domenica 18 novembre 2012

CARI COMPAGNI FRA I PIU' AMATI CHE HO di Marcello Pesarini


Cari compagni fra i più amati che ho,
dopo lo sciopero del 14 mi verrebbe da raccontare la storia delle formichine che combattono fra di loro, mentre il formichiere attende sicuro di restare il padrone della situazione. Ma lo farò in un'altra lettera. 

Ora mi preme provare a farci coraggio, a superare un momento difficile che non è costituito da qualche spintone fra noi e i giovani, o i centri sociali. Noi siamo stati fortunati, ad Ancona, a limitarci a questi vecchi dissapori, mentre in tante parti d'Italia e d'Europa la Polizia confermava il suo ruolo di guardiano delle casseforti e del Potere. La violenza è per me sempre un fatto di massa: se è utile fronteggiare la Polizia per dimostrare qualcosa di giusto, come il posto di lavoro ai Cantieri, simbolo della città, essa va preparata, ma non per imporla ad un corteo ignaro, ma per esprimere la condizione di una città. Qualcosa di simile avevo tentato di dire ad un'assemblea alla Casa delle Culture prima del 15 ottobre del 2011. Avevo detto che un luogo di lavoro è patrimonio di una città, gloria e vanto della stessa. Cresciuto come sono in sostegno alla Fabbrica Benelli di Pesaro, che ci fu ridotta e quasi chiusa con la connivenza di parte dell'allora PCI e di parte della CGIL, e  stessa sorte toccò alle Costruzioni meccaniche Pesaresi, CMP ex Montedison, non faccio il poeta quando m'infiammo su questi temi, e propongo di far conoscere il lavoro ai cittadini, perchè si affratellino fra di loro ed anche a voi. Ricordo benissimo che queste proposte, come anche quelle di Quercetti e Brandoni furono accantonate da chi conduceva la assemblea, quei coraggiosi compagni “senza casacca” che amano la lotta diffusa sul territorio ma hanno difficoltà a parlare col popolo comune, a fraternizzare quando non ci sono gesti dannunziani da compiere.
Vado al punto: si possono commettere errori nella conduzione di un corteo, o subirli. Ma non si può ignorare che i giovani di questi tempi apprezzino maggiormente i simboli dell'antagonismo che quelli della lotta di classe. Passeranno gli anni. Quella che noi dobbiamo saper ritrovare è la voglia di superare questi simbolismi, ritrovare il senso di una unità, che passa anche dal proporre a questa città un piano di uscita dalla crisi, fatto di opere pubbliche, di uffici comunali utili tenuti aperti magari dai disoccupati, di gente che torna ad uscire dalle case. Non è troppo: gli operai lo possono fare, possono costringere la CGIL ma anche i partiti a prendere posizione. Su questi temi si possono costruire unità ampie, e chiedere conto al Comune ed alla Prefettura della loro immobilità. Però per questi obiettivi dobbiamo abbandonare i sensi di inferiorità che alle volte sentiamo nei confronti di certi ceti molto intellettualizzati che ci vengono a fare la lezione, che mercoledì urlavano”Quando la CGIL troverà il coraggio”, mentre loro il coraggio di prendere sempre il primo posto nel corteo, organizzato da noi, lo trovano sempre. A parole sono i primi coi migranti, coi precari, come se la lotta di classe fosse una gara a chi taglia il nastro di partenza. Il nastro che va tagliato è quello dell'arrivo, che se non è la rivoluzione è il ritorno dell'articolo 18, della scala mobile, la fine delle internazionalizzazioni, delle delocalizzazioni, dei tagli alla scuola, alla sanità.
Io volevo solo esprimere un desiderio ed una proposta, che per me sarà anche elettorale, ma per tutti deve essere una ripresa del lavoro comune, a partire dalle firme 8-18, dalla struttura del contratto, dalle pensioni. A sabato, ed anche ai giorni seguenti. Parliamone.

Marcello Pesarini, PRC, già coordinatore dello Stato Sociale per il PRC Marche ed attivista di Antigone Marche e della rete Migranti “Diritti Ora!”

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