Un attacco rivolto verso ogni espressione di dissenso
organizzato e condotto assieme dal
Governo, dalla Polizia, dai partiti parlamentari, dal sistema della
comunicazione di massa.
Da qualche tempo si scrive di “svolta autoritaria” in atto:
una valutazione che è stato formulato guardando anche oltre a quanto sta accadendo
sul terreno della proposta di nuova legge elettorale e di riforme
costituzionali e istituzionali che puntano a stravolgere l’impianto
parlamentare della Repubblica così come disegnato dalla Costituzione.
In questa “svolta autoritaria” si ravvede qualcosa di più
profondo nella- pur grave – progressiva riduzione del rapporto tra politica e
società realizzato al fine di “tagliare” il più possibile dell’insieme dei
bisogni sociali.
La modernità viene
affermata dalle classi dominanti attraverso l’intreccio tra l’inasprimento
delle condizioni nelle quali il capitale afferma la propria egemonia e l’emergere di nuove contraddizioni
post-materialiste (pensiamo al conflitto ambiente/lavoro) agite allo scopo di
“sfarinare” l’identità sociale, dividere e preparare un'altra fase di dominio
di un capitalismo feroce, negatore dei diritti basilari.
Un capitalismo che
punta alla sopraffazione dei singoli e del collettivo, e non appena compare il dissenso, lo
marginalizza e lo criminalizza.
E’ sempre accaduto, intendiamoci, in una forma più o meno
accentuata ma adesso in Italia questa “filosofia politica” del capitale sta
assumendo, anche per via di questioni specifiche legate alla realtà del quadro
politico e dei soggetti intermedi, una vera e propria veste di autoritarismo
populista.
L’atteggiamento dei “media”, dell’insieme del quadro
politico, delle “autorità costituite” nei confronti della “manifestazione
antagonista” svoltasi ieri 12 Aprile a Roma, è stato assolutamente in linea con
quanto fin qui descritto: si tratta di un giudizio che abbiamo l’obbligo di
esprimere senza remore, al di là della valutazione che è stata data circa la
qualità di espressione di dissenso emersa complessivamente dalla
manifestazione.
Sono emerse e non vanno taciute difficoltà a costruire una
piattaforma unificante al di là di generiche parole d’ordine.
Si è ravveduto un limite nel non aver centrato , da parte di molti dei soggetti partecipanti, il “target” dell’Unione Europa da rompere.
Si è corso il rischio di assuumere nella sostanza una
dimensione di tipo provincialistico e un’identità di tipo massimalista –
rivendicativo con qualche tratto di neo-corporativismo.
Quest’analisi critica però deve passare in secondo piano nel
momento in cui si registra un attacco così duro, di carattere veramente
repressivo.
Un attacco rivolto verso ogni espressione di dissenso
organizzato e condotto assieme dal
Governo, dalla Polizia, dai partiti parlamentari, dal sistema della
comunicazione di massa.
Il tema di fondo, però, non può che essere affrontato se non
impostando un discorso di natura
eminentemente politica.
Il Manifesto di oggi, 13 Aprile, rende bene nella sua
cronaca (non ci sono commenti) la necessità di affrontare, da parte nostra, il
terreno della politica.
Si parla, infatti, oltre che delle cariche della polizia
(con gli agenti ringraziati dal Sindaco, Marino) di movimenti di lotta per la
casa e di contestazione al “job act” preparato dal governo, senza porre
minimante in connessione le diverse espressioni di lotta all’interno di un possibile
progetto di opposizione complessiva, come sarebbe invece necessario fare.
A rischio di apparire inguaribilmente “retrò” è invece
proprio il punto dell’opposizione politica quello da sollevare ancora una volta
con grandissima urgenza.
Occorre sviluppare un’analisi che parta da due punti che
debbono essere sollevati senza discussione: al meccanismo della repressione, in
questo caso esercitata con grande prontezza dalle preposte “forze del
disordine” si affianca un processo di marginalizzazione del dissenso.
Una marginalizzazione che deriva dall’assenza di prospettiva
nel riuscire a fornire al fortissimo disagio sociale un’effettiva capacità
politica di espressione dell’opposizione.
Sono diverse sotto quest’aspetto le ipotesi in campo: c’è
chi ha proposto un “controsemestre europeo” (con una manifestazione a Torino
l’11 Luglio in occasione del vertice UE sulla disoccupazione) sostenuto da una
“alleanza” tra l’insieme dei soggetti sindacali, politici, di movimento
dell’antagonismo mentre Paolo Di Vetta, dei Blocchi Precari Metropolitani,
proprio in un’intervista rilasciata al Manifesto si pone il problema di “una
riflessione su come andare avanti, trovare un linguaggio comune per
l’opposizione alle politiche sociali e del lavoro del governo”.
