domenica 9 dicembre 2012

LETTERA APERTA AI COMPAGNI DI SEL di Giovanni Lamagna


Care compagne, cari compagni,
ho ricevuto ieri la convocazione per l’assemblea provinciale di Sel, che si svolgerà lunedì 10 prossimo venturo.
Credevo, dalle posizioni che avevo assunto specie negli ultimi mesi, si fosse capito con chiarezza che il sottoscritto si sente oramai fuori da Sel e che, quindi, non parteciperà all’assemblea provinciale del 10.
Ma, dal momento che non ho mai dato una comunicazione formale della conclusione del mio percorso politico in Sel, ho apprezzato la convocazione che mi è stata fatta, in quanto formalmente sono ancora membro della suddetta Assemblea.

Tale convocazione mi impone l’obbligo allora di comunicare anche in maniera formale la mia decisione con i motivi che l’hanno determinata.
Il primo motivo inerisce la strategia stessa di Sel.
Io avevo capito, quando è iniziato qualche anno fa il percorso politico che ha portato alla nascita di questo soggetto politico, che l’ambizione di SEL fosse quella (grande) di rifondare la Sinistra, di ricostruire un discorso teorico per troppo tempo soffocato da rigidità ideologico/dogmatiche o appannato da pratiche (deteriori), omologhe a quelle largamente prevalenti in altre forze politiche, di riaggregare un popolo potenzialmente molto vasto ma in diaspora, disperso in un’area che o non riusciva a trovare rappresentanza o era costretto (non trovando di meglio) a ritrovarsi sotto le bandiere di un partito che da quella tradizione (in gran parte) proveniva, ma di quella tradizione oramai conservava ben poco (neanche il nome).
A distanza di poco più di due anni dal congresso fondativo di Firenze (ma ne avevo avuto già progressivi e sempre più chiari segnali nel corso di questi due anni) sono costretto a prendere atto che mi ero sbagliato: che l’ambizione di Sel non era affatto quella che avevo immaginato, che la sua ambizione effettiva era molto più modesta, che in pratica essa si riduceva all’obiettivo di diventare una forza(?) che tutt’al più fosse in grado di condizionare ( da una posizione un poco più radicale) le strategie e le scelte politiche di quello che veniva considerato il vero (e grande) partito della Sinistra (in maniera rassegnata, definitiva e senza alternative),cioè il PD.
L’esperienza delle ultime primarie del centro sinistra è stata per me il capitolo finale di questa progressiva presa d’atto.
Io invece mi ostino a credere che quell’obiettivo, anzi quella strategia, che avevo intravisto per Sel a Firenze, fossero/siano non solo possibili, praticabili, ma addirittura necessari e indispensabili, nell’attuale fase che stiamo attraversando di globalizzazione capitalistica. Di qui il primo, ponderoso, fondamentale motivo di dissenso. Che già da solo (penso) basterebbe a spiegare il mio allontanamento.
Sento però il bisogno di spiegare anche le altre ragioni che lo motivano. Sia per chiarire in primo luogo a me stesso la scelta che oggi compio anche in maniera formale, sia per offrire (eventualmente) qualche spunto di riflessione alle compagne e ai compagni che ne avranno l’interesse e la disponibilità.
Credo che le divergenze sulla strategia politica di fondo di Sel trovino il loro fondamento in almeno tre elementi.
Il primo è il diverso giudizio politico che diamo sul PD.
Per Vendola e la dirigenza politica di Sel, come per molti compagni (sia del quadro intermedio che di quello di base) che continuano a riconoscersi nel progetto politico di Sel, il PD è evidentemente ancora un partito di sinistra, di una sinistra più o meno moderata, che non solo nasce da quella tradizione ma in questa tradizione ancora affonda le sue radici, le sue scelte di fondo e le sue pratiche concrete.
Io penso, invece, che il PD non sia più, anzi non sia neanche nato come partito di sinistra; che il non inserimento della parola “sinistra” nel suo acronimo e la decisione di non collocarsi nel PSE (come era invece per i DS) siano scelte niente affatto casuali, ma corrispondenti alla sua natura profonda di partito di centro democratico/liberale.
Penso, dunque, che col PD un partito di sinistra possa anche cercare una interlocuzione e, perfino, a certe condizioni programmatiche ben definite, un’alleanza politica in vista di una ipotesi di governo comune, ma da posizioni ben distinte e autonome
Penso, a maggior ragione, che sia del tutto infondata la prospettiva di fusione col PD in una casa comune (quand’anche in una prospettiva di lungo periodo): ipotesi che vedo invece viene presa in seria considerazione e avanzata (con dichiarazioni più o meno esplicite) da molti dirigenti di Sel, a partire dallo stesso Vendola.
Il secondo elemento è un diverso modo di intendere l’espressione “essere e sentirsi forza di governo”.
Questa è una espressione nella quale personalmente mi riconosco. Ma io mi riconosco, perché penso che ogni soggettività politica (se vuole essere realmente politica e non puramente accademica) debba affermare non solo valori e finalità generali, ma anche concreti obiettivi di programma, traducibili in azioni pratiche ed effettive una volta che ci si ritrovi al governo (di un ente locale o di quello nazionale cambia poco).
Da questo punto di vista ritengo che si possa (anzi si debba) “essere e sentirsi forza di governo” sia che si stia effettivamente al governo sia che si stia all’opposizione. Tale collocazione, infatti non dipende da una scelta preventiva di chi fa politica , ma dall’esito della competizione elettorale a cui si partecipa. E chi non si sente forza di governo, anche stando all’opposizione, vuol dire che non sta facendo politica, ma sta facendo altra cosa.
