Nel corso degli anni, a partire dalla seconda metà del ‘900,
si sono verificati veri e propri spostamenti d’asse sul piano globale al
riguardo dei riferimenti relativi all’economia, alla produzione industriale,
alla distribuzione del reddito, alla diffusione del welfare state e della
democrazia.
In questo quadro però l’economia italiana ha mantenuto
evidenti limiti strutturali sui quali vale la pena indagare anche dal punto di
vista della ricostruzione storica.
Limiti già apparsi evidenti fin dalla fase della seconda
ricostruzione post-bellica, preparatoria a quel “miracolo economico” che il
nostro Paese visse a cavallo tra la fine degli anni’50 e, i primissimi anni del
decennio successivo, in coincidenza anche con fenomeni politici di grande rilevanza
sia sul piano internazionale, sia sul piano interno: dal cosiddetto “disgelo”
tra i due grandi blocchi militari allora esistenti sul piano planetario, all’incubazione
e formazione – in Italia – della formula del centrosinistra, con l’ingresso del
PSI nell’area di governo a fianco della DC.
Ricostruire quella fase, allora, può risultare un esercizio
utile anche per capire alcuni fondamentali tratti della situazione attuale.
A partire dal 1951 i successivi dodici anni furono
caratterizzati da un veloce sviluppo e da una profonda trasformazione
strutturale.
Gli aspetti fondamentali di questa evoluzione furono
essenzialmente questi:
a) Il
forte sviluppo dell’industria manifatturiera, sviluppo che trasformò il Paese
facendolo passare da un’economia prevalentemente agricola a un’economia
prevalentemente industrializzata. Questo tipo di trasformazione risultò
particolarmente accentuato nella zona del triangolo industriale
Milano-Torino-Genova dove le novità manifatturiere arrivarono a contribuire per
il 40% del PIL e per il quasi 45% al totale del prodotto del settore privato;
b) Il
passaggio da una struttura chiusa agli scambi con l’estero a una struttura
fortemente caratterizzata da un processo di integrazione con gli altri paesi
industrializzati;
c) La
conseguente trasformazione nella struttura degli insediamenti, nella direzione
di una concentrazione sempre più elevata nelle grandi città con oltre 100.000
abitanti che nel 1955 raccoglievano il 21,6% della popolazione: nel 1968 ne
raccoglievano già oltre il 28%.
Oltre a questi aspetti, del resto comuni a ogni frangente di
pronunciato sviluppo industriale, il “caso italiano” ha presentato, in quel
periodo, alcune caratteristiche giudicate peculiari (formative, infatti, della
dizione “caso italiano” fin troppo frequentemente usata nel tempo, anche a
sproposito).
Queste caratteristiche peculiari potevano essere così
descritte:
1) Un
progressivo “dualismo” della struttura produttiva, che nel contempo registrava la
nascita e la crescita di imprese tecnologicamente avanzate al livello delle
industrie più progredite nei paesi europei e il permanere di piccole strutture
arretrate, caratterizzate da bassa produttività e inefficienza;
2) La
cosiddetta “distorsione del consumismo” consistente nel fatto che, mentre
alcuni consumi privati anche di genere non necessario (motorizzazione privata,
elettrodomestici, televisori) si erano andati sviluppando molto velocemente
altrettanto non era avvenuto nel settore dei consumi pubblici, anche nei casi
che avrebbero dovuto essere riconosciuti come assolutamente prioritari:
istruzione, sanità, casa;
3) Si
allargava, intanto, una distanza profonda fra il grado di sviluppo delle
regioni settentrionali e quello delle regioni meridionali, nonostante il flusso
della spesa pubblica fosse orientato prevalentemente verso il Sud.
Questi tre aspetti, appena elencati, potevano da subito
essere individuati come elementi negativi eliminandoli attraverso una corretta
impostazione della politica economica.
