Per questi motivi appare del tutto insufficiente l’idea
caritatevole dell’assistenza che pare prevalente al fine di soddisfare l’ansia
della coscienza malata dell’Occidente: serve la ribellione, la ribellione delle
grandi masse di popolo che non riconoscano più confini, ma individuino nella
ferocia del capitalismo il nemico da abbattere, per una società da ricostruire
pietra su pietra.
La drammatica vicenda del naufragio di Lampedusa (uno solo
tra i tantissimi verificatisi nel corso di questi anni attorno alle più diverse
frontiere del mondo) ha scatenato la corsa alla ricerca dell’effetto che fa “la
tragedia umanitaria”.
Istituzioni civili e religiose, rappresentanti di
improbabili soggetti politici, mezzi di comunicazione di massa, settori di
opinione pubblica scoprono, mostrando colpevole meraviglia, uno stato di cose
del tutto insopportabile in nome, come minimo, della dignità della vita umana.
Si affannano queste istituzioni, questi mezzi di
comunicazione di massa, questi politici a giustificare questo inaccettabile
stato di cose, a esaltare il proprio ruolo, nel fare della tragedia occasione
di mistificazione e di propaganda fino a sfociare in un peloso “umanitarismo”
di facciata e di maniera.
Il tutto teso a un obiettivo: quello di mantenere le
distanze economiche, sociali e politiche che dividono il mondo ben più della
scoperta, del tutto inopportuna, di un nuovo “checkpoint Charlie” collocato al
centro del canale di Sicilia.
Il nodo di fondo, invece, è sempre quello dello
sfruttamento, dell’utilizzo della persona umana per costruirvi sopra diseguaglianze,
ingiustizie, sopraffazioni.
E’ ancora il tema del riscatto sociale, dell’eguaglianza
quale finalità ultima dell’operato umano.
Il tema delle grandi lotte che hanno accompagnato l’epoca
dello sviluppo industriale, il tema della consapevolezza collettiva della
necessità di offrire la concreta prospettiva di una società diversa, il tema di
una nuova cultura delle relazioni pubbliche e personali: sono ancora questi i
punti sui quali sviluppare il nostro impegno, la nostra riflessione, la nostra
volontà d’azione.
Va rifiutata la mistificazione di cui ci sentiamo
circondati, va rafforzata l’idea del conflitto destinato a mutare i rapporti di
forza, la realtà dell’apparentemente immutabile divisioni in classe.
Sentiamo addosso il peso delle ingiustizie colossali che
vediamo compiersi in questo mondo malato di egoismo, di ricerca esclusiva della
ricchezza personale, di mantenimento di una dimensione storica fondata sulle
ingiustizie.
Per questi motivi appare del tutto insufficiente l’idea
caritatevole dell’assistenza che pare prevalente al fine di soddisfare l’ansia
della coscienza malata dell’Occidente: serve la ribellione, la ribellione delle
grandi masse di popolo che non riconoscano più confini, ma individuino nella
ferocia del capitalismo il nemico da abbattere, per una società da ricostruire
pietra su pietra.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie