Care compagne, cari compagni,
ho ricevuto ieri la convocazione
per l’assemblea provinciale di Sel, che si svolgerà lunedì 10 prossimo venturo.
Credevo, dalle posizioni che avevo
assunto specie negli ultimi mesi, si fosse capito con chiarezza che il
sottoscritto si sente oramai fuori da Sel e che, quindi, non parteciperà
all’assemblea provinciale del 10.
Ma, dal momento che non ho mai
dato una comunicazione formale della conclusione del mio percorso politico in
Sel, ho apprezzato la convocazione che mi è stata fatta, in quanto formalmente
sono ancora membro della suddetta Assemblea.
Tale convocazione mi impone
l’obbligo allora di comunicare anche in maniera formale la mia decisione con i
motivi che l’hanno determinata.
Il primo motivo inerisce la
strategia stessa di Sel.
Io avevo capito, quando è
iniziato qualche anno fa il percorso politico che ha portato alla nascita di
questo soggetto politico, che l’ambizione di SEL fosse quella (grande) di
rifondare la Sinistra, di ricostruire un discorso teorico per troppo tempo
soffocato da rigidità ideologico/dogmatiche o appannato da pratiche (deteriori),
omologhe a quelle largamente prevalenti in altre forze politiche, di
riaggregare un popolo potenzialmente molto vasto ma in diaspora, disperso in
un’area che o non riusciva a trovare rappresentanza o era costretto (non
trovando di meglio) a ritrovarsi sotto le bandiere di un partito che da quella
tradizione (in gran parte) proveniva, ma di quella tradizione oramai conservava
ben poco (neanche il nome).
A distanza di poco più di due
anni dal congresso fondativo di Firenze (ma ne avevo avuto già progressivi e
sempre più chiari segnali nel corso di questi due anni) sono costretto a
prendere atto che mi ero sbagliato: che l’ambizione di Sel non era affatto quella
che avevo immaginato, che la sua ambizione effettiva era molto più modesta, che
in pratica essa si riduceva all’obiettivo di diventare una forza(?) che tutt’al
più fosse in grado di condizionare ( da una posizione un poco più radicale) le
strategie e le scelte politiche di quello che veniva considerato il vero (e
grande) partito della Sinistra (in maniera rassegnata, definitiva e senza
alternative),cioè il PD.
L’esperienza delle ultime
primarie del centro sinistra è stata per me il capitolo finale di questa
progressiva presa d’atto.
Io invece mi ostino a credere che
quell’obiettivo, anzi quella strategia, che avevo intravisto per Sel a Firenze,
fossero/siano non solo possibili, praticabili, ma addirittura necessari e
indispensabili, nell’attuale fase che stiamo attraversando di globalizzazione
capitalistica. Di qui il primo, ponderoso, fondamentale motivo di dissenso. Che
già da solo (penso) basterebbe a spiegare il mio allontanamento.
Sento però il bisogno di spiegare
anche le altre ragioni che lo motivano. Sia per chiarire in primo luogo a me
stesso la scelta che oggi compio anche in maniera formale, sia per offrire
(eventualmente) qualche spunto di riflessione alle compagne e ai compagni che
ne avranno l’interesse e la disponibilità.
Credo che le divergenze sulla
strategia politica di fondo di Sel trovino il loro fondamento in almeno tre elementi.
Il primo è il diverso giudizio
politico che diamo sul PD.
Per Vendola e la dirigenza
politica di Sel, come per molti compagni (sia del quadro intermedio che di
quello di base) che continuano a riconoscersi nel progetto politico di Sel, il
PD è evidentemente ancora un partito di sinistra, di una sinistra più o meno
moderata, che non solo nasce da quella tradizione ma in questa tradizione
ancora affonda le sue radici, le sue scelte di fondo e le sue pratiche
concrete.
Io penso, invece, che il PD non
sia più, anzi non sia neanche nato come partito di sinistra; che il non
inserimento della parola “sinistra” nel suo acronimo e la decisione di non
collocarsi nel PSE (come era invece per i DS) siano scelte niente affatto casuali,
ma corrispondenti alla sua natura profonda di partito di centro
democratico/liberale.
Penso, dunque, che col PD un
partito di sinistra possa anche cercare una interlocuzione e, perfino, a certe
condizioni programmatiche ben definite, un’alleanza politica in vista di una
ipotesi di governo comune, ma da posizioni ben distinte e autonome
Penso, a maggior ragione, che sia
del tutto infondata la prospettiva di fusione col PD in una casa comune (quand’anche
in una prospettiva di lungo periodo): ipotesi che vedo invece viene presa in
seria considerazione e avanzata (con dichiarazioni più o meno esplicite) da
molti dirigenti di Sel, a partire dallo stesso Vendola.
Il secondo elemento è un diverso
modo di intendere l’espressione “essere e sentirsi forza di governo”.
Questa è una espressione nella
quale personalmente mi riconosco. Ma io mi riconosco, perché penso che ogni
soggettività politica (se vuole essere realmente politica e non puramente
accademica) debba affermare non solo valori e finalità generali, ma anche
concreti obiettivi di programma, traducibili in azioni pratiche ed effettive
una volta che ci si ritrovi al governo (di un ente locale o di quello nazionale
cambia poco).
Da questo punto di vista ritengo
che si possa (anzi si debba) “essere e sentirsi forza di governo” sia che si
stia effettivamente al governo sia che si stia all’opposizione. Tale
collocazione, infatti non dipende da una scelta preventiva di chi fa politica ,
ma dall’esito della competizione elettorale a cui si partecipa. E chi non si
sente forza di governo, anche stando all’opposizione, vuol dire che non sta
facendo politica, ma sta facendo altra cosa.
