Non possiamo riscrivere la storia, neppure la cronaca del
passato più recente. Eppure non è sbagliato chiedersi cosa sarebbe successo se
nella sinistra non ci fossero state due scissioni che indebolirono le sue
componenti non comuniste proprio nei primi decisivi anni della Repubblica: la
scissione di Palazzo Barberini del Partito Socialista Italiano (1947) e quella
del Teatro Italia del Partito d’Azione (1946)
Scissioni inevitabili, basta pensare al retaggio linguistico
che hanno lasciato nella sinistra dove “socialdemocratico” e “azionista” non
erano semplici aggettivi ma insulti, i socialdemocratici traditori della classe
operaia e gli azionisti astratti intellettuali borghesi, quindi senza salde radici
nella classe operaia, nel proletariato: un proletariato che aveva vinto in
Russia e che presto avrebbe vinto nel mondo intero.
In Italia quei fatti
produssero un fenomeno unico nei paesi, che si trovavano nella parte
occidentale dell’Europa, cioè l’egemonia a sinistra di un partito comunista,
saldamente parte del movimento comunista mondiale e fedele al paese guida,
l’URSS.
Invero anche in Francia ci fu qualcosa di analogo, cioè un
partito comunista più forte di quello socialista, ma con due grandi differenze,
cioè la mancanza di un partito democristiano interclassista e di un patto di
unità azione tra socialisti e comunisti.
La divisione del mondo tra Est e Ovest, che in concreto
significava la divisione tra economia di
mercato ed economia pianificata e
collettivizzata, tra NATO e Patto di
Varsavia, relegava la sinistra, tutta la sinistra all’opposizione.
Tale condizione impediva alla sinistra di elaborare un
proprio modello di sviluppo, di essere una forza di governo, cioè di essere in
grado di pretendere la guida del paese con propri uomini e programmi, al più
poteva denunciare le storture, quando non le vere e proprie ingiustizie
prodotte dallo sviluppo capitalistico.
Accanto ad un forte partito democristiano interclassista,
che nel 1948 conquistò da solo la maggioranza assoluta, la sinistra italiana, a
differenza di quella francese, doveva fare i conti con la Chiesa Cattolica, la
sua gerarchia ed il Vaticano.
In Francia i valori repubblicani e laici erano, invece,
condivisi anche da gran parte della
destra conservatrice.
Malgrado i suoi limiti la sinistra è stata capace di
rappresentare nel governo locale un’alternativa di governo, con il suo
sindacato la CGIL un soggetto affidabile della contrattazione e con il
movimento cooperativo un soggetto economico solidale, in altre parole di essere
su questi terreni, amministrativo, sindacale e cooperativo come la sinistra
socialista socialdemocratica e laburista nel resto d’Europa, senza ammetterlo e
senza dar seguito ed un processo di revisione ideologica, neppure sotto la
spinta di avvenimenti quali i fatti ungheresi del 1956, la primavera di Praga
del 1968, la nascita di Solidarnosc e il golpe polacco del 1981.
Soltanto il crollo del muro di Berlino del 1989 e la
dissoluzione dell’URSS nel 1991 convinsero una parte, ma neppure tutta, della
sinistra ad arrendersi all’evidenza del fallimento di un’utopia, ma come stato
di necessità, da superare con il minimo sforzo necessario: un cambiamento di
nome ed una forte rimozione del passato.
L’Italia è (o lo era? ) un paese europeo, cioè parte di un
continente in via di integrazione dalla C.E.C.A. alla Comunità Economica
Europea, alle Comunità Europee fino all’Unione Europea eppure lo scenario
europeo non è mai stato quello principale dell’interesse internazionale della
sinistra italiana nel suo complesso.
Basta paragonare il tempo e le energie dedicate a Cuba, al
Vietnam, all’Africa Australe o
l’infatuazione maoista al sostegno delle opposizioni spagnole,
portoghesi e greche, per non parlare della dissidenza nell’Europa
Orientale.
In questo panorama due eccezioni, sia pure per motivi
opposti: la riflessione sui fatti cileni del 1973 e l’entusiasmo per
l’abbattimento del regime salazarista portoghese ad opera di un gruppo di
militari rivoluzionari nel 1974
Nel primo caso per trarne la conseguenza che nella parte
occidentale del mondo non bastava conquistare la maggioranza dell’elettorato,
quindi prudenza.
Nel secondo che, invece, era possibile una via rivoluzionaria con un partito comunista non
egemone, la forza era dei militanti, ma almeno protagonista.
La sinistra italiana, nel suo complesso, si è separata
dall’Europa, compresa quella già appartenente al campo sovietico. Nell’Europa
Centrale e Orientale dissolta l’URSS, la sinistra si è ristrutturata secondo il
modello europeo, cioè con un partito
socialista/socialdemocratico dominante, anche quando i suoi quadri erano in
prevalenza provenienti dall’antico partito guida di ispirazione comunista,
quale che fosse il suo nome (POSU in Ungheria o POUP in Polonia o SED in DDR).
La sinistra italiana dopo i rovesci del 2008 e del 2009 ed
in attesa dei risultati delle regionali del 2010 è la più debole d’Europa sia
in termini assoluti che relativi. Un segno della sua debolezza è rappresentato
dal fatto, che non è stata capace di capitalizzare le perdite del PD a
differenza del Partito Socialista in Olanda o della Linke in Germania, che
hanno raccolto, sia pure parzialmente le
perdite rispettivamente del PdvA
(Partito del Lavoro) e della SPD.
Nelle Europee c’è stato un recupero del 50%, se calcoliamo
la somma dei voti di Sinistra Arcobaleno e di PS del 2008, ma si tratta pur
sempre di poco più di un 6% (calcolato
su un minor numero di elettori) complessivo e diviso ed ulteriormente frammentato, se pensiamo alle vicende di Sinistra e
Libertà, che ha perso per strada la maggioranza dei Verdi e dei socialisti del
PSI e che con il nuovo nome di Sinistra
Ecologia e Libertà deve scommettere
tutto sulla popolarità e telegenia del suo leader Vendola a prescindere da una
capacità di elaborazione programmatica innovativa, di insediamento territoriale
e di radicamento sociale.
Nel panorama politico italiano un modello si è ormai
affermato, quello di lista con un leader nel logo dopo Berlusconi, Bonino e
Pannella ( qui sono due come Dolce e Gabbana), Di Pietro e Sgarbi, ora abbiamo
un Vendola, senza dubbio l’unico spendibile dopo il successo nelle primarie
pugliesi. Soltanto grazie alle sconfitte
elettorali ed organizzative del PD abbiamo evitato che nascesse un partito con
abbinato il nome di Veltroni.
La mancanza di una sinistra, come in Europa, cioè
socialista, autonoma, democratica e laica se spiegasse da sola la debolezza
della sinistra italiana, darebbe indicazioni della strada da percorrere per
ricostruirla o almeno per provarci, ma ogni processo deve avere un
protagonista, ancorché minoritario all’inizio, che funga da catalizzatore o
punto di coagulo.
Se si tratta di condurre la sinistra nell’alveo del
socialismo europeo, sia pure in modo critico e originale, (il PSE non è un partito
europeo, ma una confederazione di partiti socialisti nazionali) il compito
avrebbe dovuto essere di un partito socialista. Un partito socialista con
questa funzione e con questa ambizione non c’é, neppure potenzialmente, dopo il
fallimento della Costituente Socialista ed in mancanza di una chiara
collocazione a sinistra del PSI.
Le scadenze elettorali hanno finora imposto scelte tecniche
e tattiche, ma che, proprio per questo, si sono rivelate finora di scarsa
capacità attrattiva come la Federazione
della Sinistra e persino Sinistra e Libertà, che pure rappresentava una novità,
quando non un fallimento come Sinistra Arcobaleno.
La sinistra italiana ed in senso più largo il centrosinistra
sono impegolati nella crisi più vasta del sistema politico italiano, che è
percepito come inefficiente e a
protezione della “casta”
Né può essere diversamente, quando, anche in queste
regionali, alleanze si sono fatte o rotte in base alla pura convenienza
elettorale dei candidati, nobile criterio, se il problema principale della
sinistra fosse quello di salvare la propria
nomenklatura.
E’giocoforza constatare che a sinistra siamo pieni di buoni
sentimenti, ma non sono sufficienti perché
<<gli uomini (tutti gli uomini e tutte le donne, anche noi non
solo “gli altri”) sono fatti anche di miti, di pulsioni profonde ed
inconfessabili, di ambizioni, di interessi>> (Beniamino Placido, Quando
sognavamo GIUSTIZIA e LIBERTA’, La Repubblica, 8 febbraio 2010) e perché
<<c’è un paradosso nella democrazia, che richiede dai molti le virtù, che
normalmente sono di pochi>> (Saint-Just).
