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| Marcia su Roma - da wikipedia.org |
La
ricorrenza della Marcia su Roma (28 ottobre 1922) non può essere lasciata sotto
silenzio: il fascismo è stato uno dei fenomeni politici decisivi del XX secolo
non solo in Italia e la memoria di ciò che è stato, da quel punto di vista,
andrebbe conservata e alimentata di continuo attraverso l’utilizzo di opportune
coordinate di comparazione storica.
Ciò non sta
accadendo da molti anni e il rischio (ben più di un rischio) che si sta
correndo è quello di uno smarrimento non solo dal punto di vista della realtà
dei fatti (Mussolini il più grande statista del ‘900: Mussolini che mandava praticamente
in vacanza gli oppositori. Tanto per ricordare due banali esempi di ciò che si
è ascoltato negli ultimi tempi) ma proprio sul piano dei riferimenti storico –
teorici il cui utilizzo risulta decisivo perché si svolgano, adesso come
adesso, valutazioni esatte e s’impedisca a determinati fenomeni di
ripresentarsi sulla scena della storia.
Si è così
pensato di evitare, nell’occasione, una mera ricostruzione di quei lontani
episodi ma di entrare nel merito di una delle analisi più importanti che nel merito,
a fascismo trionfante, furono sviluppate all’interno della sinistra italiana.,
Ci si
occuperà, infatti, dell’interpretazione del fascismo fornita da Palmiro
Togliatti che se ne occupò particolarmente nel 1935 tenendo a Mosca delle
apposite lezioni, i cui testi furono poi riuniti in un volume.
Per il
presente lavoro ci si è avvalsi, invece, soprattutto di un testo uscito nel
1970, a cura di Renzo De Felice “Il fascismo nell’interpretazione dei
contemporanei e degli storici”, poi ampliato e riedito nel 1998 a cura di
Giovanni Sabatucci.
Il punto di
partenza dell’interpretazione togliattiana può essere considerato quello
relativo alla valutazione del fascismo come fenomeno non derivante unicamente
dalla reazione capitalistica.
Esso
comprendeva, infatti, almeno secondo l’analisi cui si sta facendo riferimento,
molti elementi.
Comprendeva
un movimento delle masse piccolo – borghesi rurali: era anche una lotta
politica condotta da certi rappresentanti della piccola e media borghesia
contro una parte delle antiche classi dirigenti; era un tentativo di creare
un’organizzazione unificata, estendendosi a tutto il Paese, raggruppante una
frazione di piccoli borghesi delle città diretti da elementi declassati, ex
ufficiali, disoccupati professionali; era, infine, un’organizzazione militare
che poteva pretendere di opporsi con probabilità di successo alle forze armate
regolari dello Stato.
Comprendendo
il fascismo tutti questi elementi, oltre alla reazione capitalistica, il suo
sviluppo non avrebbe potuto essere altro che completo.
Risultava
assolutamente ingenuo ritenere, almeno nel giudizio sviluppato nel corso delle
“Lezioni”, che il capitalismo si sarebbe servito di questo movimento come di
uno strumento destinato a rompere la forza del proletariato, salvo a metterlo
in seguito da parte per continuare a mantenersi al potere tornando alle forme
abituali, servendosi delle stesse istituzioni, degli stessi uomini politici,
degli stessi metodi di prima.
La
complessità del fenomeno fascista fece sì che l’evoluzione del movimento non
fosse determinata esclusivamente dal fine verso il quale tendevano la borghesia
e gli agrari, ma fosse anche influenzata da altri motivi, di carattere diverso,
da altri impulsi, sorgenti dal seno stesso del movimento e che, in certi
momenti, cercarono persino di dominarlo.
Nel corso
delle “Lezioni” Togliatti non nascose i limiti della reazione al fenomeno
fascista anche, e soprattutto, da parte dello stesso Partito Comunista che fece
mostra di “semplicismo”.
Un
“semplicismo” che ebbe almeno due conseguenze, foriere di gravi danni.
La prima
conseguenza riguardava l’aver ignorato, da parte dei comunisti, come sarebbe
stato possibile impedire al fascismo di conquistare certi ambienti della
piccola borghesia.
I comunisti,
infatti, rinunciarono ad accentuare le contraddizioni che lo stesso movimento
fascista produceva all’interno delle masse piccolo – borghesi.
La seconda
conseguenza era quella di aver sottovalutato il meccanismo della violenza per
la conquista del potere, ignorando -
fino all’ultimo – la possibilità di un colpo di stato.
Passiamo
così all’analisi critica di certe caratteristiche “tipo” presentate dal
fascismo proprio nella fase in cui si tennero le “lezioni” togliattiane.
