"IN OGNI TEMPO L'ALTA BORGHESIA FU PER IL RE E LO SARA
SEMPRE, IN OGNI OCCASIONE" (Balzac, Gli impiegati)
Al culmine di una sfida ai principi costituzionali riguardantei
la forma
del governo parlamentare
sancito dalla Carta del '48.
Esponenti politici disposti a piegare
qualunque principio costituzionale pur di conquistare e mantenere posizioni di
potere. Finanche spingendo il funzionamento del sistema politico-istituzionale. DALLA DEMOCRAZIA ALLA MONOCRAZIA altrimenti detta
"MONARCHIA REPUBBLICANA". Il dovere delle forze e della cultura politica di diffondere la denuncia che le forze
democratiche hanno formulato
Il capo dello stato ha portato all'estremo
limite e ben oltre al suo cosiddetto ruolo di "garante"; quel
fenomeno di dilatazione dei poteri del capo dello Stato in termini tali che
specie dal 2010 ha indotto i
commentatori politici ad osservare che ha preso piede un’alterazione in senso
"presidenzialista" del ruolo di un organo "monocratico"
come il Capo dello Stato.
Violando anche l’indicazione che la sua carica è di 7 anni perché la Carta gli preclude qualsiasi
ruolo presidenzialista, nell’insediarsi nuovamente ha
attaccato frontalmente i partiti che hanno esitato
ad impegnarsi per quelle riforme istituzionali rivendicate
sin dagli anni ’60 dalla destra sociale e politica che trova ora nel "comunista diverso" ("il mio comunista preferito" disse Kissinger di Napoletano,
n.d.r) una carta necessaria a vincere le residue
esitazioni (degli ex PCI ed ex DC ) a compiere finalmente quel passaggio di campo teorico e politico che comporta il travisamento dei principi
economico-sociali della Costituzione conseguibile più rapidamente attraverso il
rovesciamento della democrazia politica.
Il processo di transizione dalla democrazia parlamentare ad una delle varianti
escogitabili per una forma di governo autoritaria necessaria a delegittimare la
democrazia sociale, è giunto ad uno stadio così avanzato e pericoloso da
evocare l'immagine di un "colpo di stato freddo".
Il fenomeno non è
riducibile però alla sola portata degli intrighi a cui è stato indotto a optare per la
rieleggibilità quel Giorgio Napolitano che ostentatamente aveva asserito di
essere già per ragioni di età privo delle condizioni necessarie ad un secondo
settennato che in linea di principio era stato escluso anche in ipotesi
astratta da tutti i suoi predecessori.
Quello che infatti è
maturato nella repentina trama di chi nei frangenti di una crisi del Parlamento
in seduta comune ha fatto precipitare la immotivata messa in disparte delle
ragioni per cui l'ipotesi della rielezione del presidente della Repubblica è
stata generalmente valutata con sfavore e perciò ritenuta improbabile perché non perfettamente aderente al modello
di Capo dello Stato fissato nella Costituzione, è il precipitato di una convergenza
organizzata freneticamente dai vertici dei tre partiti che con
varia intensità sono stati penalizzati nel voto elettorale, corsi ad implorare Giorgio Napolitano a prestarsi
ad una operazione
dall'alto consacrante la larga intesa tra Pd, Pdl, Scelta civica.
Si è giunti così al culmine di una sfida ai principi
costituzionali concernenti
la forma di governo parlamentare con il totale stravolgimento
del loro ruolo da parte di tutti gli organi da essa coinvolti, a cominciare dal
presidente della Repubblica. Sfida che viene da lontano, e che negli ultimi tre
anni ha palesato accelerazioni susseguentisi in modo sempre più incontrollato,
incurante del serpeggiare nel popolo sovrano e nel suo elettorato di un dissenso esploso con l'immissione in
Parlamento degli esponenti del movimento 5 stelle; portatore di una protesta
che ha subito evidenziato il suo peso già a partire dalla dimostrazione della
carenza di rappresentatività del Pd, partito di maggioranza "ex legge –
super truffa" alla sola camera dei deputati, e costretto a palesare le sue
contraddizioni interne tra la pretesa di imporre un proprio candidato, sia come
Presidente della Repubblica sia come Presidente del Consiglio, e la necessità
di ricercare convergenze rese impraticabili a causa dell’ormai clamoroso vuoto
di identità politica e parlamentare
palesato senza più dubbi.
Infatti, al di là
dell'urticante espressione di "golpe" diffusa nell'opinione pubblica sconcertata dalla
tracotanza degli esponenti politici disposti a
piegare qualunque principio costituzionale pur di conquistare e
mantenere posizioni di potere, è certo e va denunciato a chiare lettere come in
pochi e serrati conversari si sia giocata alle spalle del Parlamento una
partita complessa riguardante la rielezione senza precedenti del Presidente
della Repubblica, il quale ha peraltro subito fatto sapere come il suo
cedimento alle pressioni abbia avuto come merce di scambio i
"termini" -così ha tenuto a definirli - del contesto in cui il primo
atto dell'intesa avrebbe di li a poco preso corpo, facendo seguire la conferma alla carica di Capo dello Stato il primo e
più importante modo di far valere le sue attribuzioni, con riguardo cioè alla
formazione del governo, al quale proposito lo stallo dei tre partiti accorsi al
Quirinale notoriamente era più defatigante che mai.
