Per fortuna le analisi relative al risultato elettorale
scaturito dalle urne siciliane domenica scorsa riguardano prevalentemente il
fenomeno dell’astensionismo-record registrato nell’occasione, piuttosto
dell’esito della competizione fra i candidati e i partiti.
Ho scritto per fortuna perché finalmente si cercherà di
indagare su di un elemento di rilevanti proporzioni e impatto politico che
finora, nonostante il suo progressivo svilupparsi, era stato tenuto da parte
quasi esorcizzato, nella logica di affermazione della governabilità rispetto a
quella della rappresentatività politica.
Eppure, in Italia, i numeri parlavano chiaro da tempo:
esaurita la fase del sistema proporzionale, dei grandi partiti di massa, del
“caso italiano” nella quale la partecipazione al voto alle elezioni politiche
(ma anche a quelle amministrative) aveva per circa quarant’anni superato il 90%
ed entrati nella fase del maggioritario e dei partiti “leggeri”, le percentuali
di partecipazione al voto erano via, via, calate almeno di 20 punti (con
momenti di vera e propria “depressione” nell’occasione dei ballottaggi alle
elezioni amministrative).
Nessuno se ne era preoccupato più di tanto, considerato che
l’emergere all’interno del sistema del meccanismo del “partito di cartello”
lasciava tutti i contendenti tranquilli circa la possibilità di spartizione
delle spoglie elettorali, essendo possibile – fra l’altro – presentarsi in
coalizione per superare le soglie di sbarramento (l’attuale sistema elettorale
prevede, all’interno delle coalizioni addirittura il ripescaggio del primo
escluso, alla Camera dei Deputati, sotto il 2%: la cosiddetta clausola Nuovo
PSI) per poi dividersi in gruppi e sottogruppi una volta arrivati all’interno
del Palazzo: fa sorridere, davvero sorridere, la dichiarazione rilasciata oggi
dal segretario del PD circa una possibile “balcanizzazione” del quadro
parlamentare, come se non avesse sotto gli occhi, il fenomeno della vera e
propria “polverizzazione” avvenuta, in questi anni dal 94 in poi, all’interno
del Parlamento.
I numeri di “Sicilia 2012” hanno portato, invece, a spirare
il vento di una diversa riflessione.
Prima di tutto va ricordato che la maggioranza delle
elettrici e degli elettori non ha partecipato al voto: un dato di estrema
importanza perché non rilevato in una dimensione territoriale di mediocre o
piccola entità, ma in una grande regione il cui esito (con la Lombardia) è
sempre risultato decisivo per la determinazione dell’andamento delle elezioni
legislative generali.
Ricordiamo alcuni passaggi: in sostanza il Presidente eletto
ha avuto il voto del 13% dell’intero corpo elettorale, con oltre 1.000.000 di
voti validi in meno rispetto al suo predecessore, e addirittura circa 200.000
voti in meno della candidata sconfitta nelle precedenti elezioni svoltesi nel
2008.
Tutti i partiti, tranne il Movimento 5 Stelle e l’IDV, hanno
subito pesantissimi salassi: PD – 248.648; Udc – 129.281; Pdl – 654.152; Mpa –
193.372; Sel-Fds – 72.723.
Saldo attivo, ricordavo poc’anzi, per Movimento 5 Stelle
238.607 e per l’IDV (che pure resta fuori dal Consiglio Regionale) 17.931.
Si è molto discettato sul grande successo del Movimento 5
Stelle e del suo candidato – presidente.
In realtà sotto quest’aspetto occorre sfatare alcune
leggende che stanno percorrendo la discussione politica: se noi guardiamo
all’intero complesso dell’elettorato il risultato del candidato del Movimento 5
stelle è inferiore al 9%, quindi non proprio una percentuale esaltante, tale da
sconvolgere il quadro.
In realtà, del resto, l’analisi dei flussi ci dice che
questo Movimento ha intercettato molto relativamente l’astensionismo: difatti
questo movimento ha raccolto circa 240.000 voti, mentre la crescita delle
diserzioni alle urne ha toccato quota 800.000, un raffronto quindi del tutto
negativo.
E’ stato calcolato, infatti, che soltanto il 44% di quei
240.000 voti provengono dall’astensione (quindi dagli esclusi) mentre il 56%
proviene da elettori di altri partiti (i cosiddetti “delusi), con una
percentuale (17%) analoga tra PD e PDL.
Di conseguenza la fuga dal PDL, che davvero c’è stata si è
riversata quasi completamente verso l’astensione: al punto da far pensare che
il principale soggetto operante sul territorio siciliano, esterno alla politica
ma sempre molto attento a determinarne gli equilibri, in quest’occasione abbia
deciso di disinteressarsi della vicenda.
I grandi timori, rivolti da tutti i partiti verso il
movimento 5 Stelle tacciato di “populismo e/o qualunquismo” derivano, non tanto
da un possibile stravolgimento delle logiche di governo (impossibili da
determinare, in un partito che ha ricevuto voti in maniera così trasversale,
senza il provocarsi di tensioni molto forti all’interno, come fu ad esempio
nella Lega Nord a cavallo del 1994-95) ma dalla presenza di un nuovo e diverso
“attore” all’interno del “cartello” dei soggetti riconosciuti
istituzionalmente: insomma un convitato in più in un momento di sostanziale
penuria.
