Si riporta di
seguito, valutandola di grande interesse sul piano dell’analisi, la prima parte
dell’editoriale (non firmato e quindi attribuibile al direttore Lucio
Caracciolo) apparso sul numero di Limes dedicato alla crisi ucraina.
Nelle crisi ci sveliamo per quello che siamo e non per
quello che vorremmo essere.
Vale anche per gli attori geopolitici.
Il test dell’Ucraina, al quale si sono sottoposti russi,
americani ed europei, ha prodotto un esito negativo per Mosca, positivo per
Washington, disastroso per l’Unione Europea.
Bilancio molto provvisorio, da riverificare nel futuro
prossimo. Eppure ineludibile, se vogliamo intendere il senso di una partita la
cui prima posta è la ridefinizione della sempre mobile frontiera tra impero
russo e spazio euroatlantico.
Vediamo.
La Russia ha riportato a casa la Crimea con la gloriosa
Sebastopoli.
Premio di consolazione rispetto alla perdita del pur relativo controllo su Kiev, al gelo con gli Stati Uniti e alla “crisi di coppia” con il partner tedesco.
Premio di consolazione rispetto alla perdita del pur relativo controllo su Kiev, al gelo con gli Stati Uniti e alla “crisi di coppia” con il partner tedesco.
Soprattutto Mosca sta già pagando il pedaggio economico
della brillante operazione militare sulle sponde del Mar Nero: fuga di
capitali, rublo infragilito, incertezza sui progetti di sviluppo
dell’interdipendenza con il mercato energetico europeo.
Che ne sarà di South Stream? Ancora: scetticismo sull’Unione
euroasiatica, versione soft della parziale riconquista dello spazio
ex-sovietico.
La sola manutenzione della Crimea, con le infrastrutture
necessarie a renderla autonoma dall’Ucraina e con i russi locali che si
aspettano di essere foraggiati dalla vecchia/nuova madrepatria, senza contare
l’inquieta minoranza tatara islamica, esposta al contagio jihadista, costerà al
Cremlino almeno 20 miliardi di dollari in tre anni.
Mentre concelebrava la riammissione della penisola, il promo
ministro Dimitrij Medvedev avvertiva: “Tutto questo adesso sarà il nostro mal
di testa.
L’America ha stoppato le ambizioni di Putin di rinverdire la
caratura globale della potenza russa, basata sulla sua maestria tattica
piuttosto che sulle risorse strategiche del paese.
Dopo averne subito la verve scacchistica in Siria e sul
dossier iraniano, constatata con disgusto l’abilità manovriera di Mosca nel
vasto mondo che mal tollera la presunzione occidentale di dettare l’agenda
globale (gruppo BRICS) e persino in ambito NATO (intesa con Berlino, gioiello
della geopolitica putiniana), Washington è passata al contrattacco.
Cavalcando “Piazza Europa” (Jevromaidan) che per mesi ha
incarnato la rivolta del popolo ucraino vessato da un regime ipercorrotto,
Obama ha costretto Putin a riconcentrarsi sul suo cortile di casa, a
sovraesporsi sotto il profilo propagandistico (non è il suo forte) e militare,
risorsa che Mosca tende a sovrastimare, almeno quanto i cantori della “Europa civile”
la sottovalutano.
Tutto pur di scacciare l’incubo che un giorno lo scenario di
“Piazza Europa” si riproduca dalle parti della Piazza Rossa.
Quanto a noi europei ci siamo confermati pallide,
velleitarie comparse.
Se è possibile che ai tempi supplementari Putin spunti un
pareggio e Obama veda, per conseguenza, ridimensionato il suo successo, pare
invece improbabile per i soci dell’Unione Europea specie per noi italiani,
risalire la corrente.
La “famiglia” comunitaria si è divisa in due estremi: chi considera
la stabilità della Russia un bene di tutti, per il quale conviene pagare quasi
ogni prezzo, anche perché
acquistiamo il 29% del nostro gas
Mosca, la metà del quale ci giunge via Ucraina e che nella contesa con
Kiev vorrebbe vederla risucchiata dal
vortice della sua frontiera occidentale, per disintegrarsi come l’Unione
Sovietica, ciò che peraltro porrebbe i nostalgici del roll-back di fronte alle
conseguenze dei propri desideri.
Non solo nordici versus mediterranei, centrorientali versus
occidentali con i tedeschi impegnati, senza successo, a stemperare la cacofonia
di orchestrali refrattari a eseguire lo stesso spartito.
La partizione tagli gli establishment nazionali al proprio
interno, con il mondo finanziario e industriale istintivamente conservatore, a
salvaguardia dei propri contratti e investimenti sul mercato russo, il cui
unico effetto consiste nel convincere gli ucraini della nostra ipocrisia e i
russi della genialità di Putin.
Di più il caso ucraino ci ricorda che non siamo padroni
della casa in cui abitiamo.
Continuiamo, anzi, a segmentarla, a dilatarne gli spazi
contesi, a inventarvi potenze esterne, formali e informali.
Un dogma ci affratella, mai assumerci le responsabilità di
noi stessi.
Non stupiamoci dunque
dell’elegante sintesi di Victoria Nuland, l’inviata di Obama a Jevromajdan: “Unione Europea vaffanculo”.
L’effetto di lungo periodo della nostra inconsistenza, fin
troppo evidente nella battaglia per Kiev, è la balcanizzazione del Vecchio
Continente.
Più intoniamo il rassicurante ritornello dell’integrazione
comunitaria, più contiamo nuove frontiere, informali o ufficiali, a ritagliare
coriandoli d’Europa.
Le terre di nessuno, consegnate alla rivalità tra gruppi
criminali travestiti da politici e segnate dai nazionalismi autistici, sono la
cifra della nostra stagione geopolitica.
Questo continente in via di accentuata frammentazione non
minaccia a breve gli interessi americani, è tollerabile (entro certi limiti)
per i russi, ma è sempre meno rassicurante per gli europei.
La deriva balcanizzante
può diventare esiziale per chi si trova nel cuore dello scontro, dove i
primattori della crisi recitano i loro copioni nella tranquilla (in)coscienza
che a subirne le conseguenze non saranno loro, semmai le varie cavie locali.
In questo caso, gli aspiranti rivoluzionari di Jevromajdan.
I quali oggi debbono constatare che gli oligarchi restano a
galla, pronti a inaugurare una nuova stagione.
Intanto il paese, amputato della Crimea, è sull’orlo della
bancarotta.
Altre sub-Ucraine, da Leopoli a Donec’k riscoprono la
propria soggettività.
Nell’intero Donbas i filorussi oscillano fra rivendicazioni
super-autonomiste e tentazioni
separatiste, scontrandosi con i leader provvisori di Kiev, tanto consapevoli
del proprio ruolo da definirsi kamikaze.
Dalla pancia di “Piazza Europa” sono intanto resuscitati gli
agguerriti eredi del filonazismo ucraino, i cultori del “genotipo” nazionale, russofobi,
polonofobi, antisemiti.
Nella quasi indifferenza dell’Unione Europea che nel 2000
sanzionò l’Austria per via di Haider, blando conservatore appetto ai miliziani
del Pravyi Sektor e tollera i revival dei particolarismi xenofobi che
punteggiano la mappa del continente, non solo a Est.
A più di vent’anni dalle guerre iugoslave che avrebbero
dovuto esporre al mondo la virtù pacificante e ordinatrice dell’Europa Unita,
la contesa ucraina ci inchioda al rango di quantità trascurabili.
Spesso ignorate.
In alternative, agite dagli americani o condizionate dai
russi, nel caso dell’Italia, le due cose insieme.
Risultato: una rivoluzione avviata in nome dei valori
europei (quali?) si è scontrata con il cinismo, l’indifferenza e le
manipolazioni dei soci del club cui avrebbe inteso aderire, di fatto
indisponibili ad ammettere gli ucraini nel proprio salotto.
In cinque fotogrammi, ecco l’autoritratto di noi stessi come
risulta dal test ucraino:
a) L’Unione
Europea non solo non è un soggetto geopolitico, ma pesa meno della somma dei
suoi stati membri e persino di molti di essi;
b) Quando
in Europa la parola passa alle armi possiamo mettere mano soltanto alle armi
della retorica e invocare la protezione dell’alleato americano. Il quale non
sbarcherà mai più in Normandia, essendo concentrato su se stesso e,
secondariamente, sulla sfida con la Cina. La nostra rinuncia a rivendicare il diritto
di codecisione in ciò che resta dell’Alleanza Atlantica consente al partner
principale di stabilire quali sino i nostri interessi – meglio: la loro
insussistenza;
c) Le
percezioni europee della Russia sono diverse spesso opposte, a seconda della
lontananza da Mosca – la russofilia ne è in genere direttamente proporzionale .
e dalla memoria storica. Solo chi è stato occupato dai russi sente di
conoscerli davvero;
d) La
simpatia europea per l’America resta funzione della paura della Russia;
e) La
dipendenza strategica della pur riluttante Mamma Americana significa che se ci
smarchiamo da Washington dobbiamo pagare pedaggio, mentre l’interdipendenza
energetica con la Russia implica che se sanzioniamo Mosca sanzioniamo noi
stessi.
Per chi in Italia e in Europa conservasse qualche curiosità
circa il proprio immediato futuro, sarà dunque utile indagare quali siano i
progetti di Mosca e Washington per l’Ucraina e come essi incrocino le velleità
europee…..
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