E' necessario un partito
Nel corso di questi ultimi anni abbiamo verificato
l’evolversi di nuove dimensioni dell’agire politico, sviluppatesi in
particolare in Occidente, poste in relazione a profondi mutamenti avvenuti sul
piano dell’innovazione tecnologica, della struttura della società e della
modificazione nel rapporto tra gestione del potere da parte delle classi
dominanti e il concetto di rappresentatività politica.
E’ stato analizzato il fenomeno di una globalizzazione
economica velocizzata al massimo dall’uso di nuove tecnologie, sono sorti
movimenti testi a contrastarne gli effetti più dirompenti al riguardo delle
stridenti diseguaglianze sociali che – a livello planetario – questo fenomeno
ha provocato, hanno acquistato grande peso quelle contraddizioni definite post
–materialiste “in primis” quella ambientale, si è sviluppato fortemente dalla
parte della finanziarizzazione il ciclo di gestione capitalistica, la
“politica” è stata sempre più esercitata nel segno del “comando” e
dell’intervento sulle sfere della vita quotidiana, dando origine a due punti di
presunta novità proprio nell’esercizio stesso della funzione politica nel senso
della “biopolitica” e della cosiddetta “democrazia del pubblico”.
Appare lontana la possibilità di cimentarci ancora con
l’interrogativo di fondo che aveva attraversato gli anni’50-’60 al momento dei
più forti fronteggiamenti ideologici: libertà o eguaglianza?
Addirittura, sulla spinta della fine dell’esperienza sovietica,
il tema dell’eguaglianza appariva ormai come accantonato e si parlò, da parte
di politologi conservatori come Fukuyama e Huntington di “fine della storia” e
addirittura di unico confronto possibile quello dello “scontro di civiltà” tra
l’Occidente e l’Islam.
Del resto questo esito di trionfo dell’ideologia capitalista
travestita da non-ideologia, era apparso possibile grazie all’egemonia assunta
dal concetto neo-liberista insito nella ventata conservatrice propiziata
dall’offensiva di Reagan negli USA e di Margaret Tachter in Gran Bretagna: USA
e Gran Bretagna che si dimostravano ancora una volta dopo la fine della seconda
guerra mondiale i paesi-guida nell’economia e anche nella riflessione politica,
campo nel quale il sociologismo di marca USA pareva ormai sopravanzare
l’idealismo del modello renano
Non si dispone, in questa sede, per evidenti ragioni di
economia del discorso della possibilità di analizzare a fondo i punti di contrasto che pure ci sono
stati rispetto all’emergere dello stato di cose fin qui descritto: fatto sta
però che l’egemonia neoliberista si è imposta modificando profondamente gli
equilibri politico- sociali in particolare nell’Occidente (ma spostando anche i
termini di confronto politico a livello planetario) e l’opposizione (nell’allineamento
fatto segnare dai partiti socialisti europei, da Blair a Schroeder fino, in
Italia, allo scioglimento di PCI e PSI) interpretata secondo i canoni globalisti
di Porto Alegre o del “popolo di Seattle” via, via è ripiegata nell’ambito di
una contestazione “normalizzata”, della quale fanno parte anche gli “Occupy
Wall Street” e gli “Indignados” spagnoli, tanto per fare esempi concreti.
In concerto con l’affermazione neoliberista abbiamo avuto lo
smarrimento della percezione stessa del persistere del peso sociale di quella
che è stata definita come “contraddizione principale”, quella tra capitale e
lavoro che la vulgata marxista aveva dichiarato come “contraddizione di
classe”.
A contribuire a quest’esito hanno concorso altri fattori
come l’emergere, nell’Occidente sviluppato ma con tentacoli ben estesi a
livello globale, di un “individualismo consumistico” che ha assunto aspetti frenetici al punto da
assurgere quasi a ideologia come “falsa coscienza”; il tema dell’ambiente, non
affrontato dal capitalismo, in termini di trasformazione della produzione
saltando l’interrogativo degli anni’70 “come produrre e per chi produrre”?, la
sopraffazione di qualsiasi idea concreta
di decolonizzazione sostituita dalla rapina sistematica di grandi aree
dell’Africa, dell’Asia, della stessa America al Centro e al Sud mettendo in
moto un gigantesco fenomeno di immigrazione di massa, verso il quale è stato
smarrito completamente un altro cardine dell’agire politico della sinistra,
quello che- sbrigativamente, per intendersi, può ancora essere definito come
“internazionalista”.
