Nell’occasione
del novantaseiesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre abbiamo ritenuto
opportuno ripubblicare due documenti dell’epoca che testimoniane del livello di
analisi che la sinistra italiana aveva elaborato nel corso di quella drammatica
fase storica.
Si
troveranno così di seguito riprodotti l’articolo di Antonio Gramsci “La
rivoluzione contro il capitale” apparso sull’Avanti, edizione di Torino il 24
Novembre del 1917 e poi ripubblicato dal “Grido del Popolo” il 5 Gennaio 1918,
ed il testo integrale dell’intervento di Filippo Turati svolto nel corso del
XVII congresso del PSI a Livorno nel Gennaio 1921, il congresso che segnò la
scissione del PSI e la nascita del Partito Comunista d’Italia.
Al momento
del compimento della rivoluzione dei Soviet in Russia l’Italia si trovava in
uno dei frangenti più delicati della propria storia, stretta tra la “rivolta
del pane” scoppiata a Torino nell’agosto di quell’anno e spenta dall’esercito
con grande sacrificio di vite umane e la disfatta di Caporetto del 24 Ottobre,
che causò 11.000 morti, 29.000 feriti, 280.000 prigionieri e 350.000 sbandati
facendo arretrare il fronte fino alla fatale linea del Piave.
Cosa
accadde, in seguito, dalla conclusione della prima guerra mondiale, al “biennio
rosso”, alla caduta del giolittismo e all’avvento al potere di Mussolini e del
fascismo è troppo noto per doverci ritornare nel dettaglio.
Da
aggiungere, in sede di presentazione al riguardo della ripubblicazione di
questi due importantissimi documenti politici, una nota riguardante l’anomalia
della presenza in Italia di un Partito Socialista non allineatosi, come gli
altri grandi partiti socialisti dell’Europa Occidentale come la SFIO e l’SPD,
alla politica di appoggio alla guerra imperialista, attraverso il voto dei
crediti nei rispettivi parlamenti.
Il Partito
Socialista Italiano aveva adottato la posizione del “né aderire, né sabotare” e
nel corso degli anni contraddistinti dall’evento bellico aveva partecipato
ufficialmente a due importanti appuntamenti internazionali di mobilitazione
contro la guerra: le conferenze di Zimmerwald, del Settembre 1915, e di
Kienthal dell’Aprile del 1916.
Per far
capire meglio, oggi a distanza di quasi un secolo, lo spirito che animò quelle
conferenze vale la pena ricordare le parole con le quali Rosa Luxemburg, in
quel momento esponente dello Spartakus-Gruppe all’opposizione all’interno dell’SPD,
commentò l’esito della conferenza di Zimmerwald al punto 9 delle sue “Tesi sui
compiti del proletariato internazionale”: “Il fine socialista sarà realizzato
dal proletariato internazionale solo facendo fronte su tutta la linea all’imperialismo
e innalzando, con tutte le proprie forze e il massimo spirito di sacrificio, a
modello della propria politica pratica la parola d’ordine “Guerra alla Guerra”.
A questo scopo il compito fondamentale del socialismo è oggi di raccogliere il
proletariato di tutti i paesi in una viva forza rivoluzionaria, di farne quel
fattore decisivo della vita politica” a cui è chiamato dalla storia, mediante
una forte organizzazione internazionale, che possieda una comprensione unitaria
dei suoi interessi e dei compiti, una tattica ed una capacità di azioni
unitarie sia in pace, sia in guerra”.
Lenin,
sempre a proposito del manifesto di Zimmerwald scrisse, l’11 Ottobre del 1915
di “un passo avanti verso la lotta effettiva contro l’opportunismo”.
Alla
successiva conferenza di Kienthal parteciparono 44 delegati provenienti da
diverse nazioni, nonostante che a molti che si erano messi in viaggio furono
negati passaporti, visti e permessi di transito.
Il Partito
Socialista Italiano fu presente con una delegazione ufficiale del Partito e del
gruppo alla Camera con otto delegati e Giacinto Menotti Serrati aderì alla
risoluzione presentata dalla cosiddetta “sinistra zimmerwaldiana” elaborata da
Lenin, dal polacco Warski e da un delegato del gruppo tedesco dell’
Internationale.
In quella
risoluzione si prendevano in esame anche i temi del futuro periodo post-bellico
: “ La guerra – diceva – è frutto degli antagonismi capitalisti; essa non
elimina le cause dei conflitti futuri. Essa rafforza il capitalismo e suscita
nuovi antagonismi. Ne consegue un’accresciuta reazione economica e politica,
nuovi armamenti e il pericolo di nuove conflagrazioni mondiali”.
