocratici e laburisti del PSE rappresentano la parte più consistente è motivo di preoccupazione che nelle elezioni europee e nazionali siano proprio i propri elettori, dei ceti popolari e lavoratori che rappresentano il loro naturale insediamento, quelli che si astengono. Per fortuna sono ancora settori minoritari quelli che si fanno attrarre dalla demagogia e dalla protesta qualunquista e giovani e donne sono poco rappresentati nell’elettorato  dei partiti del PSE. La crisi e il modo per uscirne rappresenta la sfida, che la sinistra democratica, progressista e socialista deve vincere se vuole riconquistare il suo elettorato tradizionale e espandersi in ampi settori della classe media, anch’essa colpita dalla crisi in misura senza precedenti nel secondo dopoguerra. .  Non è facile, specialmente se non si ha il coraggio di aggredire i meccanismi finanziari  che hanno prodotto la crisi, i centri di potere economico che sono svincolati da qualsivoglia controllo democratico: sono imprese e conglomerati industriali-finanziari multinazionali, che si confrontano con stati nazionali, a volte con bilanci pubblici inferiori ai loro budget consolidati e senza giurisdizione nei loro  confronti. La sinistra democratica e socialista deve riuscire a livello internazionale a coniugare espansione della democrazia e giustizia sociale, come è riuscita a fare a livello nazionale, specialmente in Europa. Deve porre come priorità la prevalenza dell’interesse pubblico su quello particolare e in particolare di una società più libera perché più uguale.
La scelta europea deve essere netta, perché  così è richiesto dalla dimensione delle sfide da affrontare e dei problemi da risolvere, ma questa Europa deve essere democratica nelle sue istituzioni e sociale nei suoi fini, come del resto è detto nel preambolo del trattato istitutivo dell’Unione Europea: “ISPIRANDOSI alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell'Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza e dello Stato di diritto”,
Sotto i colpi di maglio delle politiche di austerità ,  ha ancora un senso che i principi dell’Unione Europea confermino “ il proprio attaccamento ai diritti sociali fondamentali quali definiti nella Carta sociale europea firmata a Torino il 18 ottobre 1961 e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori del 1989” ovvero sono solo un omaggio retorico, che nasconde scelte opposte, come è dimostrato dal crescente divario tra la parte più ricca e quella più povera della società e l’erosione del potere di acquisto di salari e stipendi rispetto a profitti  in atto sia pure con diversi ritmi in quasi tutti i paesi europei da almeno un decennio a questa parte.
L’Unione Europea si può rafforzare se i popoli la sentono come una cosa loro, attenta ai loro sogni e bisogni, sensibile ai loro umori e timori e soggetta al controllo democratico  dell’opinione pubblica sulle sue decisioni, perché retta da una combinazione  virtuosa di democrazia rappresentativa e di partecipazione popolare, per cui movimenti ad ogni livello e partititi politici europei siano in grado di esprimere, rappresentare e tradurre in scelte concrete le aspettative dei  cittadini  e delle cittadine europee, come di tutti quelli che vivono, studiano e lavorano stabilmente[ e legalmente?] nel territorio dell’Unione.
Superamento del deficit democratico rafforzamento delle istituzioni
Grandi passi sono stati compiuti aumentando i poteri del parlamento europeo, cioè dell’organo eletto dai cittadini europei, ma il governo dell’UE non deve godere della fiducia del Parlamento, che può escludere la conferma di singoli commissari.
L’evoluzione federalista della UE in un contesto multilinguistico e con un sistema ancora debole dei partiti europei rende difficile la formazione di un esecutivo europeo su base  esclusivamente politica, ma piuttosto un governo come il Consiglio Federale svizzero, con un equilibrio tra aree geografiche e linguistiche, nel quale l’indirizzo politico sia affidato ad un Presidente della Commissione eletto direttamente dai cittadini europei  con una doppia maggioranza di voti e di Stati, che rappresentino la maggioranza della popolazione dell’Unione.
Senza un rafforzamento delle istituzioni e senza un governo dell’UE non è posibile che L’Europa diventi un soggetto della scena politica internazionale all’altezza delle sue responsabilità come fattore di pace e di cooperazione internazionale, di sviluppo equilibrato e di stabilizzazione e riforma dei mercati finanziari.
Nel sistema di governo dell’Unione va rafforzata la partecipazione diretta delle Regioni e delle autonomie locali  e dei rappresentanti di lavoratori, imprenditori e consumatori alla determinazione delle politiche dell’Unione Europea.
In ogni caso il deficit democratico non è superabile senza una partecipazione elettorale più elevata, quindi con la necessità di avere  finalmente una legge elettorale unica, come previsto dai Trattati e con l’eliminazione di soglie di sbarramento e di ostacoli all’effettiva partecipazione dei cittadini europei non  residenti nel paese della loro cittadinanza. La decisione della Corte Federale Costituzionale tedesca sull’illegittimità di soglie di sbarramento  nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo costituisce  un’indicazione di cui tenere conto al pari della raccomandazione  della Commissione Europea agli Stati membri di introdurre nelle leggi elettorali per il rinnovo delle loro delegazioni nazionali nel PE un chiaro riferimento ai gruppi politici europei.
La legge elettorale europea italiana  vigente è il frutto delle elezioni del 2008, superate da quelle del 2013 e deve essere riformata per superare aspetti problematici quali la sottrazione di seggi alle circoscrizioni e quindi alla rappresentanza delle popolazioni dei territori, l’esclusione di minoranze linguistiche riconosciute e la discriminazione derivante da soglie di accesso nazionali e dalla mancata previsione di coalizioni di liste, se non limitatamente alle minoranze linguistiche francese, slovena e tedesca e non a quelle politiche affini: una discriminazione incompatibile con l’art. 3 c. 1 della Costituzione

Un nuovo sviluppo sostenibile, equilibrato e inclusivo. Rivoluzione produttiva fondata sulla ricerca e l’innovazione
Un nuovo sviluppo sostenibile, equilibrato e inclusivo. Rivoluzione produttiva fondata sulla ricerca e l’innovazione

Concepita dai nostri padri, dopo l’ennesima tragedia della seconda guerra mondiale, come lo strumento di unificazione, di pace e solidarietà dei popoli europei, capace di garantire i valori della democrazia, della giustizia e del progresso sociale, l’Unione Europea dopo la adozione della moneta unica sta subendo un processo di crisi drammatica che aggrava gli squilibri fra i vari paesi, le contraddizioni sociali al loro interno con la disoccupazione e i tagli al welfare, fino a mettere seriamente a repentaglio il modello sociale europeo, e indebolisce le istituzioni democratiche e i diritti dei lavoratori a favore delle sedi tecnocratiche e del potere dei mercati finanziari.

L’adozione di una moneta comune, senza una preliminare costruzione di un adeguato governo economico e finanziario dell’Eurozona, ha condotto ad una crescita delle divergenze nel rapporto tra costo del lavoro e produttività  e quindi ad una riduzione di competitività dei paesi periferici dell’area euro, i cosiddetti PIIGS. Questi squilibri sono rimasti sottotraccia finché i capitali hanno continuato ad affluire dai paesi centrali ai paesi periferici; una condizione che è proseguita finché lo scoppio della crisi economica non ha fatto rifluire i capitali, facendo emergere i gravi squilibri delle bilance commerciali dei paesi europei che hanno il loro perno nello straordinario surplus commerciale della Germania. L’assistenza alle banche europee colpite prima dal fallimento della Lehman Brothers, poi dalle conseguenze delle bolle immobiliari e degli squilibri commerciali in Europa, ha trasferito il debito privato sulle spalle degli Stati, facendo esplodere la crisi dei debiti sovrani su cui si è scatenata la speculazione finanziaria internazionale, ben poco contrastata dalla BCE per i limiti posti dal suo statuto e non contrastata dalla Unione Europea per il rifiuto di mutualizzazione dei debiti sovrani.