Un terzo punto sul quale aprire la riflessione riguarda il
mutamento del concetto di guerra dall’epoca del superamento della logica dei
blocchi e dell’avvento di una sola superpotenza, gli USA, garante della pace
nel mondo in qualità di”superpoliziotto”.
A parte il persistere di guerre locali, alimentate in gran
parte per ragioni di approvvigionamento energetico, il fenomeno della guerra ha
assunto nel corso dell’ultimo ventennio il carattere della “esportazione di
democrazia” e dello “intervento umanitario”: colossali mistificazioni, buone
soltanto a mantenere a un livello costante e molto elevato la produzione
bellica e a salvaguardare la detenzione del potere tecnologico nelle mani –
appunto - dell’’unica superpotenza
rimasta, come fa notare Noam Chomsky in uno dei suoi ultimi lavori.
Intanto si cercavano di spostare gli assi di riferimento
dell’economia internazionale con la crescita di nuovi giganti nella produzione,
dalla Cina al Brasile, all’India che irrompevano così sulla scena
dell’esportazione mondiale creando anche l’idea di un contrappeso politico (i
cosiddetti BRICS). In realtà il livello di irruzione sui mercati a livello
globale da parte di questi paesi non si è realizzato in quanto, per ragioni di
origine della produzione, la loro capacità di intervento è rimasta comunque
provinciale.
Così come l’Unione Europea costruita su di un rigido
meccanismo di tipo monetarista sulla base di successivi trattati (da Maastricht
a Lisbona) e priva di un effettivo peso politico, ha finito con il provocare
grandi divisioni al suo interno tra Nord e Sud (con la creazione dei cosiddetti
PIGS, paesi mediterranei sostanzialmente insolventi rispetto alle regole
dell’Unione) ed esaltare le capacità di esportazione della Germania, mentre la
Gran Bretagna continua a rimanere isolata rispetto alla “zona euro”.
In questo quadro schematicamente riassunto si sono
verificati in Occidente, sul piano più strettamente politico, alcuni fenomeni
molto importanti: sul piano generale la messa da parte del concetto di
geopolitica (se ne discusse molto negli anni’90 del secolo scorso) aveva fatto
accantonare del tutto l’idea internazionalista sopravvissuta soltanto
all’interno di gruppi minoritari dalla forte identità ideologica, in Occidente
si è verificata la completa dismissione dell’identità da parte dei partiti
socialisti e socialdemocratici (compreso il PDS, poi DS italiano, che proveniva
da una storia affatto diversa) con un passaggio di questi nel campo liberista (certo
con contraddizioni, ma nella sostanza della schematicità di un intervento di
questo tipo il giudizio di fondo non può che essere quello appena pronunciato)
e la marginalizzazione, non solo elettorale ma soprattutto di radicamento
sociale, delle forze rimaste antagoniste, soprattutto di quelle di matrice
comunista costrette a nascondersi, in pratica, in Francia, in Spagna, in Italia
, in Grecia all’interno di generiche alleanze “di sinistra” (salvo residualità
quali il KKE greco legate davvero a uno schema teorico – politico del tutto
tramontato).
Si insiste qui a descrivere la situazione in Occidente
esprimendo una convinzione di fondo, soprattutto per le ragioni che adesso
saranno descritte, è ancora qui, da questa parte del mondo che si giocano i
destini complessivi della politica a livello globale e delle giovani
generazioni: è una convinzione profonda che si intende esprimere in questa
occasione, pur avendo presente e non trascurando ciò che accade a tutte le
latitudini.
Una convinzione che deriva da due punti di analisi: 1) la
globalizzazione, così com’era stata intesa negli ultimi 20 anni si è arrestata;
2) così come appare in ritardo, rispetto alle previsioni, quella possibilità di
cessione di sovranità dello “Stato – Nazione” che pure era stata considerata
alla base di ipotesi politiche d grande portata come quella della costruzione
dell’Unione Europea.
