Qualche
giorno fa, in questo stesso spazio, compariva un interessante articolo di
Emilio Carnevali ( “Oltre le due sinistre”) dedicato al dibattito sul
superamento delle due sinistre aperto questa estate da Mario Tronti sull’Unità, cui è seguita una nutrita serie
di contributi
Se rileggiamo il tutto alla luce dell’esito delle primarie del
cd. centrosinistra, non si può non riscontrare alcune convergenze fra le
analisi, le previsioni e la realtà. Se Tronti (di cui ben conosciamo la
radicalità teorica e al contempo l’iperrealismo politico) si domandava
retoricamente a luglio se avesse ancora senso una separatezza fra due sinistre
“imprecise, provvisorie, incapaci di vera autonomia”, Carnevali, con maggiore
precisione, scrive che in caso di vittoria delle primarie
da parte di Pierluigi Bersani con un esplicito appoggio di Nichi Vendola al
secondo turno, il tema della
ricomposizione della sinistra potrebbe tornare all'ordine del giorno.
A quel punto, secondo Carnevali, il
leader di Sel “potrebbe decidere di trarne le conseguenze per giocare da
dentro la sua partita, scegliendo di ‘rottamare’ una creatura
politica esilissima – che non ha mai dato vera prova di vita autonoma – per
entrare a far parte dell'ultimo ‘partito solido’ e radicato nel territorio
rimasto in Italia”. Non so se a Vendola sia capitato di leggere queste
conclusioni, ma certamente ben si attagliano ad un passaggio chiave contenuto
in una sua intervista a la Repubblica
di lunedì 3 dicembre, ove il leader di Sel confida sulla “possibilità di aprire un cantiere in cui
discutere del soggetto politico dei progressisti, del partito del futuro” che
non dovrebbe essere “un partito ideologico, ma un soggetto politico plurale in
cui le diversità sono ricchezza». Un’intervista non ha il respiro di un saggio,
ma certamente in poche ma chiare parole Nichi Vendola fornisce una lettura
molta disinvolta delle finalità con cui Sel era nata. Nel documento votato dal
congresso costitutivo di Firenze dell’ottobre del 2010, Sel si autodefiniva
invece come “una forza autonoma nel progetto e nell’organizzazione” seppure
aperta a politiche di alleanze, dal momento che l’operazione tentata con la
formazione del Partito democratico era da ritenersi “fallita”.
Il quadro in due anni è certamente cambiato. Almeno
apparentemente il Pd gode di piena salute e la vittoria di Bersani alle
primarie ne ha probabilmente incrementato la forza e la capacità inclusiva. Il
secondo turno delle primarie è diventato esplicitamente una gara interna al Pd,
ma nel loro complesso tutte le primarie hanno visto il Pd come protagonista
assoluto, soprattutto per la definizione del perimetro programmatico contenuto
nella Carta di intenti, accettata con poche modifiche dagli altri partners, e
per le regole ferree che la concludono e che dovranno guidare il comportamento
parlamentare della coalizione.
Ma per capire se quel partito dei progressisti
vagheggiato da Vendola e voluto da Bersani corrisponda al superamento in
positivo della divisione delle due sinistre verso una loro ricomposizione in
una sinistra più grande e attrattiva, bisogna fare qualche passo indietro e
porsi qualche interrogativo sulla effettiva natura del Partito democratico.
Quando nel ’97 uscì una mia lunga conversazione con
Fausto Bertinotti, raccolta nel volume Le
due sinistre , la situazione era ben diversa, tanto in Italia quanto in
Europa. In campo vi erano due sinistre ben distinte e, seppure di diverse
dimensioni, entrambe dotate di vitalità e di potenzialità di sviluppo. I
Gonzales. i Blair, i D’Alema si ponevano apertamente il problema di conquistare
il centro del sistema politico e sociale per spianarsi la strada per il
governo, mentre d’altro canto piccole forze comuniste sopravissute al cataclisma
dell’89 portavano avanti significativi processi di rifondazione e nuovi
movimenti alternativi e altermondialisti si apprestavano a diventare
protagonisti della scena mondiale, almeno tra il ’99 e il 2003, addirittura la
“seconda forza mondiale” dopo gli Usa secondo un famoso e enfatico articolo del
New York Times.
Si verificavano anche importanti smagliature nel
fronte della sinistra moderata. In Francia prendeva corpo l’alleanza fra i
socialisti di Jospin e i comunisti su un programma estremamente avanzato che
comprendeva la revisione del Trattato di Maastricht (tema del tutto scomparso
come si vede anche dall’esperienza di Hollande che accetta il fiscal compact che quel trattato
modifica in peggio) e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di
retribuzione. In Italia la distanza tra le due sinistre era ben sintetizzata
persino dai titoli, oltre che dal contenuto, di due articoli pubblicati sulla
stessa rivista, Critica Marxista, da
Massimo D’Alema (Governare lo sviluppo)
e da Fausto Bertinotti (Cambiare la
società). Altri, come Marco Revelli di cui quasi contemporaneamente usciva Le due destre (Torino, 1996), dava un
giudizio ben più severo – e forse
preveggente – della sinistra moderata, l’allora Pds, considerato “più
un’appendice della seconda destra (quella tecnocratica e elitaria n.d.r.) che
non un soggetto politico autonomo”.
