Il nuovo saggio del filosofo Jurgen Habermas dal titolo “Nella spirale
tecnocratica", di cui “Repubblica” anticipa parte dell’introduzione,
affronta un tema tipicamente novecentesco: il rapporto tra la solidarietà e i
diritti, intesi come “pretesa giuridica” nell’ambito dello Stato Sociale.
Ed esordisce: le offese alla solidarietà civica suscitano
indignazione.
Habermas sostiene come sia questione di “solidarietà” e non
di “diritti” il livello di diseguaglianza tra i cittadini e, ancora, come non
sia lo Stato di diritto che può frenare il numero crescente di giovani senza
lavoro, di disoccupati, di sotto-occupati, di anziani con una pensione da fame,
di mamme che allevano da sole i propri bambini e dipendono dalla pubblica
assistenza.
Da questo quadro che appare tratto dalla penna di Dickens
eppure molto realistico rispetto all’attualità, Habermas tra la conclusione che
solo la politica di un legislatore che sia sensibile alle pretese normative di
una cittadinanza democratica può trasformare le richieste di solidarietà dei
marginalizzati in veri e propri diritti sociali.
C’è del vero in questa conclusione di Habermas e anche del
condivisibile, mantenendoci alla superficie della questione.
Dal nostro punto di vista, però, è necessario davvero andare
al cuore della questione delle diseguaglianze facendo in modo che, anche
all’interno di una riprogettazione dello Stato Sociale universalistico, si
trasformi in questione dell’eguaglianza.
Solidificando la solidarietà in un “corpus” di diritti
stabiliti e codificati dalla legge si corre, infatti, il rischio del riproporsi
del principio di sussidiarietà verticale: lasciando cioè che determinati
livelli di affrontamento dei bisogni diventi “affare privato” purché si rimanga
all’interno di quanto stabilito dal dettato legislativo.
Se l’idea è quella di uscire dalla “spirale tecnocratica”
(abbiamo tutti ben presente, almeno in Italia, il significato di quest’affermazione,
in particolare dopo aver percorso le esperienze dei governi Monti e Letta) il
rischio è quello di rientrare dalla finestra della logica di privatizzazione
nella capacità di affrontare il tema dei diritti lasciando così, di
conseguenza, intatto il livello di diseguaglianza.
Non si tratta di un discorso complicato, anzi: il tema è
quello “storico” del rapporto tra eguaglianza e diritti che può essere risolto
soltanto modificando nel profondo la struttura dello Stato in tutte le sue
articolazioni centrali e periferiche.
Habermas pensa a un grande sforzo cooperativo che incrementi
la crescita dell’eurozona: è necessario pensare a un grande sforzo
rivoluzionario, di vera trasformazione sociale, che modifichi prima di tutto
gli equilibri politici e stabilisca regole, possibilità, capacità del
“pubblico” (meglio ancora della programmazione e della gestione “pubblica”)
rivolte ad aggredire le diseguaglianze individuandole su tutti i terreni:
politico, economico, sociale.
Non si può pensare ad una nuova dimensione della
competitività quanto piuttosto da un’idea dell’eguaglianza sociale che rifiuti
quella semplicisticamente definibile dei “punti di partenza” affermando,
invece, l’eguaglianza nei fatti e non nell’astratto con un’idea di
redistribuzione delle risorse governata da strutture pubbliche inserite in un contesto
concreto di “democrazia politica”.
I tempi non appaiono certo favorevoli da questo punto di
vista considerato che siamo ancora di fronte ad una fase di “costrizioni
sistemiche” che impongono l’egemonia liberista e di conseguenza quella delle
diseguaglianze.
L’importanza di una riflessione da impostare da subito su
questi temi sarebbe, allora, quella di ragionare nell’ottica di un vero e
proprio ribaltamento di questa egemonia liberista, non limitandoci alla
giuridicizzazione della solidarietà.
L’eguaglianza da ricercarsi, invece, nella profondità del
profilo etico dell’azione politica e dei fondamenti dell’identità dell’agire da
parte del “pubblico”: la Costituzione Italiana, spesso disattesa e che adesso
si vuole cambiare nel senso dell’adeguamento al meccanismo selvaggio della
competizione individualistica, contiene già spunti di grande interesse e
attualità nella direzione che abbiamo cercato di indicare.
Di conseguenza non si tratta soltanto di difenderla (com’è
giusto e sacrosanto) ma di lottare per imporne, ancora, l’applicazione nei suoi
punti decisivi di assoluta attualità.
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