Il tema è dunque lanciato ben al di là delle esitazioni e
dei ritardi di soggetti come Ross@ che avrebbero dovuto porsi in essere da
tempo in questa direzione svolgendo una
funzione prettamente “politica” di sintesi e di costruzione di questo reclamato
“linguaggio comune”, mentre è parsa evidente la strumentalizzazione tentata, anche in quest’occasione,
da Rifondazione Comunista che ha cercato di portare a spasso per le vie di Roma
i suoi candidati alle Europee .
E’ bene ricordare che i candidati di Rifondazione Comunista stanno in una Lista come quella Tsipras che
appare del tutto interna al gioco di quel quadro politico che procede verso la
marginalizzazione del dissenso ben oltre l’attacco alla rappresentanza politica
contenuta – come à già stato ricordato – nel progetto di legge elettorale.
Occorre capire che è in ballo l’essenza stessa di un fatto
democratico fondamentale per il funzionamento di un sistema politico: quello
dell’opposizione.
Un’opposizione che non può e non deve risultare interna al
quadro dato.
Un ‘opposizione che sappia connettere diverse soggettività ed
espressioni del dissenso sociale, riuscendo a rappresentare e a progettare
un’alternativa di sistema.
Un lavoro non breve, né facile, per il quale esistono forze
e disponibilità.
Nell’immediato post 18-19 Ottobre l’occasione fu sicuramente
perduta.
Oggi tra l’esito
della manifestazione di ieri, quella prevista per l’11 Luglio a Torino e la
proposta di alleanza per il “controsemestre europeo” occorre mettere in mezzo
un qualcosa di più, facendo approdare a concretezza l’ipotesi di una nuova
soggettività politica dell’anticapitalismo e dell’opposizione per
l’alternativa.
Il conflitto sociale, anche in forme tumultuose, è
indispensabile ma eguale valenza possiede la capacità di sintesi e di
progettualità politica: è da questo intreccio, dalla capacità del “pensare” e
del “fare” di una soggettività nella quale ricercare anche forme originali di
aggregazione e di organizzazione, che possiamo trovare alimento nel disegnare
un futuro nel quale possa essere possibile
respingere questo tentativo in atto di repressione e marginalizzazione del
dissenso.
Si tratta, infine, di far compiere un salto di qualità
proprio al dissenso trasformandolo in opposizione politica.
2 commenti:
Caro Franco,
la manifestazione del 12 scorso, ancora una volta ci ha dato l'esatto polso della realtà, Da un lato problemi enormi che schiacciano masse di persone e categorie sempre più numerose. Dall'altro la frammentazione della protesta in rivoli separati, spesso apparentemente estranei gli uni agli altri e comunque così gestiti, incapaci di convergere in un unico, vero, possente flusso di protesta, ma, soprattutto, incapaci di produrre, a livello concettuale ed operativo, una piattaforma di proposta e di alternativa globali. E ciò sia sul piano della difesa dei fondamentali principi della democrazia parlamentare, sia su quello di un modello di società opposto al modello disumano che le maggioranze, europee o nazionali, imprenditoriali o finanziarie, di governo o di opposizione, impongono alle classi lavoratrici, tanto in Italia, quanto in Europa. Purtroppo, a fronte di tutto ciò, l'opposizione che tu invochi non esiste: non esiste negli uomini che vorrebbero rappresentarla, ma che sono schiavi di vecchie logiche, di una dialettica di second'ordine, di riflessi condizionati non appena si affacciano scadenze elettorali; schiavi della incapacità connaturata nella sinistra di "stare insieme", schiavi dell'autoconsiderazione e dell'autoconservazione, sordi alla necessità di mettere da parte il particolarismo del gruppo, del retroterra, della sigla e di guardare invece avanti, essere uomini di frontiera, essere profeti del nuovo e dell'antagonismo. A questo si aggiunga una "classe" che non sa più di essere tale, un popolo non più capace di pensare in grande, degradato da decenni di falsi modelli che giornali, televisioni e capipopolo di turno gli hanno rovesciato addosso fino a renderlo di essi schiavo. Mi tornano alla mente i versi del Coro dell'Adelchi, nell'atto III della manzoniana tragedia:
Dagli atrj muscosi, dai fori cadenti
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta;
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.
Dove sono finiti questi "italici" che, come afferma l'analisi letteraria, "da oggetto di storia come sono rappresentati, si avviavano a divenire il soggetto o comunque ad acquistare una aurorale consapevolezza"? E c'è veramente qualcuno che cammini qualche passo davanti a loro ad aprire la strada? O non ci sono che omuncoli preoccupati unicamente della loro visibilità, persi in sterili diatribe nominalistiche, occupati a coniare sigle sempre nuove per affermare un'inesistente originalità, ma riuscendo solo ad alimentare una perversa frammentazione? Ciao, Franco.
Mimmo Filippi
Citazione perfetta : il nuovo padrone si mesce con l'antico..se non ricordo male a memoria. Una delle mie preferite. Grazie Franco Astengo
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