Quale rapporto esiste ancora tra i fondamentali tracciati
sul tema della filosofia politica nel mondo antico greco – romano e la
cosiddetta e presunta “modernità”?
Non si tratta di una domanda retorica ma del cercare di
stabilire alcune coordinate di fondo ancora valide oggi in una fase di totale
smarrimento dell’identità dell’agire politico così come questo è stato portato avanti ,in
particolare nell’Occidente,almeno dall’illuminismo in avanti.
Insomma: siamo ancora nani sulle spalle d giganti oppure
siamo stati sbalzati violentemente a terra, privi di appoggi?
Questi interrogativi sono sorti dalla lettura di un saggio
di Federico Pezzoli apparso nel contesto della storia dell’antichità curata da
Umberto Eco per la “Biblioteca di Repubblica – L’Espresso”: saggio che si
assume come punto di riferimento per questa riflessione.
Il pensiero politico antico era caratterizzato da una forte
componente etica e ricostruibile da una grande varietà di fonti, molte delle
quali frammentarie.
Un pensiero politico che è sempre stato legato alle
condizioni storiche, istituzionali e sociali dell’epoca, concentrandosi
soprattutto su quattro temi (su questi punti vale, infatti, il raffronto nel
tempo e soprattutto nell’attualità):
1) L’individuazione
della miglior forma di governo;
2) La
natura e la qualità del politico;
3) Il
rapporto tra governanti e governati;
4) L’utilità
della vita comunitaria per la raggiungere la virtù o la felicità.
S’impongono a questo punto ancora alcune precisazioni,
fondamentali per comprendere sia la filosofia politica antica in senso stretto
sia il pensiero politico antico.
Appare ovvio considerare che la “politica degli antichi” non
può essere quello “dei moderni”: ciò significa che i filosofi politici antichi
non concepivano la politica come un’analisi teorica e oggettiva del
funzionamento dello stato, inteso modernamente come entità “altra” rispetto
alla comunità dei cittadini, ma come un sapere volto a comprendere e a
influenzare la prassi e a rendere i cittadini virtuosi; questo spiega l’attenzione
per temi come quelli della natura della virtù e in particolare della giustizia
(che oggi rientrano nell’ambito propriamente etico) e l’attenzione per virtù
che hanno modo di manifestarsi soprattutto nel contesto civico.
Un altro aspetto da tenere presente è l’uso di una
terminologia comune a quella impiegata nel mondo moderno: libertà, eguaglianza,
giustizia.
Ma l’eguaglianza riguarda precise categorie, definite
diversamente a seconda del sistema politico: nella democrazia ateniese il
concetto di cittadinanza implicava, ad esempio, un forte grado di
partecipazione attiva e si distingue dal tipo di cittadinanza fondata sul
concetto di rappresentatività politica delle democrazie moderne.
E’ con Aristotele che si sviluppa, proprio sul piano
specifico del pensiero politico, una vera e propria svolta che, con linguaggio
moderno, si potrebbe definire come d’individuazione delle “fratture sociali”
sulle quali fondare l’azione politica organizzata, nelle diverse forme.
Aristotele individua il prevalere della mentalità
scientifica e pragmatica: nell’Etica Nicomachea si afferma, infatti, che la
politica è una scienza pratica e nella Politica si ribadisce cosa sia la polis
e che cosa il cittadino e quali sia la forma politica e il tipo di educazione
che permettono al massimo grado il raggiungimento del fine (telos) della città
ma, dall’altro, anche l’esigenza di classificare e sottoporre a esame le
costituzioni esistenti e di studiare quali siano i fattori che contribuiscono
alla conservazione o al mutamento di un sistema politico.
Aristotele predilige una Costituzione all’interno della
quale, in luogo dell’affermazione riguardante l’esistenza di un individuo
superiore agli altri in virtù, le leggi siano sovrane e permettano un esercizio
giusto del potere.
Lo spartiacque nell’esercizio del potere è tracciato tra
forme di governo corrette: regno, aristocrazia, politeia (costituzione/diritto
di cittadinanza) e quelle considerate “deviate”: tirannide e oligarchia.
Rimane fondamentale, però, la conclusione che viene tratta,
sotto questo profilo, nel libro III della “Politica”, in cui riflettendo sul
fenomeno della “stasis” all’interno della “polis” greca, vi si ravvede la
necessità di stabilire una norma oggettiva, adottando il criterio socio
economico ricchi/poveri per classificare le costituzioni e la proposta di una
forma come la “politeia”, in cui coesistono oligarchia e democrazia e in cui le
due componenti sociali cercano in un qualche modo una mediazione, a
dimostrazione dell’analisi riguardante l’effettiva profondità delle tensioni
tra ricchi e poveri.
Siamo di fronte a un’anticipazione di un’ipotesi di
fondamento costituzionale della contraddizione di classe?Sicuramente no, ma l’idea
stessa della contraddizione sicuramente la si ravvede all’interno del quadro di
riferimento dell’epoca.
Non si è tentato naturalmente, in un’occasione come questa,
di semplificare il complesso itinerario della formazione del pensiero politico
nella storia ma semplicemente di riaffermare la necessità di guardare al
passato la cognizione di causa .
Senza una continuità di pensiero sarà impossibile realizzare
un qualsiasi rinnovamento : un’affermazione svolta con qualche forzatura e con qualche elemento di provocazione, d’accordo.
Forse, però, i tempi in cui stiamo vivendo richiedono di più
l’espressione di forzature e provocazioni piuttosto che l’esercizio di una
pazienza passiva.
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