sabato 29 dicembre 2012

LA SESTA DEMOCRAZIA di Franco Astengo


Nell’articolo di fondo apparso sabato 28 Dicembre sulle colonne del “Corriere della Sera”, Michele Ainis fa coincidere il profilo dei cinque “leader” in corsa per le prossime elezioni politiche ad altrettanti modelli di democrazia.
A parte la necessaria critica di fondo al concetto di personalizzazione che dovrà rimanere tenace e insuperabile in qualsiasi frangente ed evenienza, anche quella apparentemente più opportuna sul terreno elettorale, provo a riassumere le cinque definizioni.
Al riguardo di Bersani si usa la categoria della “democrazia innervata dai partiti, che in qualche modo fa coincidere i partiti con le stesse istituzioni”. Si tratta della definizione maggiormente opinabile perché mi pare non tenga conto della mutazione genetica che il PD ha subito attraverso l’adozione del meccanismo delle primarie con conseguente processo d’individualizzazione (è stato definito, su questo stesso blog con intuizione particolarmente felice “partito frattale”) e appare ancora assente un’analisi approfondita a questo proposito che, probabilmente, farebbe spostare l’asse del ragionamento di Ainis.
Per Berlusconi è stato più facile in quanto, nell’articolo, è stato applicato il meccanismo del potere carismatico, interpretato in senso weberiano.
Quanto a Monti si scrive di “legittimazione attraverso le competenze, significando di fatto che il rifiuto della politica come professione porta ciascun cittadino ad ambire al governo della polis” (anche qui ci sarebbe da discutere molto, in questa definizione solo apparentemente di stampo kennnediano).
Per Beppe Grillo è, naturalmente, riservata la parte relativa alla politica realizzata attraverso il web e si scrive come resti da vedere il conciliarsi tra “la vena anarchica del web con la vena autoritaria del suo apostolo”.
Infine Ingroia, accostato immediatamente a Di Pietro e De Magistris, e visto come il vessillifero del “governo dei custodi”. Un partito appellato come “non giustizialista ma giudiziario”.
Si parla nella premessa anche di “elisione a vicenda”, ma anche questo è un punto da analizzare a fondo, perché se c’è un punto che accomuna questo cinque visioni all’interno del sistema politico italiano appare essere quello, in diverse gradazioni ovviamente, dell’accettazione dei meccanismi economico – sociali che hanno presieduto alla crisi e a come questa è stata affrontata dalle classi dominanti, in termini di rinnovata concezione di classe: e sarà difficile per il PD far dimenticare, in campagna elettorale, l’appoggio incondizionato fornito al governo dei tecnici, assoluto “esecutore” di questa teoria.
Il punto che intendevo sollevare si rivolge però in un’altra direzione: in questa campagna elettorale mancherà, infatti, la “Sesta Democrazia”.
Una “Sesta Democrazia” non semplicemente interprete e, soprattutto, rappresentativa dei bisogni e delle istanze delle grandi masse popolari, ridotte a massa di ex-consumatori impauriti, sia di merci, sia di eventi.
Mancherà quell’idea della democrazia che è stata in grande parte artefice della Costituzione Repubblicana, che non a caso è stata messa in questi mesi in fortissima discussione attraverso la surrettizia introduzione di una sorta di “costituzione materiale” fondata sul presidenzialismo, e della sua forma politica più alta quella rappresentata dalla democrazia parlamentare, con il Parlamento – appunto – al centro, considerato “lo specchio del Paese”.
Non ci sarà, dentro alla prossima campagna elettorale, quell’idea di democrazia emanazione e rappresentanza del movimento dei lavoratori, capace di spingere per forme più avanzate, sia al proprio interno nell’idea del partito di massa agito in funzione di un’idea “consiliare” che dai luoghi di lavoro emanasse e promanasse l’idea di fondo della militanza politica quale momento essenziale della vita di ciascheduna e ciascheduno (pensiamo all’antica SPD) e nella società esercitasse, nelle forme democratiche della dialettica, del confronto, del pieno rispetto delle istituzioni, una funzione egemonica.
Sarà assente, insomma, nella prossima campagna elettorale (ma non sarà la prima volta) l’idea della “egemonia politica” che Gramsci aveva trasmesso alle forze rappresentative delle classi subalterne: “ non solo forza mista a consenso, ma capacità di individuare le forme che devono regolare i comportamenti delle diverse soggettività politiche a partire dalla comprensione della loro funzione produttiva, nonché delle loro caratteristiche morali e capacità progettuali” (A. Gramsci, “Quaderni dal Carcere”, Torino 1975).
Per quel che mi riguarda, insomma, il voto va subito a questa “Sesta Democrazia”, intesa quale forma superiore della capacità d’espressione delle forze più sane e conseguenti presenti nel Paese.

Nessun commento:

Posta un commento

La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie