venerdì 24 maggio 2013

35 ANNI FA LA 194: UN MOMENTO DI LIBERAZIONE di Lidia Menapace



35 anni fa arrivava a compimento -con  la sconfitta dei due referedum, uno abrogativo, uno estensivo- l'iter della legge 194 "per la tutela della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza".

 Fin dal titolo la legge introduce una differenza tra la maternità, che è un diritto da tutelare (anche se resta di fatto pochissimo tutelata, ad esempio per le donne lesbiche o per quella assistita con inseminazione) e l'aborto una facoltà riconosciuta alle donne a certe condizioni e con certe procedure. Le condizioni sono di tempo e motivazione, le procedure  complicate e pesanti, soprattutto per il diritto per i medici di fare obiezione detta di coscienza ad eseguire l'intervento. L'obiezione  che poi è stata indebitamente estesa a tutto il personale anche infermieristico e agli anestesisti è oggi il principale ostacolo e di fatto lo strumento che  la pressione soprattutto della Chiesa pone al mantenimento ed efficacia di questa legge.


  Ciascuna di quelle che hanno tanto lottato perchè ci fosse, hanno sempre favorito la massima pubblicità  dei suoi effetti, e hanno potuto dimostrare che la 194 è riuscita a diminuire fortemente il numero delle morti che era dovuto ad aborti clandestini e degli aborti in genere. Ma perchè sia possibile rendere ancora più efficace la sua applicazione e sconfiggere l'aborto- come chiunque vorrebbe- occorre un atteggiamento di fiducia e non di sospetto, di favore e non di condanna verso chi vi fa ricorso, una buona informazione sessuale nelle scuole, una diffusa rete di consultori, accesso ai metodi e ai rimedi contraccettivi, tutte cose che non ci sono. In  più nuovi problemi sono posti dall'immigrazione e dal rifiuto di sommnistrazione della pillola del giorno dopo. Tutte circostanze che favoriscono di nuovo il ricorso all'aborto clandestino.  


  La soluzione proposta dalla 194 fu una mediazione alta e i risulati raggiunti lo dimostrano. Ma l'opinione di chi allora accettò tale mediazione (ad esempio io) era che  l'obiezione dovesse essere riconosciuta ai medici che erano già in servizio al momento in cui  la legge veniva approvata; ma i medici che si presentassero ai concorsi negli ospedali pubblici successivamente sapendo già che la legge c'era, dovessero accettarla ed eseguirla. Bisognerebbe introdurre nell'ordinamento questa clausola, anche per impedire che i medici non obiettori debbano fare solo aborti  e finiscano per essere messi in una specie di ghetto  dequalificato. Propongo di raccogliere firme per una proposta di legge di iniziativa popolare  con questa modifica. . Lasciare che nessuno dica nulla e si lasci andare la legge a diventare inapplicabile perchè non c'è più nessuno che sa fare aborti è una indecente forma di femminicidio simbolico: infatti ci sarebbe chi si sostituisce alla volontà della donna come se fosse proprietario del suo corpo e decidesse al posto suo.


  Continuo a pensare che questa  posizione sia ragionevole ed equilibrata e che vada detta: già abbiamo sperimentato che discutere la questione col massimo di chiarezza pubblicità riflessione comune, aiuta a  superare gli ostacoli più insidiosi (tutti quelli che furono messi sul cammmino della legge quando fu avviata) mentre nell'oscurità delle reticenze e doppiezze passa una crudele regressione.

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