mercoledì 28 novembre 2012

L'IDEA DEL WELFARE STATE E LA SOSTENIBILITA' DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE di Franco Astengo



Ha suscitato molto rumore l’intervento del Presidente del Consiglio, Monti, a Palermo sui temi della sanità e della prevedibile “non sostenibilità” finanziaria del servizio sanitario nazionale: intervento poi chiarito ancor meglio, dal mio punto di vista, con l’aggiunta del “serviranno risorse aggiuntive”.

Ciò significa che siamo già su di un terreno diverso da quello della mera “privatizzazione” della sanità perseguita dai governi precedenti e che poi ha trovato, nell’ingigantimento della spesa dovuta al fallimento della regionalizzazione del settore, terreno fertile.
Questo Governo, nato con l’idea di rendere insuperabili le distanze sociali tra i diversi ceti, ridurre la condizione materiale di milioni di persone ai livelli di mera sussistenza in ragione del predominio assoluto dalla finanza sull’economia e sulla politica rende palese, anche in quest’occasione, il suo disegno che è quello di “ristrutturare” il rapporto tra il cittadino, i bisogni, la possibilità di soddisfarli da parte del “pubblico” attraverso l’intermediazione delle compagnie assicurative che interverranno sulla materia pesantemente, attraverso l’offerta al ceto medio benestante di coperture adeguate, rendendo così per gli altri la funzione dello Stato ancor meno che “minima” (come si diceva un tempo).
La privatizzazione quindi non passerà dalle strutture ma dai singoli cittadini che vorranno (o meglio potranno, dati gli elevati costi) adeguarsi a questa condizione: le risorse aggiuntive saranno così elargite alle compagnie assicurative e di conseguenza alle banche ormai considerate il vero e proprio “fulcro” del sistema, in luogo della rappresentatività e della dialettica politica.
Altro che “riduzione” nel rapporto tra politica e società, come pure c’era capitato di analizzare in passato: la mediazione ormai passa attraverso il sistema bancario, anche al riguardo dei temi più delicati riguardanti la vita quotidiana dei cittadini.
Per il resto, fin che potrà essere possibile, interverrà la sussidiarietà, che sarebbe meglio definire “carità” (non a caso il dicastero comprende tra i suoi membri anche uno dei fondatori della Comunità di Sant’Egidio, uno dei pilastri in questo tipo di considerazione delle relazioni sociali).
A questo punto credo che sia il caso di ricordare la definizione di Stato Sociale: un fatto non certo frutto dell’ideologia comunista e neppure socialdemocratica. Keynes, alle cui teorie generali il concetto è ispirato, e Lord Beveridge autore materiale del primo progetto di stato sociale in Gran Bretagna, ancora durante il secondo conflitto mondiale erano due liberali.
Riprendo Wilensky (dall’Enciclopedia del pensiero politico di Esposito e Galli, Laterza 2005): “Stato sociale può essere definito quello Stato che garantisce standard minimi di reddito, alimentazione, salute, abitazione, educazione, assicurati a ogni cittadino, come diritto politico e non come carità”.
Sicuramente dal tempo in cui questo principio fondamentale è stato enunciato molte cose sono cambiate, a partire da quello che era considerato un rapporto diretto tra crescita economica e occupazione, fino ai temi della crisi finanziaria globale, ma è proprio attorno all’idea di fondo, di eguaglianza, solidarietà, universalità che, ancor oggi, dobbiamo essere capaci di distinguerci, perché è soltanto legando assieme questi concetti all’idea del “diritto politico” che potrà essere possibile reclamare con grandissima forza e non da posizioni minoritarie una politica fiscale alternativa (oggi, 28 Novembre “Il Manifesto” ha pubblicato un’interessante tabella, a questo proposito, del gruppo “Sbilanciamoci”) e di redistribuzione del reddito.
E’ il caso di ricordare ancora come il Servizio sanitario nazionale nacque, in Italia, nel 1978 (legge n.833) in un momento in cui un ciclo di severa recessione investiva l’economia italiana.
Il quadro economico in cui esso nacque ha condizionato, a mio parere (ma sarebbe una storia troppo lunga da raccontare) il suo sviluppo e le dinamiche successive.
Nella situazione di oggi, però, non si tratta soltanto di difendere ciò che è ancora possibile difendere e di riformare il tanto che dovrebbe essere riformato, ma di riaffermare il principio di fondo del “diritto politico”: già far questo, nelle condizioni date, significa riavviare un pezzettino d’idea di un’alternativa possibile.

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