L’Europa “politica” pare essere sul punto di compiere un
vero e proprio “salto in avanti” nelle sue espressioni di governo e, insieme,
di dominio: dall’Europa della “tecnocrazia” (come c’è capitato tante volte di
denunciare analizzando il ruolo della Commissione e della Banca Centrale) a
Europa “dell’autoritarismo”.
Una valutazione al riguardo di questo pericoloso passaggio
nella forma e nella sostanza politica della realtà dell’Unione che non si basa
semplicemente sull’evidente spostamento a destra avvenuto in questi mesi, con
la conferma del governo Merkel in Germania, l’esito delle elezioni
amministrative in Francia, il risultato delle elezioni legislative in Ungheria,
l’avvento del governo Renzi in Italia (intreccio apparentemente vincente tra
decisionismo e populismo: quasi un mix tra Craxi e Grillo, con una spruzzata di
P2).
In Ucraina intanto dalla pancia di “Piazza Europa” sono
intanto resuscitati gli agguerriti eredi del filonazismo ucraino, i cultori del
“genotipo” nazionale, russofobli, polonofobi, antisemiti.
Nella quasi indifferenza dell’Unione Europea che nel 2000
sanzionò l’Austria per via di Haider, blando conservatore appetto ai miliziani
del Pravyi Sektor e tollera i revival dei particolarismi xenofobi che
punteggiano la mappa del continente, non solo a Est.
In realtà la dinamica in atto appare collocata molto più in
profondità, collegandosi anche a uno spostamento complessivo degli assi di riferimento
sul piano geopolitico con il ritorno al fronteggiamento diretto tra le due
superpotenze e il forte richiamo “atlantico” esercitato in questo momento dagli
USA.
In realtà le premesse consistono nella crescita evidente del
distacco tra cittadini e rappresentanza politico-istituzionale (fenomeno in
atto in tutti i sistemi politici nazionali): si è così innestata una vera e
propria “crisi della democrazia” che tradisce la volontà di arrivare a un
cambio di modello politico.
E’ necessario opporci immediatamente, a un livello che è
necessario ricercare intrecciando il piano (teorico) internazionalista a quello
(più direttamente politico) sovranazionale, ricercando una volontà di uscita
pacifica e democratica dall’attuale crisi.
Certo il cambiamento che stiamo ricercando non potrà
avvenire senza il movimento sociale, ma quest’ultimo ha poche possibilità di
affermarsi in un quadro politico che attualmente impone la sua legge ferrea.
Non bastano, anzi sono totalmente insufficienti i richiami
al “Manifesto di Ventotene” portati avanti dai promotori italiani di una Lista
Tspiras, genericamente appellata come quella “dell’altra Europa”.
In campo va messa una “alternativa Europa” fondata
sull’anticapitalismo, l’opposizione sociale e politica, il rifiuto netto
dell’autoritarismo in tutte le sue forme.
Deve essere compreso come le opposizioni interne alla
società sono impossibilità a esprimersi senza possedere un’idea complessiva di
società alternativa.
Se la lotta è più necessaria che mai in ragione degli
attacchi ai diritti collettivi, della disoccupazione, dell’aumento di miseria e
precarietà, può forse prescindere dalla riconquista del corpo politico?
La rifondazione di una società non potrà che avvenire
attorno al tema della riappropriazione del bene collettivo rappresentato dalla
vita pubblica.
Il dibattito non è nuovo e ce lo ricorda bene Andrè Bellon
dalle colonne de “Le monde diplomatique” di Aprile.
A suo tempo, scrive Bellon, Jean Jaures aveva sviluppato
l’idea che la storia del movimento operaio fosse contemporanea di quella della
partecipazione degli operai alla costruzione dello spazio pubblico grazie alla
loro capacità d’autonomia all’interno della società capitalista.
Jaures insisteva sulla pertinenza della democrazia come
strumento di liberazione e di lotta, considerandola “l’ambito in cui le classi
si muovono”.
Questo dibattito è tuttora attuale, rinnovato e ampliato
nella costruzione europea, dalla questione del superamento dello Stato, dalla
globalizzazione.
Per esempio, l’abbandono dei concetti di popolo e di nazione
è presentato come progressista da Toni Negri che non ha paura di dichiarare “i
concetti di nazione, di popolo e di razza non sono mai stati così distanti”
(Negri e Hardt, Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli Milano 2002).
Una tesi che dovrebbe entusiasmare l’estrema destra.
Altri, più moderati, vedono il movimento sociale e l’azione
politica solo a livello europeo, o mondiale, non tenendo conto del fatto che le
maggiori mobilitazioni avvengono tuttora in un quadro nazionale.
Una “globalizzazione sociale” o una “Unione Europea
repubblicana” non hanno alcun senso, nella misura in cui l’oggetto ideologico
di queste costruzioni è proprio la distruzione dei valori repubblicani e
sociali.
L’opzione autoritaria (bonapartista, la definiscono molti
politologi francesi ancora tenaci custodi del modello “sociale” europeo) si sta
affermando nella storia, ma in una visione depoliticizzata, infantilizzata per
i cittadini, eventualmente convalidata da plebisciti com’è stato nel “caso
italiano”, addirittura attraverso le primarie di un partito, il PD, che
affermando la propria “vocazione maggioritaria” si è, di fatto, allineato
all’ipotesi di transizione dalla tecnocrazia all’autoritarismo che fin qui si è
cercato di affermare.
Il nostro obiettivo deve essere quello, allora, di tenere
assieme l’idea di fondo del superamento del capitalismo con l’idea di un
cittadino libero, umano e sociale in quanto membro di un corpo politico,
avverso l’ipotesi di un individuo indistinto inserito in una comunità unanime.
Bellon conclude il suo già ricordato articolo con una
citazione da George Orwell (1984) che pare il caso di riportare anche in quest’occasione.
Orwell fa dire al “Grande Fratello”: “ Finché il vostro
obiettivo sarà di rimanere vivi, non di restare umani, niente cambierà".
Ma alla qualità di esseri umani, avete preferito quella di esseri viventi,
confidandovi così in un eterno presente e assicurandovi che io sia sempre qui.
Non lamentatevene”.
Proprio ieri Paolo Franchi, sulle colonne del “Corriere
della Sera” definiva proprio Renzi il politico “dell’eterno presente, senza
passato, né futuro”. Senza commento ulteriore.
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