Nel frattempo, nel corso degli ultimi anni se non degli
ultimi mesi, si sono verificati alcuni fatti di grandissimo rilievo:
1) Dalla
crisi del sub prime statunitensi del 2008 in avanti la gestione capitalistica
del ciclo ha inteso riaffermare per intero la propria egemonia ristabilendo,
rispetto alle classi lavoratrici dell’Occidente, rapporti di forza che
sbrigativamente possono essere definiti, a livello di intensificazione dello
sfruttamento e della precarietà del lavoro, da anni’50. Questo fattore ha
portato a un impoverimento generale comprensivo di classi che potevano
definirsi come “medie” in un quadro di appiattimento generale nelle condizioni
di vita, piuttosto che di antica proletarizzazione. Per questo motivo al
riproporsi di condizioni “classiche” di ripresa della centralità della
“contraddizione principale” non sono seguite adeguate forme organizzate di
conflitto portate avanti nel nome della “lotta di classe”;
2) Si
è verificata un’improvvisa (ma non troppo) ripresa dei disegni imperiali da
parte della Russia, in conclusione della fase di smarrimento seguita alla fine
dell’Unione Sovietica. Questo fattore può riportare rapidamente il globo a una
ripresa della logica dei blocchi, fronteggiandosi appunto di nuovo le uniche
due superpotenze possibili. I fatti di queste ultime settimane, legata alla
crisi dell’Ucraina e all’annessione della Crimea, e le corrispondenti reazioni
americane esternate dal presidente Obama nel corso della sua ultime visita in
Europa, testimoniano sicuramente di questo stato di cose. E’ così tornata, per
dirla in gergo, la “geopolitica” e si stanno spostando gli assi delle relazioni
internazionali con il pericolo di esplosione di importanti conflitti locali
(Cina/Giappone ad esempio) di ripresa del colonialismo in Africa (con la
Francia già osservata alacremente all’opera in questo senso) e di “chiusura” di
una certa logica “globale” nei mercati internazionali. Intendendoci bene su
questo ultimo punto: gli intrecci affaristici ci sono tutti e molto complicati,
non è il caso quindi di affettare giudizi particolarmente asseverativi ma di
tentare di individuare concrete e credibili linea di tendenza.
3) E’
radicalmente mutata, come si sosteneva anche all’inizio, la qualità e la
determinazione dell’agire politico con uno spostamento di rapporto tra
l’economia e la politica stessa, una funzione diversa più immediata e diretta
della tecnocrazia nella gestione delle politiche pubbliche, di una nuova
esposizione (soprattutto a livello mediatico) del personalismo che punta a
svuotare il concetto stesso di rappresentatività politica, e il ruolo dei
consessi elettivi, costruendo una sorta di “democrazia diretta” i cui
meccanismi appaiono soltanto utili a suffragare, plebiscitariamente, il
“leader” annullando la mediazione sociale dei corpi intermedi (primi fra tutti,
colpiti in questo modo i sindacati ma anche le stesse associazioni
imprenditoriali). Questi elementi risultano essere sicuramente comuni in tutto
l’Occidente, ma si sviluppano con
particolare efficacia in Italia, data la natura specifica di alcuni punti di
partenza, in particolare relativi all’origine del nostro sistema politico
all’indomani della seconda guerra mondiale.
Come può essere conclusa questa lunga, eppur affrettata
analisi?
Quali indicazioni possibili per una sinistra alternativa,cui
pure queste note sono indirizzate, che intenda ancora operare in Italia
ponendosi davvero in relazione con le grandi questioni dello scenario
internazionale?
