E’ stato proprio al riguardo della vicenda della siderurgia,
però, che il capitalismo italiano ha dimostrato tutta la sua grettezza, la sua incapacità d’innovazione,
la sua pervicace volontà di sfruttamento intensivo e senza scrupoli non solo
dei lavoratori della fabbrica ma anche dei cittadini e dello stesso territorio.
Sparisce la siderurgia da Piombino, si conclude una storia di 150 anni di lavoro
operaio; a Taranto è esploso, invece, nello stesso settore produttivo il più
grande conflitto tra la produzione e la salute che mai si sia verificato nella,
tormentatissima (sotto quest’aspetto) storia dell’industria italiana :da Seveso
all’ACNA, da Cornigliano alla Farmoplant, tanto per fare esempi del passato;
mentre nel presente a Taranto si può affiancare la vicenda della centrale
Tirreno Power a Vado Ligure.
E’ stato proprio al riguardo della vicenda della siderurgia,
però, che il capitalismo italiano ha dimostrato tutta la sua grettezza, la sua incapacità d’innovazione,
la sua pervicace volontà di sfruttamento intensivo e senza scrupoli non solo
dei lavoratori della fabbrica ma anche dei cittadini e dello stesso territorio.
In un settore nevralgico per qualsiasi paese industriale
(come del resto lo sono la chimica e l’energia) in un quadro di concorrenza
globale, al riguardo della quale la stessa appartenenza all’Unione Europea non
ha certo assunto una funzione positiva (pensiamo ad esempio alle delocalizzazioni
attuate per ricercare ancor più intensivi meccanismi di sfruttamento), il disastro
della siderurgia italiana deve essere attribuito a cause ben precise: la prima
e la principale delle quali deve essere considerata quella relativa allo
smantellamento delle Partecipazioni Statali e dell’IRI avvenuta a cavallo degli
anni’80-’90 del secolo scorso, con conseguenti privatizzazioni selvagge.
Profittatori di lungo corso si gettarono sull’osso, Riva,
Lucchini, semplicemente per spolparlo (come De Benedetti nell’energia, del
resto) e i risultati sono questi che vediamo, drammaticamente, sotto gli occhi:
migliaia di disoccupati, l’accumulo di un ritardo tecnologico enorme, danni
irreversibili all’ambiente.
Tutto questo senza suscitare un moto di coscienza in chi,
governando la politica e l’economia, ha causato questi danni enormi.
Poche righe credo sia sufficienti per descrivere efficacemente questa situazione: si tratta di un’enorme
questione morale che investe assieme i governanti e gli speculatori.
A quando una ribellione vera per contrastare un’ulteriore
deriva verso l’abisso? A quando un’espressione di riflessione e iniziativa
politica adeguata alla qualità di questo stato di cose e non rivolta,
esaustivamente, alla ricerca dell’interesse di bottega se non addirittura
personale?
All’inizio degli anni’60 si aprì, nella sinistra italiana, un’intensa
discussione sulla natura del capitalismo nostrano: un “capitalismo straccione”
che era, tutto sommato, da sostenere abbassando il tiro delle rivendicazioni
operaie, oppure un capitalismo capace di fortissima innovazione cui
contrapporre un’alternativa di sistema anche attraverso proposte dirette di
politica industriale?
L’esito di quel dibattito fu comunque quella di una crescita
della forza operaia, della capacità di rivendicazione e di contrattazione, di
passaggio dal sindacato delle commissioni interne e della scissione degli anni’50,
al sindacato dei consigli e dell’idea –forza dell’unità sindacale, lanciata a
cavallo della grande stagione del 68-69 con la saldatura delle lotte
studentesche con quelle operaie.
Le cose intorno ai noi sono profondamente cambiate e chi
visse quel tempo appena ricordato ormai non riconosce più nulla di ciò che si
trova intorno.
Il sindacato, messo brutalmente in un canto e considerato
soggetto da cancellare da parte dei principali protagonisti della politica, si
è posto da tempo in una condizione di atonia e di afasia.
Stiamo vivendo nella bolla di una colossale mistificazione
collettiva all’interno della quale si sta costruendo un vero e proprio regime:
la sinistra, quella che fu la sinistra, sembra non accorgersene e non riesce
proprio a dar voce alla legittima disperazione dei disoccupati, dei diseredati,
delle tante e dei tanti che si trovano costretti a vivere subendo la miseria di
una quotidianità degradata nei diritti e nelle condizioni di vita.
3 commenti:
"Il sindacato, messo brutalmente in un canto e considerato soggetto da cancellare da parte dei principali protagonisti della politica, si è posto da tempo in una condizione di atonia e di afasia "
Forse si é perso qualche puntata sul sindacato italiano e gli accordi che hanno firmato. Quelli sì che sono brutali.
Attenzione a usare certe frasi tra compagni: abbiamo vissuto tutti questi drammi giorno per giorno sulla nostra pelle e non ci siamo persi alcuna puntata. I riferimenti nell'articolo sono chiari: da un lato Renzi e Grillo che puntano emtrambi a cancellare i corpi intermedi. D'altro afasia e atonia die sindacati confederali proprio per responsabilità loro diretta anche attraverso gli accordi denunciati dal commento. Da aggiungere movimentismo e neo-corporativismo adottato dai sindacati di base, pur meritevoli sul piano dela combattività e il fatto che, alla fine, come in altri campi della vita politica, sociale e istituzionale del paese si è ricorsi sempre più spesso alla supplenza della magistratura. Infine il personalismo che è passato anche dalle parti del sindacato. Franco Astengo
concordo al 100%
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