Altro modo di intendere l’espressione “essere e sentirsi forza di governo” è quello di chi ritiene che solo stando al governo si possa fare concretamente politica e che chi sta all’opposizione (perché così ha deciso il voto degli elettori) è condannato fatalmente a una condizione testimoniale e residuale. Che mi sembra essere la concezione prevalente nell’attuale gruppo dirigente (sia nazionale che locale) di Sel.
Tale posizione mi pare che archivi in maniera superficiale e frettolosa la storia gloriosa di forze come il PCI (ma anche il PSI), che per lunghi anni sono state all’opposizione, ma hanno inciso ugualmente e in maniera profonda nella vita economica, sociale e culturale del nostro paese.
E che sottintenda una cultura politicista più che politica e forse una tendenza (latente, se non già in atto) verso pratiche deteriori del fare politica (sottogoverno, arrivismo, carrierismo …), da cui mi sento anni luce distante.
 Per cui  dissento totalmente e radicalmente da essa.
Il terzo elemento riguarda una diversa concezione del partito.
A Firenze Nichi sostenne la tesi (da me sottovalutata) che lui non stava e non intendeva “fondare un partito” ma “riaprire una partita”.
A distanza di più di due anni mi sembra di poter dire, con argomenti adeguati e, quindi, con una sufficiente convinzione, che questa tesi era non solo confusa, superficiale, poco chiara, se non ambigua, ma che era del tutto sbagliata.
Ovviamente, non ho la presunzione di sostenere che essa non avesse anche argomenti a favore. Ad esempio e in primo luogo: la caduta verticale di credibilità di fronte ai cittadini dei partiti (di tutti i partiti, anzi dell’idea stessa di partito); la necessità di aggiornare la forma partito di novecentesca memoria; per citarne solo due.
Ma questi argomenti a favore non cancellano quelli a sfavore, che per me, invece, sono nettamente prevalenti.
Il primo è che qualsiasi idea politica, se vuole ottenere risultati concreti, deve darsi una forma organizzativa. Si potrà discutere sulle forme dell’organizzazione. Ma non si può discutere della necessità di una organizzazione.
Il secondo è che un soggetto politico, se vuole essere seriamente e profondamente democratico e partecipato ( e mi pare che Sel fosse nata per essere questo), deve darsi regole ben precise di partecipazione e di vita democratica interna. E che queste potranno (anzi, secondo me, dovranno) essere diverse da quelle del partito novecentesco, ma dovranno comunque essere le regole di un partito (quand’anche lo si volesse chiamare con un termine diverso)
La mia impressione è che, invece, Vendola e Sel con l’espressione “non vogliamo fare un partito, ma vogliamo riaprire la partita”, abbiano inteso fare scelte del tutto diverse.
Per cui, a distanza di due anni dalla sua nascita, Sel è di fatto comunque un “partito”; e, in più, un partito:
1)      che dipende in maniera decisiva e assoluta dal suo leader, dalle sue parole, dalle sue scelte e dalle sue decisioni; è “un partito del leader” e non (come io riterrei giusto e legittimo) “un partito con un leader”;
2)       nel quale, per naturale conseguenza, gli organi collettivi di decisione (ai diversi livelli) hanno avuto ed hanno scarso peso e rilevanza;
3)      nel quale “domina” nei fatti (soprattutto a livello locale) un ceto politico preesistente alla nascita di Sel, (tra l’altro spesso incapace, poco motivato e scarsamente attivo);
4)      che è stato poco aperto alla partecipazione, al coinvolgimento attivo degli iscritti e perfino dei militanti;
5)      che nei fatti ha scoraggiato anziché favorire il proselitismo e le nuove adesioni.
Tutti elementi che hanno rappresentato e rappresentano il peggio della “forma partito” e non certo il suo superamento, come “il riaprire la partita”, in modo, secondo me, del tutto superficiale e frettoloso, voleva dare a intendere.
Ecco, care/i compagne/i, questi sono i (principali) motivi che mi hanno portato alla decisione di uscire da Sel. Decisione per me non indolore e, quindi, non facile. Perché avevo investito molto in questa esperienza. Ne ero stato molto coinvolto, come sempre mi succede (ancora oggi alla mia veneranda età) quando un’idea mi affascina e mi prende. Decisione di cui sono però pacatamente e serenamente convinto.
Ovviamente (da laico quale sono e mi sento) metto in conto che le valutazioni, che mi hanno portato a prenderla, possano essere sbagliate (in tutto o in parte) o quantomeno esagerate e che i fatti futuri si incaricheranno di darmi torto e di dimostrarmi che avevo visto le cose in maniera distorta.
Nel qual caso potrete stare sicuri non avrò difficoltà a riconoscere di essermi sbagliato e a chiedervi di riammettermi nella vostra comunità politica. Con umiltà, senza aspettarmi, ovviamente, nessun riconoscimento in cambio. Come d’altra parte il mio impegno di questi anni credo abbia ampiamente dimostrato.
Infine, care/i compagne/i, vorrei dirvi che, pur nella diversità dei nostri attuali percorsi politici, spero di conservare la vostra amicizia, almeno con quelli tra di voi coi quali si era instaurato anche un legame umano oltre che politico. Per quanto mi riguarda vi garantisco la mia. Sincera, piena e serena come prima, se non più di prima.
Grato (in ogni caso) per l’esperienza vissuta assieme a voi in questi anni, che è stata (comunque) per me arricchente, cordiali e affettuosi saluti!
Giovanni Lamagna

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