Hanno così potuto
farsi strada notizie ufficiose anodine, sia sull'esito anticipato del voto
per la rielezione del presidente della Repubblica oltre due terzi previsti per
le sole prime tre votazioni già andate a vuoto insieme alla quarta e alla
quinta, sia addirittura sui criteri da porre alla base della composizione del
governo, ciò che è apparso preoccupantemente anomalo a fronte del fatto che già
da circa due mesi il Presidente della Repubblica era stato investito del
compito di avvalersi delle consultazioni
con i gruppi parlamentari derivanti dal voto elettorale, procedendo ad affidare
il cosiddetto "preincarico" al segretario del Pd; e che a seguito del
primo stallo riguardante la procedura di formazione del governo il Presidente
della Repubblica aveva ritenuto di introdurre la novità extra-istituzionale di
istituire due gruppi di
lavoro al fine di "facilitare
un ampio consenso tra le forze politiche presenti in Parlamento", sia sulle
riforme istituzionali, sia in materia economico-sociale ed europeo.
Pertanto lo
stallo emerso nell'elezione del Presidente della Repubblica destinato a
succedere al Presidente Giorgio Napolitano, si è sovrapposto lo stallo già
preoccupante di cui il Capo dello Stato si è avvalso per le conseguenti
implicazioni costituzionali, con il proposito di consegnare al Presidente della
Repubblica che avrebbe dovuto succedergli il materiale di riflessione contenuto
nella "relazione finale" del gruppo di lavoro sulle riforme
istituzionali e nella "Agenda possibile" elaborata in materia economico-sociale
ed europea.
Lo sconvolgimento delle consuetudini
costituzionali
che, per quanto limitate dalle prassi consolidatesi in un congruo numero di
anni di esperienza in materia di formazione di governo, non hanno visto mai
comparire l'anomalia di corpi estranei oltretutto includenti un Ministro del
governo in carica per gli affari correnti ed i membri del Parlamento, la cui
immissione ha portato all'estremo limite quel fenomeno di dilatazione dei
poteri del capo dello Stato ben oltre al suo cosiddetto ruolo di "garante";
in termini tali che specie dal 2010 in poi non poteva non indurre commentatori a
vario titolo del funzionamento del nostro sistema politico-costituzionale ad
osservare come abbia preso via via piede un’alterazione in senso
"presidenzialista" del ruolo di un organo "monocratico"
come il Capo dello Stato, senza che nei comportamenti Giorgio Napolitano abbia
mostrato di trattenersi nei limiti che il modello costituzionale gli imponeva
contro derive verticistiche variamente
catalogabili alla luce delle esperienze costituzionali non solo in
Italia ma in Europa.
La frettolosità con
cui il lancio di una rielezione inedita, e persino esclusa recisamente, per
poi essere clamorosamente smentita – tanto che il Capo dello Stato si è
formalmente dimesso solo dopo il voto di conferma nella carica, proprio perché
consapevole sino a poche ore prima di essere destinato alla naturale
"cessazione" dalla carica - e poi culminata nel discorso che ha
seguito la lettura della formula
di giuramento, e che in 30 minuti ha condensato
tutti gli elementi convergenti a giustificare la denuncia che le forze
democratiche e il mondo della cultura politica e costituzionale hanno il dovere
di diffondere,
tanto più alla luce del discorso con cui Giorgio Napolitano
ha attaccato frontalmente i partiti delle camere riunite dinanzi a lui, per
scaricare soprattutto sul Pd la responsabilità di non aver voluto accogliere
gli insistiti
richiami - peraltro tutti
“extra ordinem" - a quelle riforme istituzionali che la
destra sociale e politica rivendica sin dagli anni ‘60, trovando ora nel "comunista diverso" con cui
viene raffigurato Giorgio Napolitano una carta di riserva necessaria a vincere
le residue esitazioni degli ex PCI ed ex DC a compiere finalmente - nelle attuali
circostanze "eccezionali"-a quel passaggio di campo teorico e
politico che comporta il travisamento dei principi economico-sociali della
Costituzione conseguibile più rapidamente attraverso il rovesciamento della
democrazia politica. Nella virulenza del suo temerario approccio, il Capo dello
Stato ha snaturato la sua funzione di rappresentante dell'unità nazionale,
tacciando di "chiacchiere" gli accenni alle varie formule con cui è
stato qualificato “il tipo” di accordi di governo da lui patrocinato, e mistificando come polemiche
"intellettuali" le riserve sui cosiddetti "saggi" da lui
illegittimamente nominati con l'obiettivo di ottenere che nel segno dell'Europa
del potere monetario e delle concentrazioni capitalistiche anche l'Italia si
subordini agli interessi del capitalismo internazionale, parlando
demagogicamente di una con coesione che fatalmente i sancisce la subalternità delle forze del
lavoro e dei principi di solidarietà come fondamento democratico-sociale della
disciplina del sistema produttivo.