Le strategie di superamento degli squilibri, ispirate dalle destre europee e fin qui perseguite, mirano a far ricadere l’onere del riequilibri esclusivamente sui paesi debitori. Alla base di queste politiche vi è l’idea che il recupero di competitività si debba raggiungere attraverso una riduzione dei salari o comunque un peggioramento delle condizioni di lavoro nei paesi meridionali. A questo obiettivo rispondono i tagli ai bilanci pubblici, le privatizzazioni e le riforme del mercato del lavoro che finiscono per ridurre il potere contrattuale dei lavoratori e dei contratti collettivi nazionali. Si è trattato di misure sin qui fallimentari che  hanno condotto ad un rapido aumento della disoccupazione e ad un ulteriore desertificazione produttiva, ma che, anche qualora ottenessero un calo drastico dei salari, come è avvenuto in Grecia, non aprirebbero la via allo sviluppo, per il drastico calo della domanda interna.

Non c’è da stupirsi se lo sviluppo di questi processi negativi sta mettendo in discussione la stessa sopravvivenza dell’Euro, sta minando negli strati popolari di molti paesi la fiducia nell’Europa e se ciò colpisce in particolare le forze politiche di sinistra e socialiste, accusate di non contrastare adeguatamente questi fenomeni. Ci stiamo avvicinando dunque alle elezioni europee del 2014 in condizioni preoccupanti per i socialisti e le forze progressiste. La preparazione del programma comune per il prossimo Parlamento Europeo e le primarie per il nostro candidato comune alla guida della Commissione Europea devono segnare un colpo di reni.

Quel programma deve innalzare la bandiera della difesa del lavoro e del Welfare, deve incrociare i bisogni e le aspettative del mondo del lavoro e dei ceti popolari, che devono sentire che c’è una forza politica europea che li richiama in primo piano e confida sul loro protagonismo. Questa è sempre stato e deve restare lo spirito del socialismo.

Sul piano economico compito della sinistra europea, e delle forze socialiste e socialdemocratiche in primo luogo, è quello di mostrare l’esistenza di percorsi alternativi. Non basta ammettere la pesantezza della cura sin qui perseguite, come ha fatto recentemente  il direttore del FMI con riferimento alla Grecia, occorre ribaltare l’intero impianto di politica economica.
Nelle situazioni di depressione economica, come quella attuale, il rilancio dell’occupazione non può passare solo attraverso interventi dal lato dell’offerta o incentivi fiscali alle aziende. Sono necessari investimenti pubblici finanziati da eurobonds che consentano la creazione di posti di lavoro e la ripresa di un clima di fiducia essenziale per fare ripartire gli investimenti privati. Gli investimenti sono necessari anche per superare gli squilibri tra le economie europee: esistono ancora forti squilibri in termini di dotazioni infrastrutturali che aggravano gli squilibri di competitività. C’è poi la necessità di investire ulteriormente in quei settori che da sempre l’Unione Europea ha identificato come strategici: l’ambiente e l’energia. L’Europa può difendere e rafforzare il suo storico modello di integrazione sociale solo se riesce a mantenersi sulla frontiera delle nuove produzioni e per far questo è necessario investire molto anche nella ricerca pura e applicata.
Per tutte queste tipologie di investimento, non dovrebbe essere prevista la contabilizzazione delle spese nel calcolo dei parametri del patto di stabilità. 

Occorre inoltre riformare le istituzioni europee creando una autorità che coordini la politica fiscale – un Eurogruppo rafforzato e assegnando alla BCE l’obiettivo della piena occupazione accanto a quello della stabilità dei prezzi. Una seria unione bancaria, che preveda meccanismi di prevenzione e di risoluzione delle crisi finanziarie a livello europeo va a completare tale quadro. La garanzia della BCE sui debiti sovrani potrebbe comportare una significativa riduzione della spesa per interessi per i paesi periferici consentendo loro di stabilizzare il rapporto debito pubblico/Pil (senza assurde riduzioni in una fase di recessione) in maniera compatibile con politiche moderatamente espansive; la Germania e gli altri paesi centrali dovrebbero adottare invece politiche di bilancio più marcatamente espansive volte ad assorbire col rilancio della domanda interna i surplus commerciali.





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