Cari compagni fra i più amati che ho,
dopo lo sciopero del 14 mi verrebbe da raccontare la storia
delle formichine che combattono fra di loro, mentre il formichiere attende
sicuro di restare il padrone della situazione. Ma lo farò in un'altra lettera.
Ora mi preme provare a farci coraggio, a superare un momento
difficile che non è costituito da qualche spintone fra noi e i giovani, o i
centri sociali. Noi siamo stati fortunati, ad Ancona, a limitarci a questi
vecchi dissapori, mentre in tante parti d'Italia e d'Europa la Polizia
confermava il suo ruolo di guardiano delle casseforti e del Potere. La violenza
è per me sempre un fatto di massa: se è utile fronteggiare la Polizia per
dimostrare qualcosa di giusto, come il posto di lavoro ai Cantieri, simbolo della
città, essa va preparata, ma non per imporla ad un corteo ignaro, ma per
esprimere la condizione di una città. Qualcosa di simile avevo tentato di dire
ad un'assemblea alla Casa delle Culture prima del 15 ottobre del 2011. Avevo
detto che un luogo di lavoro è patrimonio di una città, gloria e vanto della
stessa. Cresciuto come sono in sostegno alla Fabbrica Benelli di Pesaro, che ci
fu ridotta e quasi chiusa con la connivenza di parte dell'allora PCI e di parte
della CGIL, e stessa sorte toccò alle
Costruzioni meccaniche Pesaresi, CMP ex Montedison, non faccio il poeta quando
m'infiammo su questi temi, e propongo di far conoscere il lavoro ai cittadini,
perchè si affratellino fra di loro ed anche a voi. Ricordo benissimo che queste
proposte, come anche quelle di Quercetti e Brandoni furono accantonate da chi
conduceva la assemblea, quei coraggiosi compagni “senza casacca” che amano la
lotta diffusa sul territorio ma hanno difficoltà a parlare col popolo comune, a
fraternizzare quando non ci sono gesti dannunziani da compiere.
Vado al punto: si possono commettere errori nella conduzione
di un corteo, o subirli. Ma non si può ignorare che i giovani di questi tempi
apprezzino maggiormente i simboli dell'antagonismo che quelli della lotta di
classe. Passeranno gli anni. Quella che noi dobbiamo saper ritrovare è la
voglia di superare questi simbolismi, ritrovare il senso di una unità, che
passa anche dal proporre a questa città un piano di uscita dalla crisi, fatto
di opere pubbliche, di uffici comunali utili tenuti aperti magari dai
disoccupati, di gente che torna ad uscire dalle case. Non è troppo: gli operai
lo possono fare, possono costringere la CGIL ma anche i partiti a prendere
posizione. Su questi temi si possono costruire unità ampie, e chiedere conto al
Comune ed alla Prefettura della loro immobilità. Però per questi obiettivi
dobbiamo abbandonare i sensi di inferiorità che alle volte sentiamo nei
confronti di certi ceti molto intellettualizzati che ci vengono a fare la
lezione, che mercoledì urlavano”Quando la CGIL troverà il coraggio”, mentre
loro il coraggio di prendere sempre il primo posto nel corteo, organizzato da
noi, lo trovano sempre. A parole sono i primi coi migranti, coi precari, come
se la lotta di classe fosse una gara a chi taglia il nastro di partenza. Il
nastro che va tagliato è quello dell'arrivo, che se non è la rivoluzione è il
ritorno dell'articolo 18, della scala mobile, la fine delle
internazionalizzazioni, delle delocalizzazioni, dei tagli alla scuola, alla
sanità.
Io volevo solo esprimere un desiderio ed una proposta, che
per me sarà anche elettorale, ma per tutti deve essere una ripresa del lavoro
comune, a partire dalle firme 8-18, dalla struttura del contratto, dalle
pensioni. A sabato, ed anche ai giorni seguenti. Parliamone.
Marcello Pesarini, PRC, già coordinatore dello Stato Sociale
per il PRC Marche ed attivista di Antigone Marche e della rete Migranti
“Diritti Ora!”
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