La costituzione
di un governo di ”larghe intese”, la frattura nella coalizione di
centrosinistra e la crisi verticale del Partito Democratico, rischiano di
chiudere una prospettiva di cambiamento nel paese e rendono meno credibile la prospettiva
di un’alternativa, determinando una nuova situazione carica di rischi.
Ma emerge
anche una volontà di reazione: in molti e molte ci chiediamo come ricostruire
uno spazio per il cambiamento, come riaffermare un ruolo non marginale per la
sinistra e come riconnettere la politica con la domanda,
spesso confusa, di cambiamento.
Intendiamo contribuire alla discussione in corso nella
sinistra proponendo una riflessione aperta sul tema della crisi dei partiti,
sui modelli di partecipazione, sulle culture politiche.
La
sottovalutazione in passato di questi nodi ha contribuito al fallimento di molti
tentativi di aggregazione. Nessun nuovo processo a sinistra può avviarsi, a
nostro parere, senza un cambiamento profondo su questo terreno.
L’iniziativa dell’11maggio promossa da Sel e la
manifestazione indetta dalla FIOM del 18 maggio sono due primi appuntamenti per
un percorso che deve essere largo e partecipato.
Il governo
di Pd-Pdl rischia di offrire una nuova centralità alla destra e alimentare una
deriva populista della domanda di cambiamento emersa dal voto.
È necessario costruire una nuova proposta politica
ma al tempo stesso serve una discussione che vada oltre l’attualità e che si
misuri anche su come siamo arrivati a questo passaggio e colga una dimensione
più profonda della crisi in atto.
La crisi che
ha segnato il centrosinistra mostra in modo limpido il nesso tra forme della partecipazione
ed efficacia della proposta e dell’iniziativa politica ma anche la sconfitta di
forme e modi di pensare la democrazia, la rappresentanza, la partecipazione.
Si tratta di un processo lungo e profondo che non
nasce oggi e che procede su due piani tra loro intrecciati: crisi dall’alto
delle democrazie strette dal tabù dei vincoli “tecnici” nazionali e dei
mercati, crisi verso il basso come incapacità dei partiti di costruire una
connessione con la società.
Non si tratta solo di crisi della rappresentanza
perché i partiti non sono solo strumenti per tradurre gli orientamenti e gli
interessi in rappresentanze parlamentari ma anche soggetti che dovrebbero
produrre analisi condivise, elaborare proposte programmatiche e strategiche e spostare
orientamenti diffusi.
Sono mancati i partiti come esperienze plurali, capaci
di produrre elaborazioni condivise e di essere in relazione reciproca con
quanto si muove nella società, di ascoltarla e trasformarla.
Nel decennio passato abbiamo avuto a sinistra una retorica
che giustificava l’inseguimento del centro elettorale assumendo che l’egemonia di destra nel paese fosse un dato
non modificabile e ponendo alla sinistra la necessità o di una sua mutazione o
di una sua alleanza subalterna con forze centriste: in ogni caso una sua
perdita di autonomia culturale. Ora l’esplosione del Movimento 5 Stelle e
dell’astensionismo mostra la forzatura di quella lettura: il blocco di centro
destra, pur con un forte recupero, ha perso oltre otto milioni di voti.
Ma la
risposta dominante alla crisi dei partiti è una nuova stretta e l’appello al
ruolo salvifico del Presidente della Repubblica con uno scivolamento verso un
presidenzialismo spurio. Gli stessi che hanno proposto l’immagine di una
crisi della politica dei partiti anche come crisi maschile nella gestione del
potere e dei conflitti, oggi invocano l’intervento di un uomo che paternamente
guidi le forze politiche fuori dal disordine e le richiami alle loro
responsabilità.
Ma il disastro del centro sinistra rende
ineludibile questo tema e può produrre una ripresa di protagonismo diffuso per
troppo tempo compresso dalla necessità dell’unità di facciata di partiti e
coalizioni. Un tabù si è irrimediabilmente infranto liberando possibili
energie. Le autoconvocazioni e le occupazioni dei circoli del PD, le prese di
posizioni di intellettuali ed esponenti politici mostrano questa possibilità ma
rischiano un precoce ripiegamento di fronte all’incalzare delle ”urgenze
politico -economiche” e alla mancanza di una prospettiva.
D’altro canto la posizione assunta da Sel
sull’elezione del Presidente della Repubblica e conseguentemente sul governo Pd
- Pdl sotto l’egemonia “rigorista” imposta da Napolitano, offre un riferimento
al disagio in atto nella coalizione di centrosinistra e permette di sviluppare una
discussione più avanzata anche in relazione con la sinistra che non si è riconosciuta
nella coalizione “Italia bene comune”.
Non vogliamo affrontare questioni di “linea
politica” interne alle varie forze politiche ma nodi più larghi e trasversali che
incidono sulla costruzione di una proposta politica e sulla sua credibilità.
Prima della crisi sulla scelta del Presidente della
Repubblica e del governo ci sono stati l’insuccesso elettorale della coalizione
di centrosinistra, il mancato ingresso in parlamento della sinistra esterna
alla coalizione e l’esplosione elettorale del Movimento 5 Stelle.
Perché la
sinistra diversamente collocata non ha intercettato la domanda di cambiamento?
È possibile che la mancata capacità di interpretare
la grande sofferenza che attraversava il Paese sia attribuibile solo a una
inadeguatezza delle proposte programmatiche? Molti punti di programma di SEL o
della lista Rivoluzione Civile e del M5S (dai temi ambientali, alle questioni
economiche, ai temi delle grandi opere o delle spese militari) avevano elementi
in comune.
Non è stata considerata credibile ed efficace la
presenza di SEL nella coalizione? Non è stata percepita come altro dalla politica
discreditata dei partiti, delle loro pratiche di presenza nelle istituzioni e
di autotutela del ceto politico? Certo ha pesato la mancata costruzione di SEL
e la sua inadeguatezza a produrre iniziativa politica.
La lista Rivoluzione Civile ha avuto un risultato
ancor peggiore. Il processo avviatosi con le assemblee di ALBA e con
l’iniziativa di “Cambiare si può” si è impantanato e
ha perso la propria credibilità e capacità attrattiva quando ha
scelto la scorciatoia elettorale della sommatoria di sigle affidandosi al
personaggio di richiamo per sfondare nell’agone televisivo.
Nella campagna elettorale sono mancate la presenza
credibile di una coalizione in cui sviluppare un’iniziativa
e la capacità di ascoltare il desiderio di cambiamento e riaprire i canali tra
società e politica istituzionale.
La domanda non è se si dovesse stare nella
coalizione. Ma come starci, come fare effettivamente della presenza di una
sinistra l’occasione per spostarne gli orientamenti e aprirla alla società. Chi
ha investito sulla costruzione della coalizione
“Italia Bene comune” deve oggi interrogarsi sulla natura di questa
esperienza e sulla sua rottura.
Lo stesso strumento delle primarie, a cui in
passato si è affidato un ruolo quasi salvifico di allargamento della
partecipazione e di discussione aperta su proposte e culture politiche rischia
sempre più di ridursi a conta tra correnti o ricerca del personaggio più
telegenico.
La rottura della coalizione avviene oggi da parte
del PD per giungere a un accordo con il centrodestra. La sinistra deve
riproporre la propria autonomia politica come base per costruire una coalizione
coerente e credibile profondamente rinnovata .
La vicenda di SEL, nata affermando di non voler
fare un ennesimo partito, ma riaprire la partita, è esemplificativa di una
difficoltà più generale. La costruzione di un soggetto che non riproduca i vizi
tradizionali dei partiti e sia in grado di promuovere un processo di
aggregazione e trasformazione più largo non è un evento spontaneo. La partita
non si gioca, e tanto meno si riapre, a tavolino tra gruppi dirigenti.
La costruzione di una soggettività politica che non
tenda alla propria autoconservazione ma sia capace di sollecitare processi più
ampi di sé e di aggregare intelligenze, risorse culturali per un’elaborazione
inedita, richiede cura, progettualità, investimento.
Questo richiede non un di meno ma un di più di attenzione a come concretamente si costruisce un’esperienza
politica collettiva, contro le dinamiche spontanee di riproduzione di poteri,
di autoconservazione del ceto politico a. Questi vizi, mischiati a richiami retorici al
cambiamento hanno tolto credibilità alle proposte politiche in campo a
sinistra.
Alla crisi del partito di massa, non si risponde
con il partito dei notabili locali, con il trasferimento di titolarità politica
dagli organismi collettivi partecipati agli staff delle rappresentanze
amministrative locali. Ma, l’antidoto a questa degenerazione non può essere il ritorno alla
sola dimensione della sezione territoriale senza misurarsi con nuovi linguaggi,
nuovi conflitti, nuove domande di libertà e trasformazione.
Il berlusconismo ha permeato la politica e la
società. Nessuna nuova stagione politica è possibile senza una innovazione
culturale e una capacità di leggere la trasformazione avvenuta negli
orientamenti, i desideri, le paure, i modelli diffusi.
C’è stata la costruzione di forme di
organizzazione, di relazione con i movimenti e le associazioni, di produzione
di analisi e proposte condivise che valorizzassero le tante intelligenze e
competenze che avevano espresso interesse nella proposta di SEL o di Alba e di
Cambiare si può? Non abbastanza.
Eppure molte energie del femminismo, del mondo
ambientalista, delle associazioni per i diritti civili, del pacifismo italiano,
del movimento sindacale e dell’intellettualità di sinistra hanno offerto
un’interlocuzione diretta con queste esperienze.
Perché
questa presenza non ha modificato forme, linguaggi e culture dei partiti della
sinistra?
Così semplici cittadini e cittadine che avevano
investito nelle primarie di coalizione in cerca di un nuovo protagonismo non
hanno trovato lo spazio per mettere in gioco il proprio desiderio di partecipazione
con la volontà di contare sulle scelte politiche locali e nazionali.
In questa campagna elettorale il disagio diffuso
nelle forze della sinistra non ha trovato ascolto producendo una perdita che,
se pure non ha inciso quantitativamente sul risultato elettorale, ne ha
offuscato l’immagine e la capacità di iniziativa e di interlocuzione con aree
significative della “società attiva”.
Allo stesso modo esponenti del mondo intellettuale
e di una sinistra diffusa che avevano speso le proprie energie e intelligenze
nel percorso di Alba e di “cambiare si può”,
paiono riprendere un percorso
interrotto dopo la battuta d’arresto durante la campagna elettorale.
C’è dunque
un nesso tra forme di partecipazione, processi di costruzione condivisa e
qualità e credibilità della proposta politica?
Il tentativo di porre questo tema è stato spesso rinviato,
ha incontrato resistenze conservative e atteggiamenti liquidatori per i
cambiamenti che sollecitava. I soggetti politici in campo, associano alla
propria strutturale incapacità a costruire percorsi condivisi di elaborazione
delle proprie proposte politiche, delle proprie analisi, la rimozione e
demonizzazione dei conflitti interni.
La cultura del tradimento e della fedeltà, il
fastidio per la critica o le differenze tornano in formazioni che non hanno
nulla del modello di Partito in cui vigeva il centralismo democratico.
Nel Partito Democratico, dopo lo scenario
disarmante del voto sulla Presidenza della Repubblica, si ripresentano sia le
accuse di tradimento a SEL che le minacce di espulsione per i propri
parlamentari non allineati.
Nel M5S l’autonomia del singolo parlamentare e la
sua possibilità di interloquire col pubblico viene vissuta come incompatibile
con la partecipazione al movimento.
Su questo tutta la sinistra ha mostrato una
debolezza culturale che produce una inadeguatezza politica di gruppi dirigenti
incapaci di misurarsi con una pluralità di punti di vista, differenti priorità.
L’appello all’unità, intesa come omogeneità dei
soggetti politici, diviene paradossalmente ostacolo alla costruzione di
processi unitari e di dialogo tra forze diverse. Mentre una distorta idea del riconoscimento
tra differenze porta a una retorica che presenta il governo di larghe intese
come superamento delle delegittimazione reciproca. Ma la valorizzazione della
differenza come risorsa non chiede di annacquare i conflitti, di rendere opache
le differenti opzioni, di rimuovere lo scontro di interessi e visioni della
società e dunque non ha nulla a che fare con il governo con la destra.
Ma fuori dai partiti il disagio e la delusione
diventano invettiva rancorosa e le esperienze sociali e politiche che crescono
nella società non riescono a produrre linguaggi comuni, capacità di relazione.
Al fondo delle difficoltà dell’oggi e di ciò che è
necessario ripensare per il domani c’è la sfida di ripensare la politica come
pratica di libertà e autonomia, come relazione, come trasformazione e ricerca e
non come esercizio di potere.
La resistenza al cambiamento, l’incapacità di
valorizzazione delle differenze sono frutto dell’attaccamento al potere, della
spinta auto conservativa che guida le pratiche del ceto politico e avvelena una
idea della di politica di cui dobbiamo liberarci.
Per pensare
qualunque nuovo percorso politico collettivo è necessario partire da una
riflessione alla radice della politica e al suo rapporto con il potere, le
differenze e la libertà.
Abbiamo detto che si apre un processo largo, un
percorso di discussione, che c’è un campo di esperienze e proposte da mettere
in relazione nel quale vogliamo contribuire con un punto di vista.
In questo
momento si moltiplicano gruppi, iniziative e proposte di discussione. Il
rischio è che restino disperse e frammentate.
Pensiamo di
proporre un confronto più stabile tra gruppi spontanei di discussione ed
esperienza più consolidate.
Pensiamo di
replicare questo tipo di incontri aperti in altre città dove ci siano gruppi
disponibili a progettarli insieme.
Chiediamo la
vostra disponibilità a continuare inviandoci una email di risposta a questa e
di proporre iniziative e temi di discussione.

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