Ciò perché proprio a
partire dagli inizi degli anni ’80 - all'epoca della Commissione Bozzi, la prima delle
Commissioni create e invocate per operare anche in Italia quel rovesciamento
istituzionale operato in Francia sin dal 1958 sotto gli impulsi del Generale De Gaulle,
patrocinatore di quella che è stata definita "monarchia repubblicana"-
la cosiddetta "anomalia" del caso
italiano è stata risucchiata nell'orbita dei ritmi convulsivi della crisi del
capitalismo innescata dal tramonto del socialismo in ogni sua versione
ideologica, sicché il l conseguente
risvolto istituzionale del dominio della formazione sociale in lotta a livello
globale contro il movimento operaio e gli altri movimenti sociali, si è
ripresentata al pari della fase che ha preceduto i fascismi come lo
strumentario tradizionalmente usato dalle forze conservatrici per soggiogare
con l'autoritarismo l'intera società.
Nell'operazione di cui ormai Giorgio Napolitano appare
l'alfiere principale
venendo in soccorso della destra nell'esasperata pretesa di coinvolgere un Pd
giunto ora allo sbando, Giorgio Napolitano ha dovuto rompere gli indugi che si
sono frapposti dopo la crisi pilotata dall'alto già con la nomina del governo Monti,
quando a partire dalla qualifica di "tecnico", si sono via via
disseminati, in una sequenza di formule sostanzialmente univocche, i richiami
volta a volta al governo "del presidente", "istituzionale",
"di scopo" nella illusoria ricerca di camuffamento delle cosiddette
"larghe intese". Formula, quest'ultima, che nella sua arringa Giorgio
Napolitano ha enfatizzato, ovviamente ricorrendo sempre all'Europa come centro
di omologazione della politica degli stati/nazione e della comunità
sovranazionale, addirittura esaltando l'idoneità del bipolarismo tipico della
storia politica britannica a configurarsi come meccanismo volto a assorbire
un'opposizione resa disponibile ad accantonare la cosiddetta
"alternanza" in nome del "pensiero unico" quale cemento
ideologico del primato dell'impresa sulla democrazia, e del Governo sul
Parlamento, luogo di travisamento
questo della rappresentanza dei partiti.
La progressione eversiva - per la cui riuscita
il rieletto Capo dello Stato ha farisaicamente cercato di ammantarsi di una sua
presunta fedeltà alla Costituzione, peraltro smentita dall'intento di
apportarvi modifiche sia pure (come si suol dire) "limitate" - è
attestata dal percorso che dal 2010 ad
oggi ha visto il governo Monti operare con l'esclusione di di esponenti ufficiali dei due partiti -il
Pd ed il PdL.- ma che peraltro per un anno lo hanno sostenuto a partire dalla
fiducia di investitura. Sicché dopo le elezioni la situazione sfugge ad ogni
possibile definizione che non sia di comodo dato che il Governo restato in
carica e formalmente decaduto per
effetto delle nuove elezioni, e tuttavia se ne finge la agibilità addirittura
con decreto-legge. Mentre, proprio perché in base alla Costituzione si attende
il Governo dotato dei poteri legittimi, si contesta il tentativo di dare comunque avvio alla vita
parlamentare nelle more della fine
dello "stallo" che lo stesso Giorgio Napolitano ha stigmatizzato, per
usarlo tuttavia nel modo più abnorme: apprestandosi, come confermato nel
discorso d'insediamento, ad utilizzare documenti fatti predisporre per un
passaggio istituzionale in cui i partiti e il Parlamento sono chiamati a fare
da comparse, con una eversione ammantata di irrisione, enfatizzando le norme
costituzionali che si punta
accanitamente a revisionare.
Le ultime rituali
consacrazioni di decisioni imposte per la formazione del governo ritenuto dal
Capo dello Stato - come da Berlusconi - "senza alternative",
dimostrano come il virgolette
“bipolarismo” derivante dalla sostituzione della proporzionale pura con uno dei metodi maggioritari sia il marchingegno che assicura il consolidarsi del pensiero
"unico" su cui si basa la continuità del conservatorismo sociale, ai danni di una
democrazia destinata a rimanere incompiuta in una scena politica tornata ai
nefasti della prima fase del capitalismo ottocentesco, quando doveva ancora
nascere il partito socialista, seguito poi dal partito popolare e dal partito
comunista: al cui incontro si deve - dopo la caduta del fascismo –la nuova
Costituzione democratico-sociale, oggi messa a repentaglio dall'infausta convergenza di Pd, PdL e
centristi sotto l'egida di un Capo dello Stato divenuto emblema di un'eversione
incontenibile sino a quando non si non si ricostituirà il partito della
rivoluzione democratica.

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