La prima riflessione è legata ai dati sull’affluenza: hanno
votato 3.107.568 cittadini; appena 4.859 cittadini in più di quanti ne votarono
nel 2009 (3.102.709), cioè alle primarie che si svolsero per eleggere il
segretario del Pd (solo che nel 2009 le primarie erano solo del PD e queste,
invece, erano primarie di coalizione); e ben al di sotto dei 4 milioni e passa
di partecipanti al voto nelle primarie che incoronarono Prodi nel 2006.
Non si può negare che l’affluenza anche a queste ultime
primarie sia stata comunque alta, rilevante e segno di una indubbia capacità
attrattiva dei partiti che hanno organizzato l’evento.
Ma una riflessione sull’affluenza non può non rilevare il
dato che comunque la partecipazione registra un calo. E anche abbastanza
significativo (attorno al 25%) se si confrontano queste ultime primarie con
quelle del 2006. Ancora più significativo se pensiamo che l’esito delle
primarie del 2006 era del tutto scontato, mentre quello di quest’anno non lo
era affatto, per cui, in linea teorica, avrebbe dovuto stimolare di più la
partecipazione.
Questo dato è dunque indice di una certa disaffezione
dell’elettorato di riferimento verso questo strumento di partecipazione e verso
i partiti che lo hanno utilizzato. Tanto più significativa in quanto si
registra all’interno del nocciolo duro di quell’elettorato.
La seconda riflessione riguarda la voglia di partecipazione
della gente. Essa è, con tutta evidenza, ancora molto alta. Nonostante le tante
prove di inaffidabilità che hanno dato (anche) i partiti di centrosinistra (almeno)
in questi ultimi venti anni e le conseguenti (a volte gravi) frustrazioni che i
cittadini, che a quei partiti facevano (e fanno) riferimento, hanno dovuto
subire.
Questa voglia di partecipazione non solo non va snobbata
(come forse con un atteggiamento un po’ aristocratico anche io sono stato
portato a fare nei giorni scorsi), ma deve essere considerata un capitale
positivo, su cui si deve e si può contare (anzi da cui non si può prescindere)
per un rinnovamento della politica nel nostro paese.
E, tuttavia, non si può negare (ed è questa la terza
riflessione da fare) che questa voglia di partecipazione nella maggior parte
dei casi si limita al momento del voto alle primarie. La maggior parte delle
persone che è andata a votare alle primarie non fa vita di partito e manco di
qualche associazione.
Per cui la partecipazione alle primarie si accompagna
comunque nella maggior parte dei casi a una delega in bianco (tutt’al più
mugugnante) ai partiti negli altri momenti della vita politica.
In alcuni casi si basa anche su una carente informazione e
consapevolezza, che sono (o dovrebbero essere), invece, le premesse
indispensabili di una vera partecipazione. Ho sentito con le mie orecchie
persone, in fila ai seggi, dire che al primo turno avrebbero votato Vendola e
al secondo( eventuale) Renzi. Segno evidente che sapevano ben poco sia del
programma di Vendola che di quello di Renzi e che il loro voto si basava su considerazioni
poco meditate o abbastanza superficiali.
Questo dato non è certo confortante. Meno che mai
entusiasmante.
La quarta riflessione è che il candidato più di sinistra
(cioè Vendola) ha raggiunto un risultato tutto sommato modesto (485.158 preferenze,
pari al 14,7%), sicuramente al di sotto di quello che era per lui l’obiettivo
minimo (il 20%).
Risultato addirittura inferiore (pure se di poco in termini
percentuali, ma non di poco in termini assoluti) a quello raggiunto da
Bertinotti nel 2006, che ottenne 631.592 preferenze.
Risultato che può essere considerato una vera e propria
debacle politica per chi aveva fatto delle primarie l’asse fondamentale della
propria strategia politica e che nei sondaggi che si facevano appena un anno fa
veniva dato addirittura vincente nei confronti di qualsivoglia ipotetico
candidato (dello stesso Bersani).
Risultato del tutto insufficiente per chi (leader e
organizzazione politica) due anni fa, al Congresso di Firenze, si era posto
l’obiettivo ambizioso di “riaprire la partita”, di uscire dal “minoritarismo”, di
rifondare la Sinistra. E
che oggi si ritrova (tristemente) ad essere (nei fatti) un leader e una
corrente esterno/a e fortemente minoritario/a del PD.
Cioè di un partito nel quale convivono già (almeno) due anime:
una moderatamente socialdemocratica e, quindi, centrista (quella di Bersani) e
un’altra dalle connotazioni marcatamente e dichiaratamente neoliberiste e,
quindi, di destra (quella che oggi trova in Renzi il suo nuovo leader, dopo averlo
avuto nel recente passato in Veltroni).
Nel quale, quindi, non si capisce come possa trovare posto
una nuova, terza corrente, che, almeno a parole, si presenta di sinistra
radicale.
A me sembra, in conclusione, che questa vicenda abbia segnato
la parabola discendente e definitiva dell’esperienza politica di Sel (e del suo
leader), dopo appena due anni dalla sua nascita.
Esperienza che pure aveva suscitato grandi attese e speranze
in un vasto popolo di sinistra. Ma attese e speranze rivelatesi, alla luce
della pratica e delle scelte di Sel (e del suo leader) di questi ultimi due
anni, in gran parte illusorie e già in buona smentite.
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