Si tratta di prendere atto di alcuni elementi molto precisi:
a) Il
rallentamento nel processo di cessione d sovranità dello “Stato – Nazione” e la
possibile ripresa sul piano complessivo della “logica de blocchi” portano alla
necessità d costruzione di una soggettività politica capace di esprimere anche
e principalmente una propria “dimensione nazionale” pur nell’ambito di una
Unione Europa all’interno della quale porre non soltanto il tema della rottura
dei Trattati (com’è indispensabile fare)
ma anche del ruolo rispetto al nuovo quadro geopolitico del mondo. Questioni
come quella della pace, del disarmo, della neutralità dell’Europa assumono così
una valenza fondamentale;
b) Il
riproporsi urgente del tema della “contraddizione principale” e l’estensione
della consapevolezza di quest’esigenza a livello internazionale chiamano a due
considerazioni: la prima relativa ai riferimenti sociali che non possono che
essere – in via prioritaria e senza l’espressione di alcun “settarismo di
classe” o di chiusura operaista–quelli
del mondo del lavoro dipendente e del gran numero di disoccupati. Questi
richiami teorici ci pongono però di fronte, come secondo punto, al tema
dell’identità del soggetto di cui intendiamo proporre la costruzione ex-novo,
tenuto ben conto in Italia, di un tema che fin qui non è stato affrontato:
quello del fallimento, sul piano teorico, politico, organizzativo ma anche
ideale e morale dei soggetti che si definiti “sinistra radicale”. Fallimento
suffragato dalla partecipazione subalterna a governi borghesi avvenuta proprio
in una fase, che continua, nella quale s riducevano gli stessi margini
possibili di uno spazio e di un ruolo del riformismo. Si è così smarrita
identità, autonomia, consapevolezza politica del proprio “essere”. Per quei
soggetti che cercando di rimanere in piedi attraverso improbabili coalizioni
elettorali e partecipazione a giunte comunali e regionali è ormai venuto a
mancare proprio “l’ubi consistam”. Nella sostanza se l’identità del soggetto
non può che essere legato alla prospettiva anticapitalista nella realtà
italiana i riferimenti storici e teorici non potranno essere altri che quelli
del riferimento all’elaborazione, complessa, da recuperare e innovare, della
sinistra comunista italiana, cui nel seguito al processo di scioglimento del
PCI non si è riusciti a fornire un minimo di dignitosa continuità. Naturalmente
ci sarà bisogno di altri apporti, da altre visuali critiche in particolare
legate all’analisi delle cosiddette contraddizioni post-materialiste (pensiamo
all’ambientalismo, alla differenza di genere, al tema dei diritti civili e
delle libertà individuali). Come ha
scritto efficacemente Lucio Magri nel suo “Sarto di Ulm” potrà però essere soltanto all’interno della
prospettiva comunista che queste contraddizioni potranno essere risolte in una
sintesi di proposta di società alternativa;
c) Infine,
il tema spinoso dell’azione politica, dell’organizzazione, della presenza nelle
istituzioni. E’ necessario essere chiari su di un punto: è necessario un partito,
un partito che tenga conto nelle sue modalità organizzative di tutti gli
elementi di novità intercorsi sul piano tecnologico e dell’agire sociale
intervenuti nel corso di questi anni (primo fra tutti l’utilizzo degli
strumenti di comunicazione di massa, principalmente del web) ma che,
indipendentemente dai numeri di partenza, esprima una vocazione verso la
dimensione dell’integrazione di massa e si doti di strutture dirigenti e
organizzative a livello centrale e sul territorio in quella dimensione, riprendendo
anche una capacità di funzione pedagogica, di informazione, di conoscenza
strettamente connessa in un rapporto di vero interscambio con la complessa
realtà delle lotte sociali, innervandole e ricevendone – al contempo – nerbo.
La concezione della democrazia sarà il confine dell’autonomia politica di
questo soggetto, rifiutando in toto i concetti della personalizzazione, del
presidenzialismo, dell’idea maggioritaria, e della governabilità intesa quale
fine esaustivo dell’azione politica. Vale ancora, per questa fase storica il
disegno di democrazia repubblicana elaborato dall’Assemblea Costituente . E’
evidente che, a questo punto, l’unica possibilità di posizionamento all’interno
del sistema politico italiano è quello di una sinistra d’opposizione per
l’alternativa, senza concessione alcuna a idee di ripresa di un centrosinistra
che non esiste più comunque ,ed esprimendo per intero la propria identità
autonoma nella funzione di esercizio di una vera e propria egemonia, intesa nel
pieno senso gramsciano del termine.
Si affidano queste note, sicuramente incomplete e molto
confuse, al dibattito tra le compagne e i compagni in un’idea di serio avvio di
una fase costituente per quel nuovo soggetto politico per il quale è necessario
sentire un kantiano “imperativo categorico” nella necessità di costruzione.
1 commento:
scusate compagni, non potreste essere meno lunghi negli editoriali?; capisco la necessità di spiegare nei particolari le argomentazioni, però uno sforzo per indurre alla lettura i più potreste tentare di farlo; a meno che questo sito lo abbiate pensato come agorà adatto ai soli specialisti della politica.
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