Altro modo di intendere l’espressione
“essere e sentirsi forza di governo” è quello di chi ritiene che solo stando al
governo si possa fare concretamente politica e che chi sta all’opposizione
(perché così ha deciso il voto degli elettori) è condannato fatalmente a una
condizione testimoniale e residuale. Che mi sembra essere la concezione
prevalente nell’attuale gruppo dirigente (sia nazionale che locale) di Sel.
Tale posizione mi pare che
archivi in maniera superficiale e frettolosa la storia gloriosa di forze come
il PCI (ma anche il PSI), che per lunghi anni sono state all’opposizione, ma
hanno inciso ugualmente e in maniera profonda nella vita economica, sociale e
culturale del nostro paese.
E che sottintenda una cultura
politicista più che politica e forse una tendenza (latente, se non già in atto)
verso pratiche deteriori del fare politica (sottogoverno, arrivismo,
carrierismo …), da cui mi sento anni luce distante.
Per cui dissento totalmente e radicalmente da essa.
Il terzo elemento riguarda una
diversa concezione del partito.
A Firenze Nichi sostenne la tesi
(da me sottovalutata) che lui non stava e non intendeva “fondare un partito” ma
“riaprire una partita”.
A distanza di più di due anni mi
sembra di poter dire, con argomenti adeguati e, quindi, con una sufficiente
convinzione, che questa tesi era non solo confusa, superficiale, poco chiara,
se non ambigua, ma che era del tutto sbagliata.
Ovviamente, non ho la presunzione
di sostenere che essa non avesse anche argomenti a favore. Ad esempio e in
primo luogo: la caduta verticale di credibilità di fronte ai cittadini dei partiti
(di tutti i partiti, anzi dell’idea stessa di partito); la necessità di
aggiornare la forma partito di novecentesca memoria; per citarne solo due.
Ma questi argomenti a favore non
cancellano quelli a sfavore, che per me, invece, sono nettamente prevalenti.
Il primo è che qualsiasi idea
politica, se vuole ottenere risultati concreti, deve darsi una forma
organizzativa. Si potrà discutere sulle forme dell’organizzazione. Ma non si
può discutere della necessità di una organizzazione.
Il secondo è che un soggetto
politico, se vuole essere seriamente e profondamente democratico e partecipato
( e mi pare che Sel fosse nata per essere questo), deve darsi regole ben
precise di partecipazione e di vita democratica interna. E che queste potranno
(anzi, secondo me, dovranno) essere diverse da quelle del partito novecentesco,
ma dovranno comunque essere le regole di un partito (quand’anche lo si volesse
chiamare con un termine diverso)
La mia impressione è che, invece,
Vendola e Sel con l’espressione “non vogliamo fare un partito, ma vogliamo
riaprire la partita”, abbiano inteso fare scelte del tutto diverse.
Per cui, a distanza di due anni
dalla sua nascita, Sel è di fatto comunque un “partito”; e, in più, un partito:
1)
che dipende in maniera decisiva e assoluta dal suo
leader, dalle sue parole, dalle sue scelte e dalle sue decisioni; è “un partito
del leader” e non (come io riterrei giusto e legittimo) “un partito con un
leader”;
2)
nel quale,
per naturale conseguenza, gli organi collettivi di decisione (ai diversi livelli)
hanno avuto ed hanno scarso peso e rilevanza;
3)
nel quale “domina” nei fatti (soprattutto a
livello locale) un ceto politico preesistente alla nascita di Sel, (tra l’altro
spesso incapace, poco motivato e scarsamente attivo);
4)
che è stato poco aperto alla partecipazione, al
coinvolgimento attivo degli iscritti e perfino dei militanti;
5)
che nei fatti ha scoraggiato anziché favorire il
proselitismo e le nuove adesioni.
Tutti elementi che hanno
rappresentato e rappresentano il peggio della “forma partito” e non certo il
suo superamento, come “il riaprire la partita”, in modo, secondo me, del tutto
superficiale e frettoloso, voleva dare a intendere.
Ecco, care/i compagne/i, questi
sono i (principali) motivi che mi hanno portato alla decisione di uscire da
Sel. Decisione per me non indolore e, quindi, non facile. Perché avevo investito
molto in questa esperienza. Ne ero stato molto coinvolto, come sempre mi
succede (ancora oggi alla mia veneranda età) quando un’idea mi affascina e mi
prende. Decisione di cui sono però pacatamente e serenamente convinto.
Ovviamente (da laico quale sono e
mi sento) metto in conto che le valutazioni, che mi hanno portato a prenderla, possano
essere sbagliate (in tutto o in parte) o quantomeno esagerate e che i fatti
futuri si incaricheranno di darmi torto e di dimostrarmi che avevo visto le
cose in maniera distorta.
Nel qual caso potrete stare
sicuri non avrò difficoltà a riconoscere di essermi sbagliato e a chiedervi di
riammettermi nella vostra comunità politica. Con umiltà, senza aspettarmi,
ovviamente, nessun riconoscimento in cambio. Come d’altra parte il mio impegno
di questi anni credo abbia ampiamente dimostrato.
Infine, care/i compagne/i, vorrei
dirvi che, pur nella diversità dei nostri attuali percorsi politici, spero di
conservare la vostra amicizia, almeno con quelli tra di voi coi quali si era
instaurato anche un legame umano oltre che politico. Per quanto mi riguarda vi
garantisco la mia. Sincera, piena e serena come prima, se non più di prima.
Grato (in ogni caso) per l’esperienza
vissuta assieme a voi in questi anni, che è stata (comunque) per me
arricchente, cordiali e affettuosi saluti!
Giovanni Lamagna
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie