Sembrano proprio freddini, questa mattina, “IL Sole 24 Ore”
e il “Corriere della Sera” nel merito
del provvedimento presentato ieri in conferenza stampa da Renzi e genericamente
indicato come quello degli “80 euro”.
Il vice-direttore del quotidiano confindustriale Fabrizio
Forquet sottolinea piuttosto il valore “una tantum” del bonus che sarà immesso
in busta paga e che per adesso è valido soltanto per il 2014, oltre a
sottolineare l’esclusione dei più poveri e delle partite IVA, giudicando che la
vera partita si giocherà sui tagli strutturali all’interno della prossima legge
di stabilità che sarà discussa in autunno, mentre l’editorialista politico di
punta dello stesso giornale, Stefano Folli, non ha remore nel giudicare l’operazione
come una manovra pre elettorale.
Il “Corrierone”, dal canto suo, nell’editoriale firmato da
Dario Di Vico, mette alla pari – anche nel titolo – il coraggio dimostrato dal
Governo e i dubbi che accompagnano l’operazione: un pro e contro che si rileva
anche nel catenaccio del titolo principale di prima pagina, laddove si pongono
in equilibrio il fatto che non ci sono tagli alla sanità con la necessità
imposta alle Regioni – appunto – di tagliare (dove? Se non nella loro voce più
importante di spesa) e il raddoppio della tassa sulle banche in relazione all’aumento
di capitale della Banca d’Italia. E’ Antonella Baccaro, però, che sottolinea
con puntiglio le sei grandi fragilità presenti nella presentazione del decreto
(non ancora nel suo testo: per adesso, infatti, ci sono i 10 tweet e le parole
d’accompagnamento pronunziate dal Presidente del Consiglio e dal Ministro dell’Economia)
ponendo anch’essa il tema della “strutturalità” e del necessario rinvio, nel
merito, alla legge di stabilità.
Le osservazioni fin qui svolte non derivano, però, dalla
volontà di presentare una sorta di rassegna stampa: le esitazioni e i dubbi dei
due principali quotidiani che (si sarebbe detto un tempo) fanno capo “ai
padroni” hanno origine diversa dal semplice esame del merito del provvedimento,
hanno prima di tutto una scaturigine di tipo politico.
E’ il metodo attraverso il quale si è arrivati a determinare
il merito che è sostanza, che vale assai più del merito stesso.
Si è infatti, nell’occasione, stabilito un inedito almeno
per la più recente storia d’Italia, quella compresa nella fase della democrazia
parlamentare repubblicana.
Un inedito che ha sancito la conclusione di una fase di
confusa transizione: a cavallo tra il parlamentarismo e l’antiparlamentarismo,
la concertazione tra le parti sociali, l’affermazione di un presidenzialismo
fortemente personalizzato che aveva rappresentato l’aspirazione non realizzata
dal populismo di destra incarnato per vent’anni da Silvio Berlusconi.
La “cautela fredda” di Sole 24 Ore e Corriere della Sera si
giustificano, allora, proprio su questo punto: il provvedimento dei “mitici 80
euro” (così definiti dallo stesso Renzi, sempre così attento al linguaggio
delle tifoserie: tifoserie che rappresentano il suo modello della
partecipazione politica, proprio nello stesso modo di Berlusconi e di Grillo) è stato varato completamente al di
fuori della mediazione con le cosiddette “parti sociali” di qualsivoglia
estrazione.
Travolti i sindacati confederali (la cui ragione d’esistenza
complessiva, a questo punto, appare in forte dubbio: niente contratti
nazionali, niente concertazione, restano i patronati . Proprio il famoso “sindacato dei cittadini”
propugnato dalla UIL alla fine degli anni’80) bypassati senza remore le
organizzazioni degli industriali, dei commercianti, degli artigiani: saltato di
fatto il neo-corporativismo di marca ulivista e il “populismo ecumenico” del
centro destra, retaggio dell’antico clientelismo democristiano.
Questo appare l’esito più importante di questa tornata.
Il governo, fortemente caratterizzato dalla
personalizzazione attorno alla figura del suo Presidente ( tra l’altro mai eletto
da nessuna parte salvo che nei Consigli Comunali e Provinciali di Firenze) solo
davanti, non tanto al Paese, ma alla sfida elettorale, con un pressoché unico
contraltare rappresentato dalla opposizione “omologa” del M5S.
Da un lato il governo degli “spot” e delle “sortite” e dall’altra
l’opposizione indiscriminata del “mandiamoli tutti a casa”.
Si misurerà su questo “bipartitismo ancora imperfetto” il
prossimo scontro elettorale riguardante le Europee del 25 Maggio?
E’ possibile, anzi probabile, con due incognite: la prima
riguarda il peso dell’Europa nell’insieme della vicenda. Fino a qualche
settimana fa pareva determinante, soprattutto al riguardo della valutazione
relativa ai meccanismi dell’austerity imposti da Francoforte e Bruxelles.
Adesso, in ispecie se la Commissione accetterà o semplicemente non affronterà
la richiesta del governo italiano di rinvio del pareggio di bilancio al 2015,
il peso potrebbe apparire minore e ancora una volta le Europee si
risolverebbero in un referendum di politica interna: Cristo o Barabba? Renzi o
contro Renzi?. Certo sarà che il Presidente del Consiglio , in campagna
elettorale, parlerà poco di Europa (forse anche perché sembra non saperne più
di tanto) se non in termini retorici, richiamando gli antichi padri
democristiani del progetto (De Gasperi, Schumann, Adenauer) ed esaltando la sua
capacità di strappare “risultati” anche in quella direzione.
La seconda incognita riguarda il possibile risultato del
terzo polo rappresentato dalle frantumate truppe di quello che fu l’orgoglioso
centro – destra italiano che nel 2008 disponeva di circa diciassette milioni di
voti. Anche per lo “zoccolo duro” di Berlusconi, però, i termini della sfida
elettorale sono radicalmente cambiati e sarà difficile in questo mese che ci
separa dal voto aggiornare il registro, mentre NCD e Fratelli d’Italia appaiono
del tutto marginali e la Lega ha cercato riparo all’ombra dell’estrema destra
rappresentata – comunque, nonostante qualche timido approccio di marca “finiana”
– dal Front National francese.
Insomma: la vera funzione della “grande manovra” sugli 80
euro si riduce (o si allarga?) al peso che potrà avere nell’esito elettorale.
Niente di meno e niente di più.
Il PD rimane spettatore, nonostante il tentativo di ripresa
di protagonismo della sinistra interna, e la Lista Tsipras appare del tutto
spiazzata rispetto a questo scenario.
L’esito delle elezioni europee condizionerà fortemente lo
sviluppo della prossima fase della vicenda politica italiana, questo è un dato
di fatto che non oscura un’esigenza immediata che, a sinistra, sembra sia
sentita da pochi: quella della presenza “politica” di una opposizione
anticapitalista, d’alternativa, in grado di coniugare l’indispensabile
dimensione “nazionale” con l’aggressione internazionalista alle condizioni
materiali imposte dall’acuirsi delle contraddizioni sociali, così come imposto
dalla gestione “padronale” del ciclo.
Sotto questo aspetto è assente l’idea del “soggetto”, non
quello delle “lotte”: ma si tratta di un bel buco teorico, politico
organizzativo. Un “buco” che ci pone ancor una volta nell’angolo di una forte
difficoltà politica.
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