Attorno a questi elementi si sviluppò all’epoca un
importante dibattito politico che, alla fine, sortì però un esito
sostanzialmente negativo : la politica di pianificazione che il PSI avrebbe
voluto portare all’interno della formazione del centrosinistra fu sconfitta
avendo suscitato il timore, nella DC, di andare a colpire sacche di
clientelismo attraverso le quali i democristiani attingevano voti (la politica
di “piano” fu sconfitta anche utilizzando metodi non particolarmente chiari,
come accadde nell’estate del 1964 con il famoso “tintinnar di sciabole” del
Piano Solo) mentre nel PCI, ancor prima della scomparsa di Togliatti, si aprì
un inedito scontro politico tra la linea di Amendola che considerava il capitalismo
italiano come “straccione” e, quindi, in una qualche misura da sostenere per
favorirne la modernizzazione e la linea della sinistra ingraiana, espressa in
particolare nelle due relazioni svolte da Trentin e Magri al convegno dell’Istituto
Gramsci del 1962, che considerava invece l’opera di modernizzazione del
capitalismo italiano già compiuta e, quindi, insisteva sulla necessità di
contrapporvi un disegno compiutamente alternativo: il dibattito nel partito
comunista si attestò alla fine su di un punto di mediazione di tipo politicista
sboccando alla fine in una proposta quella del “compromesso storico” che poneva
il tema del governo con la DC tutta intera quale prospettiva decisiva per l’avvenire
della sinistra e del movimento operaio.
Intanto la ripresa delle esportazioni aveva rappresentato il
punto d’appoggio sul quale era stata resa possibile una rapida
industrializzazione, al termine di una faticosa e molto conflittuale fase di
riconversione dell’industria bellica, e di una simultanea apertura agli scambi
con l’estero.
Proprio la ripresa delle esportazioni risultò, in quel
periodo, fattore di squilibrio se non visibile immediatamente, almeno nel medio
periodo.
Fra il 1951 e il 1962, i settori più dinamici sono stati
quelli delle industrie metallurgiche, meccaniche e chimiche; gli stessi settori
sono risultati i più brillanti nell’esportazione con tassi compresi fra il 14 e
il 17%, a prezzi correnti, quando il tasso di accrescimento medio delle esportazioni
manifatturiere si aggirava sull’11,5%.
All’estremo opposto i settori che svilupparono di meno le
esportazioni furono quelli nei quali l’Italia era risultata storicamente più
forte: alimentare, tessile, legno, i cui tassi di sviluppo non superarono il
5,6%.
Questo modellarsi della produzione interna sulla struttura
della domanda estera rappresentava una scelta obbligata, una volta presa la via
dell’apertura dei mercati.
Se l’industria italiana avesse insistito nella produzione di
beni tradizionali, tessili o alimentari, lo sviluppo delle esportazioni sarebbe
stato assai magro (analogo ragionamento fu sviluppato circa vent’anni dopo, con
lo spostamento dell’asse di riferimento della produzione destinata a essere
esportata verso la piccola e media impresa allocata prevalentemente nel Nord –
Est all’insegna, per riassumere sbrigativamente del cosiddetto “Made in Italy”).
All’epoca l’unico modo che l’Italia aveva per sviluppare un
flusso crescente di esportazioni era quello di modellare le proprie
esportazioni (e quindi la propria produzione) secondo la domanda dei paesi
europei industrializzati, i soli che potessero offrire ampie e crescenti
possibilità di sbocco.
La struttura della produzione italiana si trovava così
forzata a seguire l’orientamento che le imponeva la domanda proveniente dai
paesi europei in fase di avanzata industrializzazione.
Poiché la domanda proveniente dai paesi più avanzati non
poteva altro che essere una domanda tipica di società caratterizzate da livelli
di reddito ben più elevati, e quindi orientate largamente verso i consumi di
massa e di lusso, anche l’economia italiana si trovò costretta a fare largo
spazio alla produzione di beni di consumo di massa o addirittura di lusso, ben
che peraltro risultavano del tutto fuori fase rispetto ai livelli modesti del
reddito italiano.
Su questo punto si caratterizzò un elemento di squilibrio
che, successivamente e fino ai giorni nostri ha caratterizzato l’andamento
economico del Paese, nel senso di un allargamento nella forbice delle
diseguaglianze sociali sempre più allargata, nell’impossibilità del settore
pubblico destinato ai beni collettivi di colmarla o, almeno, di attenuarla. Con
esiti disastrosi in fasi recessive come quella nella quale stiamo vivendo ormai
da diversi anni.
L’altro effetto negativo di questa distorsione verificatasi
nell’accentuazione della vocazione esportatrice di determinati settori
industriali fu quello di segnare nettamente una “dualismo” nella realtà
produttiva: da un lato un settore comprendente industria meccanica, chimica e
in un momento successivo anche l’abbigliamento e le calzature caratterizzato da
livelli di produttività assai elevati e dall’adozione di tecnologie molto
avanzate e dall’altro settori definiti “stagnanti” comprendete le industrie
tessili e alimentari, l’industria delle costruzioni e il commercio al
dettaglio.