Torno però all’astensionismo: ormai considerato una scelta
politica a tutti gli effetti, con l’idea che, prevalentemente si tratta di una
sorta di “beneplacito” rivolto all’esistente, quale espressione di un’indifferenza
complessiva.
In realtà a questi livelli si pone un problema di vera e
propria legittimazione democratica del sistema.
La rappresentanza politica democratica può essere così
definita: una relazione di carattere stabile tra cittadini e governanti, intesi
gli uni e gli altri come soggetti pluralistici, per effetto della quale i
secondi sono investiti dall’autorità di governare in nome e nell’interesse dei primi
e sono soggetti a responsabilità politica per i propri comportamenti di fronte
ai cittadini stessi; autorità e responsabilità politica dei governanti sono
realizzate attraverso meccanismi istituzionali elettorali (Cotta-Della
Porta-Morlino ; il Mulino 2001).
Come si vede si tratta di un concetto complesso e
multidimensionale, in esso entrano elementi di almeno tre eccezioni: la
rappresentanza come conferimento di potere, come “agire nell’interesse di” e
come responsabilità, che si combinano completandosi tra di loro.
Inoltre, e questo è l’aspetto di rilievo essenziale, questa
combinazione si realizza in un contesto istituzionalizzato.
La compresenza sinergica dei diversi significati fa sì che
il concetto di rappresentanza investa una pluralità di dimensioni
dell’esperienza politica.
La rappresentanza è contemporaneamente principio di
legittimazione politica, struttura istituzionale e modalità di comportamento.
Cosa succede allora, se questo livello di rappresentanza
decade al di sotto della maggioranza del corpo elettorale, e in più, per via
delle soglie di sbarramento imposte per favorire la governabilità, restano
escluse altre elettrici ed elettori che pure avevano partecipato al voto?
Il problema di legittimità democratica esiste, e a questo
punto appare molto serio, e non vale sicuramente rispondere che “gli assenti
hanno sempre torto”.
E’ evidente, a questo punto, che il tema della legge
elettorale risulta assolutamente decisivo al fine di promuovere la possibilità
di inclusione, attraverso la qualità dell’offerta politica, per le espressioni
plurali del corpo elettorale.
Se si farà una legge elettorale (oppure se si manterrà
quella vigente) destinata semplicemente a mantenere potere di nomina e di spesa
per i partiti e a esaltare il meccanismo della governabilità, senza rivolgersi
al concetto di rappresentanza, così come ho cercato di descriverlo in quest’occasione,
si tratterà di un vero e proprio disastro democratico.
Non si illudano i principali partiti di risolvere questa
questione con le primarie, facendole passare come momento di partecipazione
democratica: prima di tutto le primarie si rivolgono al meccanismo della
personalizzazione della politica, oggi in evidente crisi in particolare nel
“caso italiano”, in secondo luogo appariranno, alla fine , anche dal punto di
vista numerico una vera e propria “tempesta in un bicchier d’acqua”.
Sistema proporzionale, preferenza unica, collegi di
dimensioni accettabili (i 32 disegnati nel 1958) per favorire anche la presenza
di forze di modeste dimensioni ma rappresentative sul serio di settori sociali
e politici veri, questi potrebbero essere i principi ispiratori della nuova
legge elettorale: la sinistra d’alternativa dovrebbe farsi carico di una
proposta e portarla all’attenzione del Paese, proprio in questo momenti di
grave crisi politica e istituzionale.
1 commento:
UNA RIFLESSIONE
di FELICE BESOSTRI
Le sorti della democrazia italiana sono in pericolo e tra le tante ragioni vi è l'assoluta antinomia del nostro sistema politico rispetto a quello prevalente in Europa( non trovo paese con un così elevato numero di partiti con il nome del leader nel loro logo), senza una formazione dominante/egemone/maggioritaria a sinistra, che si richiami al socialismo europeo.Non mi sembra che ci sia un chiara coscenza dei pericoli, altrimenti non si sarebbero celebrati i risultati sicliani, né che si voglia porre fine all'anomalia a sinistra. Se dopo 4 anni si ripropone una riedizione della Sinistra Arcobaleno non si è capito nulla, come anche è del tutto inedita una collaborazione con un Partito del PPE, l'UDC, se non come stato di necessità. Le critiche a Monti vedono spesso accomunati il populismo di destra e la sinistra antagonista, ma per un socialista democratico è indifendibile perché colpisce classi popolari e ceto medio e ha distrutto le autonomie in contrasto con un principio fondamentale della Costituzione repubblicana, in altre parole i pilastri sociali ed istituzionali della nostra democrazia e per di più è inefficace nel ridurre il rapporto deficit PIL. L'alternativa è solo Grillo? Se non ci piace quale è la nostra alternativa per incanalare la RABBIA VERSO UNA DIREZIONE DI RIFORME? Se la mentalità è quella che traspare anche d questa discussione non ci sono molte speranze. Una volta pensavo che la sinistra fosse in difficoltà perché prigioniera del passato, ora constato che è condizionata dalla cronaca e quindi incapace di progettare un qualsiasi futuro. AMEN
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