Per prima
cosa si poteva affermare che il fascismo rappresentava il sistema di reazione
integrale più conseguente che fosse esistito fino a quel momento, nei paesi
dove il capitalismo aveva raggiunto un certo grado di sviluppo.
Questa
affermazione non si basava sugli atti terroristici feroci, né sul gran numero
di operai e contadini assassinati, né sulla crudeltà dei sistemi di tortura
applicati su vasta scala, né sulla severità delle condanne.
Era
motivata, piuttosto, dalla soppressione sistematica di ogni forma di
organizzazione autonoma delle masse che si era verificata in un Paese dove la crisi del primo dopoguerra aveva reso
ancora più profonde le contraddizioni
interne al capitalismo, che si erano manifestate con violenti conflitti.
Si era così
verificato , con l’avvento al potere del fascismo, un processo di stabilizzazione che aveva assunto la forma
di una diminuzione feroce dei salari, un odioso sfruttamento dei consumatori,
una tassazione inaudita dei produttori piccolo – borghesi.
Questo
programma economico non avrebbe potuto essere realizzato se la popolazione
lavoratrice e soprattutto il proletariato non fossero stati privati
precedentemente di ogni possibilità di
mettersi in movimento ed è per questo motivo, questa la valutazione di fondo
contenute nel messaggio lanciato dalle “Lezioni”, che era seguita rapidamente
una trasformazione reazionaria di tutta la vita politica del Paese.
Una
trasformazione reazionaria che aveva avuto un forte peso nei rapporti tra le
classi, non considerando soltanto le grandi classi antagonistiche della società
moderna, borghesia e proletariato, ma anche rispetto ai rapporti che queste due
classi principali mantenevano con le loro classi intermedie, che si
interponevano e si spostavano tra di loro.
In questo
senso la situazione italiana era gradualmente mutata, dall’avvento al potere
del fascismo in avanti, verso la costruzione di un sistema reazionario
“generale” nel quale trovava posto un “movimento reazionario di massa”
realizzatosi attraverso un cambiamento immediato e totale nell’atteggiamento
delle classi medie.
A questo punto
il fascismo fu anche obbligato a diventare reazionario nell’interno stesso
della sua organizzazione compiendo, a quel livello, una trasformazione
abbastanza rapida, generale e profonda.
In seguito a
questo processo il fascismo si affermò definitivamente non più soltanto come
strumento di reazione e repressione, ma anche come centro di unità politica di
tutte le classi dirigenti: capitale finanziario, grande industria, agrari.
Il fascismo
si era così identificato con il capitalismo italiano perdendo così il carattere
di movimento autonomo espressione di certi strati sociali intermedi (com’era
stato nel momento della sua origine) saldandosi intimamente con la sua stessa
organizzazione, alla struttura economica e politica delle classi dirigenti
travolgendo di fatto le vecchie classi dirigenti liberali.
Nelle tesi
principali esposte dalle “Lezioni” togliattiane si evince, così, che il
fascismo aveva portato con sé una trasformazione della stessa dottrina dello
Stato, inteso a quel punto come Stato borghese espressione di una dittatura del
capitale finanziario e della grande industria: un’ideologia che rappresentava
il logico coronamento della dittatura della borghesia.
Fin qui,
schematicamente riassunta l’analisi togliattiana che ebbe un grande peso
sull’elaborazione della linea dei Fronti Popolari, prima, e successivamente,
intrecciata a quella gramsciana realizzata attraverso la prima pubblicazione
dei “Quaderni del Carcere” avvenuta tra il 1948 e il 1951con la costruzione di
una forma originale di presenza dei comunisti italiani realizzata attraverso
l’elaborazione strategica del “partito nuovo” e l’apertura del solco teorico su
cui basare una “via italiana al socialismo” tesa alla costruzione della
“democrazia progressiva”. Un’elaborazione di grande spessore che nel clima ideologico della guerra fredda,
consentì di garantire la continuità della cultura democratica progressista
italiana, conquistando una generazione di intellettuali di cultura laica,
storicista e umanistica a posizioni genericamente marxiste, senza provocare
“lacerazioni troppo nette”.
Dalle
“Lezioni sul fascismo” alla costruzione di un grande blocco politico, sociale,
culturale realizzato, nel dopoguerra, attorno alla costruzione organizzativa
del PCI: questo elemento può forse rappresentare il lascito più importante, sul
quale studiare e riflettere ancora, di quella stagione.
Qualche
passaggio, infine, può risultare ancora utile adesso per una comparazione con
fatti che stanno accadendo attorno a noi.

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