Un dualismo mantenuto anche dal tipo di intervento pubblico
in economia sostenuto dalla presenza dell’IRI e dalla mancata realizzazione di
un progetto di uscita dalla sudditanza dalla politica energetica incentrata sul
petrolio governato dalla “sette sorelle” attraverso l’ENI, mutilato a quel
punto dall’ancora misteriosa scomparsa di Enrico Mattei.
L’Italia pagava così il prezzo alla sudditanza occidentale e
a un ingresso del tutto subalterno ai meccanismi dell’Unione Europea, fin dai
tempi della formazione della CECA all’interno della quale il nostro Paese
risultava principalmente come fornitore di mano d’opera a basso costo.
Come scrive Augusto Graziani
nel suo “L’economia italiana dal 1945 ad oggi”, ne sortì l’effetto che
nei settori nei quali la produttività cresceva velocemente si ebbero forti
guadagni e una sostanziale intensificazione dello sfruttamento, con bassi
aumenti di occupazione.
Esattamente al contrario avvenne nei settori stagnati che
lavoravano prevalentemente per il mercato interno dove l’assenza di motivazioni
all’efficienza induceva le imprese a evitare investimenti intensi, mentre i
settori delle costruzioni, del commercio, e del pubblico impiego
rappresentavano i grandi bacini di contenimento della disoccupazione provocata
dall’espulsione di milioni di addetti nell’agricoltura.
Fra il 1951 e il 1963 l’occupazione dipendente crebbe quasi
dell’84% nel settore delle costruzioni, del 100% nel commercio, ma soltanto del
40% nell’industria manifatturiera.
L’esito sul piano sociale dell’evidenziarsi di questo
dualismo fu molto importante e significativo anche per l’avvenire: il fatto che
i settori più dinamici dell’industria assorbissero lavoro solo in misura
modesta, e che la stragrande maggioranza dei lavoratori che abbandonavano l’agricoltura
fosse costretta trovare occupazione precaria nei settori meno dinamici,
contribuì a ridurre la forza sindacale e di conseguenza a frenare l’aumento die
salari.
Sarebbe ovviamente sbagliato affermare che, nel decennio
della costruzione del “miracolo economico” sia mancata in Italia un’autentica
azione rivendicativa da parte delle classi lavoratrici, ma è certo che per
molti anni tale azione fu sommamente debole e questo fatto ha avuto un riflesso
molto importante sull’insieme del prosieguo della vicenda rivendicativa così com’è
stata portata avanti dal sindacato italiano nei successivi periodi.
Fin dagli ultimi anni del miracolo economico, quando l’espansione
era ancora in atto, emerse già la consapevolezza che il veloce sviluppo del
decennio precedente, se pure aveva risolto alcuni problemi tra i più impellenti
del paese (elettrificazione, infrastrutture, case popolari, istruzione di base,
aggressione alle più evidenti sacche di povertà), altri ne aveva lasciati
totalmente insoluti, se non addirittura aggravati e che si trovano ancora alla
base dai limiti di fondo dell’economia italiana, pur nel mutato quadro
tecnologico e di riferimenti di “vincolo esterno” come realizzatosi nei decenni
successivi:
a) Dualismo
della struttura industriale che ha portato con il soccombere della parte a quel
tempo più dinamica (siderurgia, chimica, elettronica);
b) Distorsione
nei consumi;
c) Distacco
tra Nord e Sud;
d) Inefficienza
crescente della spesa pubblica.
Il quadro dello sviluppo economico italiano di quel periodo
non sarebbe completo se non si tentasse un minimo di approfondimento su di un
punto debole che, oggi come oggi, si trova proprio al centro del dibattito: l’inefficienza
progressiva della spesa pubblica.
Alla base di questo fenomeno risiedevano due elementi: l’esodo
agricolo e il conseguente flusso migratorio dalle regioni meridionali.
L’inadeguato sviluppo industriale, specie nel Mezzogiorno,
non consentiva di assorbire manodopera uscita dall’agricoltura in attività
direttamente produttive.
Il settore che più si prestava ad assorbire questa
disoccupazione potenziale era il settore terziario, sia privato (commercio) che
pubblico.
L’espansione del pubblico impiego è stato uno dei modi che,
di fatto, sono stati impiegati per alleviare la disoccupazione, specie
meridionale, rappresentando una sorta di attività sostitutiva dell’investimento
diretto.
Eguale esito di complessiva inefficienza ebbero le politiche
riguardanti l’assetto urbano e le abitazioni.
Una delle caratteristiche comuni di tutte le Regioni
italiane a partire dal periodo preso in esame da questo lavoro, sia al Nord sia
al Sud, fu rappresentato dall’accrescimento delle concentrazioni urbane.
La crescita tumultuosa degli insediamenti urbani recava con sé
una domanda crescente di case di abitazione.
Nonostante i ripetuti interventi nel settore dell’edilizia
popolare a partire dai piani Fanfani-Ina case, si può dire che il grosso dell’edilizia
residenziale sia stato costruito dal settore privato.
In tutto il decennio dell’espansione, tra il 1951 e il 1961,
la percentuale d’investimento pubblico rispetto al totale dell’investimento in
edilizia raggiunse soltanto il 15,5%, cadendo precipitosamente negli anni
immediatamente successivi fino al livello, del tutto trascurabile nel 1969, del
5,8%.
Molte ragioni avrebbero dovuto indurre a controllare
strettamente l’industria delle costruzioni sotto il profilo sociale, in quanto
industria produttrice di un bene di prima necessità anche sotto il profilo
culturale, in quanto i centri storici costituiscono un patrimonio collettivo
insostituibile.
Viceversa il controllo dell’industria delle costruzioni fu
affidato a un complesso di disposizioni amministrative, gestite principalmente
da autorità locali sottoposte a pressioni economiche, sociali, politiche fino a
sfociare nella “questione morale”, in particolare a partire dai successivi anni’80.
In realtà il difetto stava nel sistema, che imponeva alle
amministrazioni locali un rigore e una capacità di resistere ai ricatti
elettorali assai superiore a quella di cui esse, generalmente, erano dotate.
L’incentivo all’addensamento edilizio, allo sfruttamento di
ogni pezzo di suolo, alla distruzione degli edifici storici, alla soppressione
degli spazi verdi, alla speculazione ininterrotta sulle aree fabbricabili,
nasceva evidentemente dal prezzo sempre elevato e sempre crescente dei suoli, e
ogni tentativo di porre rimedio a questo stato di cose, come nel caso della
legge urbanistica presentata dal ministro democristiano (poi socialdemocratico)
Fiorentino Sullo immediatamente bocciato.
Tutto questo ebbe effetti negativi sull’insieme dei servizi
destinati alla struttura urbana: dai trasporti, alla sanità ai servizi sociali,
progressivamente privati di risorse per la voracità tutta speculativa del
settore edilizio.
Nella sostanza da quella fase risultarono favorite l’industria
delle costruzioni, assistita anche da una politica creditizia particolarmente
generosa e che poteva contare su profitti cospicui e sicuri e l’industria
automobilistica, ma ne dovettero subire gli intralci tutte le altre attività produttive.
Emerge da questo quadro, allora, l’insieme dei limiti
profondi già presenti nell’economia italiana fin dagli anni dello sviluppo più
forte: dualismo tra i diversi settori, distacco tra Nord e Sud, bassi salari e
distorsione nel consumo, disordine urbano, inefficienza della spesa pubblica.
Tutto è cambiato attorno a noi, sul piano della tecnologia,
dei riferimenti internazionali, del quadro possibile di sviluppo economico e
tutto è cambiato nella struttura produttiva italiana, in particolare per
responsabilità delle privatizzazioni compiute negli anni’90 fino alla
dismissione dell’IRI, ma quegli elementi di sofferenza del sistema sono ancora
presenti e ci fanno affermare come, anche per il futuro, rappresentino elementi
di grande difficoltà che soltanto un diverso approccio sul piano politico potrà
affrontare seriamente.
E’ certo che l’approccio iper-liberista e di ulteriore
riduzione nel rapporto tra politica e risposta ai bisogni sociali non è quello
adatto: per questo servirebbe progettare un’alternativa di sistema me, al
momento, all’interno del quadro politico italiano non si ravvedono soggetti
seriamente orientati in quella direzione.
Nel corso di questo lavoro sono stati consultati i seguenti
testi:
Augusto Graziani: L’economia italiana dal 1945 a oggi (Il Mulino,
Bologna, 1989)
Massimo L. Salvadori: Storia dell’Età contemporanea
(Loescher, Torino, 1976)
Giovanni Bruno e Luciano Segreto: Dalla nazionalizzazione
dell’industria elettrica alle privatizzazioni degli anni’90 in “Storia dell’Italia
repubblicana” vol. VIII (Einaudi, Torino 1995).
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