Non si costruisce una società giusta con i buoni sentimenti
– come ci ricorda ancora Beniamino Placido – ma con le articolazioni
istituzionali. Men che meno si può costruire una società giusta se persino i
dirigenti della sinistra hanno una scarsa
conoscenza dei meccanismi istituzionali e non posseggono la virtù dei
pochi.
Nel 2001 si sono perse le elezioni per salvare una decina di
personaggi con le liste civetta alla Camera, consentendo a Berlusconi di
vincere anche al Senato. Nel 2006,
invece, dimenticando che siamo un sistema bicamerale perfetto, l’Unione
ha infarcito il Senato di oppositori interni, rendendo ancor più precaria la
risicata maggioranza di Prodi.
Due elaborazioni sono necessarie per ricostituire una
sinistra:
1)
un progetto istituzionale che rompa con il
bipolarismo ed il mito dell’elezione diretta dei vertici degli esecutivi e la
mera difesa della Costituzione dopo averla alterata con le leggi elettorali e
la riforma del titolo V della Parte II;
2)
un progetto di sviluppo economico e di uscita dalla crisi con scelte nette e
radicali per eliminare le crescenti diseguaglianze, ma senza nostalgia per l’intervento pubblico buono e
salvifico di per sé, a prescindere da come, da chi e a favore di chi sia fatto.
Occorre abbandonare il sinistrismo per ritrovare il
socialismo, se non come progetto di società, come sistema di valori guida:
uguaglianza, libertà, giustizia, rispetto della dignità umana, solidarietà
nazionale ed internazionale.
Nella nuova Sinistra, per un socialismo nel XXI secolo,
dobbiamo portare le nostre radici, cioè il nostro passato con tutte le sue luci
ed ombre, ma senza nostalgie recriminazioni, rimozioni o identità
autoreferenziali e senza aver timore delle contraddizioni, se siamo interessati
a progettare insieme il futuro.
I morti, tanto per fare un esempio, non a caso , Craxi e Berlinguer, non dovrebbero afferrare i
vivi. Se proprio dobbiamo costruirci un altarino comune dovremmo metterci,
rimanendo in Italia, piuttosto Nenni e Gramsci, Di Vittorio e Buozzi, Trentin e
Colorni, Lama e Santi, Terracini e Giolitti con Riccardo Lombardi e Altiero
Spinelli: ciascuno si faccia poi il suo come culto privato. [Nel mio metterei
Gaetano Arfé, Francesco De Martino, Ignazio Silone, Giuseppe Saragat, Giorgio
Amendola, Vittorio Foa e Lelio Basso. I “santini” provenienti dal PCI sono
tuttora felicemente in vita].
La divisione storica del XX secolo tra socialismo e
comunismo deve essere superata: le ragioni teoriche ed ideologiche sono venute
meno e nel frattempo si sono incorporati nella sinistra l’ambientalismo, il
femminismo, la difesa radicale dei diritti umani e delle libertà fondamentali,
l’umanesimo laico e l’ispirazione religiosa della compassione e della
solidarietà.
Abbiamo il dovere di riprendere e sviluppare il progetto
originario di Sinistra e Libertà, che non solo è “possibile”, anzi è
necessario. Bisogna agire a tutto campo senza preclusioni a priori, né nei
confronti del PD, che dei soggetti componenti la Federazione della Sinistra, di
tutti i settori di democrazia laica e men che meno dei socialisti, unico
collegamento con una dimensione europea
e socialista della sinistra.
1 commento:
Caro Felice non tutta l'area comunista restò insensibile al tema della dissidenza dell'Est. Senza andare a cercare il "Manifesto dei 101" e l'Ungheria basta pensare alla posizione del Manifesto e poi PdUP nei confronti dell'URSS (i sovietici posero un diktat preciso: fuori questi oppure facciamo una rivista nostra ed era già pronto Ambrogio Donini); l'ospitalità data sulle colonne del Manifesto a settori importanti della dissidenza (penso a Michink ad esempio) e al convegno di Venezia del 1978 del quale ci sono agli atti (relazioni di Lucio Magri e Rossana Rossanda), parteciparono molti direttamente dall'Est. Il PCI non intervenne e presero la parola soltanto Trentin, Lombardo Radice e Villari a titolo personale. Beninteso non c'erano i miglioristi di Napolitano: trovatemi un atto concreto del Presidente della Repubblica fuori dalla linea "ufficiale" e componetemi accanto a quell'anima benedetta, diceva la vedova inconsolabile. Franco Astengo
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