Quella situazione oggi non esiste più, ma in senso
diverso da quello tratteggiato da Tronti e ripreso da Carnevali. Non si può più
parlare di due sinistre semplicemente perché quella moderata si è fatta centro,
perdendo oltre che le connotazioni programmatiche, persino il nome di sinistra
e l’altra, quella radicale, si è frammentata ed è rimasta come annichilita di
fronte alle trasformazioni che pure aveva previsto e combattuto in una prima
fase, come la stessa crisi economica mondiale manifestazione di quel processo
di globalizzazione così acutamente analizzato sul finire dei Novanta.
Il Pds ha cambiato nome in Pd, cancellando l’ultima
traccia di significante di sinistra (nomina
substantia rerum sunt ammoniva Massimo Cacciari ai tempi della Bolognina);
ha modellato posizioni e programmi secondo il mainstream nel fondamentale campo della teoria economica; ha
inseguito ogni avventura bellica che potesse coinvolgere in qualche modo il
nostro paese; ha accettato che una grave e sostanziale lesione della democrazia
avvenisse tramite l’imposizione del governo Monti da parte delle elites politico-finanziarie europee; ha
sostenuto con assoluta determinatezza tanto il pareggio di bilancio in
Costituzione quanto il fiscal compact; ha persino definito la liquidazione
dell’articolo 18 come un passo in avanti nel campo del diritto al lavoro. Tale
quadro non è affatto contraddetto dalla carta di intenti dei progressisti e dei
democratici (si noti che anche qui il termine sinistra scompare, pure se
accompagnato pudicamente dal termine centro con o senza trattino).
Le posizioni di Stefano Fassina, che ben conosco,
sono un conto, il testo della carta di intenti, firmato anche da Sel e dal Psi,
tutto un altro. Lì si dice che il conflitto sociale non sta più nello scontro
imprese (anche si sarebbe dovuto scrivere casomai “proprietà delle imprese”)e
lavoratori, ma è interno alla complessità del mondo del lavoro. Affermazione
fatta in contemporanea con la negazione delle assunzioni dei lavoratori targati
Fiom nella nuova fabbrica di Pomigliano. Qui siamo fuori da qualunque
tradizione socialdemocratica e laburista, che pur con tutto il moderatismo di
cui sono state capaci, fondavano pur sempre la propria referenza sociale nel
mondo del lavoro e di quello dipendente in particolare.
In questo nuovo quadro avrebbe dovuto e potuto
trovare spazio la costruzione di una nuova sinistra, certamente basata sul
superamento delle vecchie divisioni del novecento, come quelle tra socialisti e
comunisti, tra riformisti e rivoluzionari, ma pur sempre fondata sulla
rappresentanza del mondo del lavoro materiale e immateriale, dipendente e
autonomo, stabilizzato e precario, per fare partire da qui una proposta di uscita
dalla crisi senza operare quel massacro sociale insito nelle politiche di austerity condotte a livello europeo.
Una sinistra dal forte carattere europeista, ma al contempo conscia della
necessità di una modifica radicale dei trattati che attualmente regolano la
vita della Ue, che sono la principale ragione del suo stato di crisi e di
sofferenza delle sue popolazioni.
Una sinistra di questo genere non può costruirsi
per ricomposizione tra il Pd e ciò che resta delle miniformazioni che si
collocano alla sua sinistra, come auspicava Tronti e sembra ripetere nella
intervista citata Vendola. Ma al contrario attraverso un processo duplice di
scomposizione e di ricomposizione. Di ricomposizione della sinistra radicale
che sia opera non tanto dei suoi micro ceti politici quanto soprattutto della
sinistra diffusa , che è stata protagonista delle lotte più significative,
alcune vincenti come i referendum sull’acqua e il nucleare (a questo allude il
tentativo di “Cambiare si può”). Di scomposizione del Pd tra la sua anima
dichiaratamente liberista, più che liberal,
e quella che potrebbe essere effettivamente iscritta in una moderata
socialdemocrazia.
Un processo difficile senza dubbio. Ma che
corrisponde alla gravità della crisi che stiamo attraversando, che per l’Europa
ha conseguenze sociali peggiori di quella post ’29. Un processo che richiede
elaborazioni teoriche ardite e non poco,
basate non solo sul recupero del pensiero marxiano, ma anche su quello
keynesiano che pure non era tenero nei confronti del primo; sulla grande
innovazione rappresentata dal pensiero ecologista e della differenza di genere.
Proprio qui sta il nocciolo della questione per una moderna sinistra che voglia
continuare a pensare che il capitalismo nelle sue varie versioni non sia la fine
della storia: come coniugare il principio dell’uguaglianza con quello della
differenza, in altre parole come dare risposte non contradditorie a bisogni
sociali e a diritti. Che non sia pura astrazione lo dimostra la drammatica
vicenda dell’Ilva di Taranto, per fare solo un esempio, ove lavoro e salute
sono stati tra loro contrapposti.
Se invece prevarrà l’idea che l’attuale coalizione
dei progressisti e dei democratici deve
diventare, ben oltre l’alleanza elettorale,
la costituente del nuovo partito, ove si riversano le componenti una
volta radicali e nello stesso tempo si rafforza al suo interno quella liberista
incarnata dalla considerevole affermazione nelle primarie di Matteo Renzi, se
dalla teoria del big bang si scivolasse in quella della fusione fredda, non
avremo più né due sinistre né una grande sinistra, ma nessuna. Almeno come
forza politica organizzata dotata di una sufficiente massa critica per farsi
riconoscere e pesare nell’azione.
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