mercoledì 16 aprile 2014

LO SPECCHIO UCRAINO (da Limes)




Si riporta di seguito, valutandola di grande interesse sul piano dell’analisi, la prima parte dell’editoriale (non firmato e quindi attribuibile al direttore Lucio Caracciolo) apparso sul numero di Limes dedicato alla crisi ucraina.
 
Nelle crisi ci sveliamo per quello che siamo e non per quello che vorremmo essere.
Vale anche per gli attori geopolitici.
Il test dell’Ucraina, al quale si sono sottoposti russi, americani ed europei, ha prodotto un esito negativo per Mosca, positivo per Washington, disastroso per l’Unione Europea.
Bilancio molto provvisorio, da riverificare nel futuro prossimo. Eppure ineludibile, se vogliamo intendere il senso di una partita la cui prima posta è la ridefinizione della sempre mobile frontiera tra impero russo e spazio euroatlantico.
Vediamo.
La Russia ha riportato a casa la Crimea con la gloriosa Sebastopoli.
Premio di consolazione rispetto alla perdita del pur relativo controllo su Kiev, al gelo con gli Stati Uniti e alla “crisi di coppia” con il partner tedesco.
Soprattutto Mosca sta già pagando il pedaggio economico della brillante operazione militare sulle sponde del Mar Nero: fuga di capitali, rublo infragilito, incertezza sui progetti di sviluppo dell’interdipendenza con il mercato energetico europeo.
Che ne sarà di South Stream? Ancora: scetticismo sull’Unione euroasiatica, versione soft della parziale riconquista dello spazio ex-sovietico.
La sola manutenzione della Crimea, con le infrastrutture necessarie a renderla autonoma dall’Ucraina e con i russi locali che si aspettano di essere foraggiati dalla vecchia/nuova madrepatria, senza contare l’inquieta minoranza tatara islamica, esposta al contagio jihadista, costerà al Cremlino almeno 20 miliardi di dollari in tre anni.
Mentre concelebrava la riammissione della penisola, il promo ministro Dimitrij Medvedev avvertiva: “Tutto questo adesso sarà il nostro mal di testa.
L’America ha stoppato le ambizioni di Putin di rinverdire la caratura globale della potenza russa, basata sulla sua maestria tattica piuttosto che sulle risorse strategiche del paese.
Dopo averne subito la verve scacchistica in Siria e sul dossier iraniano, constatata con disgusto l’abilità manovriera di Mosca nel vasto mondo che mal tollera la presunzione occidentale di dettare l’agenda globale (gruppo BRICS) e persino in ambito NATO (intesa con Berlino, gioiello della geopolitica putiniana), Washington è passata al contrattacco.
Cavalcando “Piazza Europa” (Jevromaidan) che per mesi ha incarnato la rivolta del popolo ucraino vessato da un regime ipercorrotto, Obama ha costretto Putin a riconcentrarsi sul suo cortile di casa, a sovraesporsi sotto il profilo propagandistico (non è il suo forte) e militare, risorsa che Mosca tende a sovrastimare, almeno quanto i cantori della “Europa civile” la sottovalutano.
Tutto pur di scacciare l’incubo che un giorno lo scenario di “Piazza Europa” si riproduca dalle parti della Piazza Rossa.
Quanto a noi europei ci siamo confermati pallide, velleitarie comparse.
Se è possibile che ai tempi supplementari Putin spunti un pareggio e Obama veda, per conseguenza, ridimensionato il suo successo, pare invece improbabile per i soci dell’Unione Europea specie per noi italiani, risalire la corrente.
La “famiglia” comunitaria si è divisa in due estremi: chi considera la stabilità della Russia un bene di tutti, per il quale conviene pagare quasi ogni prezzo, anche perché  acquistiamo  il 29% del nostro gas Mosca, la metà del quale ci giunge via Ucraina e che nella contesa con Kiev  vorrebbe vederla risucchiata dal vortice della sua frontiera occidentale, per disintegrarsi come l’Unione Sovietica, ciò che peraltro porrebbe i nostalgici del roll-back di fronte alle conseguenze dei propri desideri.
Non solo nordici versus mediterranei, centrorientali versus occidentali con i tedeschi impegnati, senza successo, a stemperare la cacofonia di orchestrali refrattari a eseguire lo stesso spartito.
La partizione tagli gli establishment nazionali al proprio interno, con il mondo finanziario e industriale istintivamente conservatore, a salvaguardia dei propri contratti e investimenti sul mercato russo, il cui unico effetto consiste nel convincere gli ucraini della nostra ipocrisia e i russi della genialità di Putin.
Di più il caso ucraino ci ricorda che non siamo padroni della casa in cui abitiamo.
