Le primarie del PD,
erano state definite al momento della loro gestione come la “fiera delle
vanità”, un momento di esaltazione della personalizzazione della politica, da
respingere seccamente.
Via, via che l’itinerario di questa competizione elettorale
si è snodato nel corso del tempo fino al suo esito finale, si è compreso che si
stava trattando di qualcosa di ancora diverso, maggiormente negativo, più
pericoloso.
L’impianto mediatico che ha retto le primarie è risultato
imponente: per almeno due mesi queste hanno rappresentato il “focus” di tutte
le vicende riguardanti il sistema politico italiano, ottundendo – almeno
parzialmente – la visibilità e la comprensione degli altri fatti che stavano
accadendo: dai provvedimenti di natura sociale del governo sempre rivolti
unilateralmente “contro” i ceti sociali più deboli, all’inasprirsi della crisi
economica e finanziaria a livello internazionale, all’esplosione del conflitto
tra lavoro e salute in un caso eclatante come quello di Taranto che ha posto
anche in evidenza l’estrema debolezza di ciò che resta del nostro sistema
industriale, al profilarsi di conflitti istituzionali di grandissima portata
come quello – ormai dimenticato ma che in questi giorni dovrebbe tornare in
primo piano – tra il Presidente della Repubblica e la procura di Palermo,
accusata di lesa Maestà, al governo dei “tecnici” dimostratisi incapaci di
governare al di fuori della logica dei decreti leggi, come hanno dimostrato i
casi della legge anticorruzione e di quella elettorale (al riguardo della
modifica della quale, se mai esistesse una qualche volontà del Parlamento di
modificarla davvero, l’assenza di un governo politico si è sentita eccome).
Si tratta soltanto di alcuni esempi, il cui elenco potrebbe
prolungarsi parecchio.
Eppure le primarie hanno tenuto banco, indiscusse: nessuno,
o quasi, ha segnalato come risultassero, alla fine, una battaglia politica ai
fini dello stabilire rapporti di forza interni, senza nessun obiettivo
plausibile di spostamento effettivo del potere laddove questo, in Europa e in
Italia, viene esercitato concretamente.
Abbiamo ascoltato frasi che avrebbero dovuto essere
stigmatizzate immediatamente, del tipo: “ se vinco io, lunedì cambio tutto”.
Ecco mistificazioni di queste genere non le sentivamo dai tempi in cui si
contrabbandava la legge elettorale maggioritaria quale risoluzione di tutti i
mali dell’Italia, afflitta – almeno apparentemente, in quella fase, da un
dilagante fenomeno corruttivo che investiva la politica e l’industria.
Nessuno, o quasi, ha cercato di spiegare che il fine di
questa clamorosa messinscena non era l’acquisizione di un potere per cambiare
le cose o mantenere lo “status quo”, ma quello – sottile e perverso – di
rifidelizzare masse di cittadine e di cittadini da usare poi come fattore
moltiplicante dentro ai futuri scontri elettorali.
Lo scopo vero era
semplicemente quello di imprimere una svolta ai sondaggi.
Quei sondaggi che, ormai, rappresentano il metro di misura
effettivo di un “agire politico ormai ridotto alle dichiarazioni, alla
partecipazione ai talk-show televisivi, alla presenza sul web che – in maniera
altrettanto mistificatoria – qualcuno contrabbanda quale sede di una nuova
ideale “democrazia diretta” (“democrazia diretta”: colloquio immediato tra il
Capo e la massa).
Un obiettivo, va riconosciuto, pienamente centrato anche se
la partecipazione al voto si è verificata in una dimensione numerica ridotta
rispetto ad altre passate occasioni che pure avevano avuto caratteristiche
diverse.
Due fatti hanno davvero impressionato: l’adesione unanime di
tutti coloro che reggono il sistema dei “media” in questo Paese, in una forma
quasi totalitaria come se (avviene
usualmente in questo campo) si fosse subodorata l’aria di un grande affare mediatico,
come, in effetti, è stato, e la totale assenza – non tanto e non solo di
contenuti programmatici – ma di un’idea “sistemica” nella capacità e nella
possibilità di affrontare le contraddizioni sociali.
La personalizzazione,
l’individualismo sembrano ormai aver sostituito – nell’immaginario di grandi
masse – l’idea della politica esercitata in nome delle contraddizioni sociali
ed, in particolare, di quella che avevamo definito “contraddizione di classe”,
sulla quale per altro i padroni continuano ad esercitarsi con grande
accanimento, dopo averla fatta definire ideologicamente superata.
Le primarie sono state parte di questa grande occultamento
della coscienza collettiva ormai in atto da tempo, nascondendo – dietro il
mantello di un’ulteriore degenerazione della “autonomia del politico” – la
realtà effettuale e cercando di impedire una riorganizzazione, prima di tutto
politica, degli “attori” potenzialmente protagonisti di un vero scontro sociale
e politico.
La responsabilità di chi ha promosso questa situazione è
enorme: una responsabilità storica che non potrà essere facilmente superata.
E’ necessario porsi con grande determinazione
all’opposizione di questo stato di cose, reclamare una “diversità”, evitare la
confusione di un intreccio di temi che, alla fine, potrebbe farci ritrovare,
grazie ad un accorto uso della propaganda e del politicismo, sullo stesso
terreno dell’avversario.
Perché di avversario si tratta: per chi intende muoversi in
direzione del prossimo appuntamento elettorale allo scopo di presentare una
formazione posta al di fuori dal quadro proposto – appunto – dalle “primarie”
sarà bene riflettere, davvero, su quale orientamento di fondo assumere, da
quale parte realmente collocarsi.
Savona, li 4 dicembre 2012 Franco Astengo
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie