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| Giacomo Acerbo, immagine da wikipedia |
“Repubblica” pubblica la notizia: da indiscrezioni molto attendibili la Cassazione ha deciso di rinviare alla Corte Costituzionale la legge elettorale del 21 dicembre 2005, con la quale si è votata per le elezioni politiche del 2006, 2008 e 2013. Dove non sono arrivati i politici, nel corso di questi anni, sta provvedendo la Magistratura, svolgendo il consueto ruolo di supplenza.
Un risultato di grande importanza ottenuto da 27 avvocati,
rappresentati dall’avv. Aldo Bozzi di Milano, nipote di quell’esponente liberale
che presiedette nel 1995 la prima “Bicamerale per le Riforme”, che avevano
presentato un esposto denunciando l’incostituzionalità della legge : incostituzionalità
evidenziata soprattutto attraverso l’attribuzione di un premio di maggioranza
abnorme, che non prevede il raggiungimento di alcuna soglia e che presenta “anomalie
delle anomalie” il voto indiretto proprio perché “non consente quello diretto
ai singoli candidati concorrenti”.
Espressa soddisfazione per questo esito, tutt’altro che
scontato e ribadito che, a mio giudizio, molti dei guai che ha incontrato negli
ultimi 20 anni la democrazia italiana siano stati dovuti al davvero improvvido
esito referendario del 18 aprile 1993, che consentì il passaggio dal sistema
elettorale maggioritario a quello misto maggioritario (75%) e proporzionale
(25%) fino all’aberrazione attuale, vale la pena di rimarcare come l’attenzione
non debba essere puntata esclusivamente sul premio di maggioranza e sulle liste
bloccate, ma come vi siano altri aspetti da sottoporre al mirino della critica
più serrata.
E’ il caso della difformità delle soglie di sbarramento, con
l’assurdità della differenza di percentuale da raggiungere per chi sta in coalizione
o chi si presenta in conto proprio (addirittura nella coalizione è previsto il
recupero del miglior perdente com’è accaduto, nel 2013, alla Lista Tabacci che
con lo 0,6% ha ottenuto sette seggi): se davvero una soglia di sbarramento deve
esistere.
Non sta scritto da
nessuna parte che la soglia di sbarramento sia necessaria: sistemi per evitare
un eccesso di frammentazione ne esistono di vario tipo, senza ricorrere alla
soglia. Del resto nel Parlamento italiano eletto con il sistema proporzionale
adoperato tra il 1948 e il 1992, almeno fino al 1987 allorquando il rapporto
tra politica e società ha cominciato vistosamente a sfrangiarsi e hanno
cominciato ad andare in crisi i partiti di massa, agivano – più o meno – non più
di 8 partiti: successivamente, con il cosiddetto “Mattarellum” di cui molti
invocano il ritorno, è stato impossibile contarli sulle dita delle due mani.
Senza scandalizzare nessuno credo si possa affermare che era
più “democratica” la legge elettorale promulgata con Regio Decreto n.2694 del
13 Dicembre 1923: la legge tristemente nota come “Legge Acerbo” attraverso la
quale il fascismo pervenne “legalmente” (si fa per dire..) al potere.
All’articolo 28 la Legge Acerbo infatti prevedeva il
raggiungimento di una soglia del 25% (almeno quella! Nella legge attuale non vi
è traccia.. I fascisti poi raggiunsero il 67% a forza di manganellate e olio di
ricino, ma almeno quei voti avrebbero dovuto prenderli in ogni caso..). Inoltre
il quoziente di minoranza non prevedeva il raggiungimento di alcuna soglia di
sbarramento, come invece accade adesso.
Si trattava, comunque, di un premio di “minoranza”, mentre
la legge con premio di maggioranza del 1953, la famosa “legge truffa” contro la
quale le sinistre scagliarono un’opposizione formidabile in Parlamento e nel Paese
prevedeva, alla fin fine, un vero e proprio “premio di maggioranza” da
assegnare ai partiti “apparentati” (non si parlava, allora, di coalizioni) che
superassero il 50% + 1 dei voti validi (il blocco di centro DC-PSDI-PRI-PLI si
fermò al 49,8%, 40.000 voti al di sotto della meta).
La “legge truffa” non passò perché la DC alzò eccessivamente
la quota di maggioranza dei seggi fino al 65%, con l’intento di realizzare all’interno
di questa percentuale la maggioranza assoluta da sola, provocando scissioni dal
PRI , dal PSDI e dal PLI di piccoli gruppi che, alla fine, presentatisi
autonomamente, pur non realizzando il “quorum” necessario per avere
rappresentanti in Parlamento sottrassero voti probabilmente decisivi (per la
verità storica occorre, comunque, ricordare che rispetto al 1948 la DC perse
suffragi soprattutto a destra e al Sud verso monarchici e neo-fascisti, mentre
i socialdemocratici non ripetettero l’exploit di cinque anni prima (7,1%)
essendo il partito socialista presentatosi distinto da quello comunista, come
invece non era avvenuto il 18 Aprile 1948 con la lista del Fronte Democratico
Popolare.
In ogni caso attendiamo tutti l’esito del dibattito alla
Corte Costituzionale: ci vorranno 6-7 mesi per vederlo pronunciato. Nel
frattempo è probabile che in Parlamento si cerchi di rimediare una qualche
contromisura, ma, almeno dal mio punto di vista, l’occasione sarebbe buona per
porre, a sinistra, due temi: quello del rapporto tra rappresentanza e
governabilità e quello del sistema elettorale proporzionale.

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