Continuiamo, anzi, a segmentarla, a dilatarne gli spazi contesi, a inventarvi potenze esterne, formali e informali.
Un dogma ci affratella, mai assumerci le responsabilità di noi stessi.
Non  stupiamoci dunque dell’elegante sintesi di Victoria Nuland, l’inviata di Obama  a Jevromajdan: “Unione Europea vaffanculo”.
L’effetto di lungo periodo della nostra inconsistenza, fin troppo evidente nella battaglia per Kiev, è la balcanizzazione del Vecchio Continente.
Più intoniamo il rassicurante ritornello dell’integrazione comunitaria, più contiamo nuove frontiere, informali o ufficiali, a ritagliare coriandoli d’Europa.
Le terre di nessuno, consegnate alla rivalità tra gruppi criminali travestiti da politici e segnate dai nazionalismi autistici, sono la cifra della nostra stagione geopolitica.
Questo continente in via di accentuata frammentazione non minaccia a breve gli interessi americani, è tollerabile (entro certi limiti) per i russi, ma è sempre meno rassicurante per gli europei.
La deriva balcanizzante  può diventare esiziale per chi si trova nel cuore dello scontro, dove i primattori della crisi recitano i loro copioni nella tranquilla (in)coscienza che a subirne le conseguenze non saranno loro, semmai le varie cavie locali.
In questo caso, gli aspiranti rivoluzionari di Jevromajdan.
I quali oggi debbono constatare che gli oligarchi restano a galla, pronti a inaugurare una nuova stagione.
Intanto il paese, amputato della Crimea, è sull’orlo della bancarotta.
Altre sub-Ucraine, da Leopoli a Donec’k riscoprono la propria soggettività.
Nell’intero Donbas i filorussi oscillano fra rivendicazioni super-autonomiste  e tentazioni separatiste, scontrandosi con i leader provvisori di Kiev, tanto consapevoli del proprio ruolo da definirsi kamikaze.
Dalla pancia di “Piazza Europa” sono intanto resuscitati gli agguerriti eredi del filonazismo ucraino, i cultori del “genotipo” nazionale, russofobi, polonofobi, antisemiti.
Nella quasi indifferenza dell’Unione Europea che nel 2000 sanzionò l’Austria per via di Haider, blando conservatore appetto ai miliziani del Pravyi Sektor e tollera i revival dei particolarismi xenofobi che punteggiano la mappa del continente, non solo a Est.
A più di vent’anni dalle guerre iugoslave che avrebbero dovuto esporre al mondo la virtù pacificante e ordinatrice dell’Europa Unita, la contesa ucraina ci inchioda al rango di quantità trascurabili.
Spesso ignorate.
In alternative, agite dagli americani o condizionate dai russi, nel caso dell’Italia, le due cose insieme.
Risultato: una rivoluzione avviata in nome dei valori europei (quali?) si è scontrata con il cinismo, l’indifferenza e le manipolazioni dei soci del club cui avrebbe inteso aderire, di fatto indisponibili ad ammettere gli ucraini nel proprio salotto.
In cinque fotogrammi, ecco l’autoritratto di noi stessi come risulta dal test ucraino:
a)      L’Unione Europea non solo non è un soggetto geopolitico, ma pesa meno della somma dei suoi stati membri e persino di molti di essi;
b)      Quando in Europa la parola passa alle armi possiamo mettere mano soltanto alle armi della retorica e invocare la protezione dell’alleato americano. Il quale non sbarcherà mai più in Normandia, essendo concentrato su se stesso e, secondariamente, sulla sfida con la Cina. La nostra rinuncia a rivendicare il diritto di codecisione in ciò che resta dell’Alleanza Atlantica consente al partner principale di stabilire quali sino i nostri interessi – meglio: la loro insussistenza;
c)       Le percezioni europee della Russia sono diverse spesso opposte, a seconda della lontananza da Mosca – la russofilia ne è in genere direttamente proporzionale . e dalla memoria storica. Solo chi è stato occupato dai russi sente di conoscerli davvero;
d)      La simpatia europea per l’America resta funzione della paura della Russia;
e)      La dipendenza strategica della pur riluttante Mamma Americana significa che se ci smarchiamo da Washington dobbiamo pagare pedaggio, mentre l’interdipendenza energetica con la Russia implica che se sanzioniamo Mosca sanzioniamo noi stessi.
Per chi in Italia e in Europa conservasse qualche curiosità circa il proprio immediato futuro, sarà dunque utile indagare quali siano i progetti di Mosca e Washington per l’Ucraina e come essi incrocino le velleità europee…..

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