Nel dicembre
1916, infine, la Commissione socialista internazionale pubblicava un nuovo e
più pressante appello, in cui senza esitazione dichiarava che: “Per costringere
i governi alla pace, non vi è che una potenza: la forza ridestata del
proletariato internazionale, la sua ferma volontà di rivolgere le armi non
contro i suoi fratelli, ma, in ciascun paese, contro il nemico interno”.
Si apriva
così la stagione che avrebbe portato alla Rivoluzione d’Ottobre e a tutti i
successivi eventi storici di grandissima portata che contrassegnarono la fine
degli anni’10 e l’avvio degli anni’20, tra i quali al riguardo della situazione
italiana la costituzione del Partito Comunista, prima formatosi come corrente
interna al PSI al Convegno di Imola del 1920 attraverso la fusione del gruppo
dell’Ordine Nuovo di Torino e del gruppo del Soviet di Napoli e poi con il
congresso di Livorno del Gennaio 1921.
Reso
omaggio, sia pure in una forma molto schematica a quella fase fondamentale per
la storia dle movimento operaio ecco di seguito i due documenti di Gramsci e
Turati.
LA
RIVOLUZIONE CONTRO IL CAPITALE di
Antonio Gramsci
La
rivoluzione dei bolscevichi si è definitivamente innestata nella rivoluzione
generale del popolo russo. I massimalisti che erano stati fino a due mesi fa il
fermento necessario perché gli avvenimenti non stagnassero, perché la corsa
verso il futuro non si fermasse, dando luogo ad una forma definitiva di
assestamento - che sarebbe stato un assestamento borghese, - si sono
impadroniti del potere, hanno stabilito la loro dittatura, e stanno elaborando le
forme socialiste su cui la rivoluzione dovrà finalmente adagiarsi per
continuare a svilupparsi armonicamente, senza troppi grandi urti, partendo
dalle grandi conquiste già realizzate.
La rivoluzione dei bolscevichi è materiata di ideologie più che di fatti. (perciò, in fondo, poco ci importa sapere più di quanto sappiamo). Essa è la rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx. Il Capitale di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostarzione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un'era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico. I bolscevichi rinnegano Carlo Marx, affermano con la testimonianza dell'azione esplicata, delle conquiste realizzate, che i canoni del materialismo storico non sono così feroci come si potrebbe pensare e come si è pensato.
Eppure c'è una fatalità anche in questi avvenimenti, e se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente vivificatore. Essi non sono "marxisti", ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche. E questo pensiero pone sempre come massimo fattore di storia non i fatti economici, bruti, ma l'uomo, ma la società degli uomini, degli uomini che si accostano fra di loro, si intendono fra loro, sviluppano attraverso questi contatti (civiltà) una volontà sociale, collettiva, e comprendono i fatti economici e li giudicano e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell'economia, la plasmatrice della realtà oggettiva, che vive, e si muove, e acquista carattere di materia tellurica in ebollizione, che può essere incanalata dove alla volontà piace.
Marx ha preveduto il prevedibile. Non poteva prevedere la guerra europea, o meglio non poteva prevedere che questa guerra avrebbe avuta la durata e gl effetti che ha avuto. Non poteva prevedere che questa guerra, in tre anni di sofferenze indicibili, avrebbe suscitato in Russia la volontà collettiva popolare che ha suscitata. Una volontà di tal fatta normalmente ha bisogno per formarsi di un lungo processo di infiltrazioni capillari; di una larga serie di esperienze di classe. Gli uomini sono pigri, hanno bisogno di organizzarsi, prima esteriormente, in corporazioni, in leghe, poi intimamente, nel pensiero, nella volontà [...] di una incessante continuità e molteplicità di stimoli esteriori. Ecco perché, normalmente, i canoni di critica storica del marxismo colgono la realtà, la irretiscono e la rendono evidente e distinta. Normalmente, è attraverso la lotta di classe sempre più intensificata, che le due classi del mondo capitalistico creano la storia. Il proletariato sente la sua miseria attuale, è continuamente in istato di disasgio e preme sulla borghesia per migliorare le proprie condizioni. Lotta, obbliga la borghesia a migliorare la tecnica della produzione, a rendere più utile la produzione perché sia possibile il soddisfacimento dei suoi bisogni più urgenti. E' una corsa affannosa verso il meglio, che accelera il ritmo della produzione, che dà continuo incremento alla somma dei beni che serviranno alla collettività. E in questa corsa molti cadono, e rendono più urgente il desiderio dei rimasti, e la massa è sempre in sussulto, e da caos-popolo diventa sempre più ordine nel pensiero, diventa sempre più cosciente della propria potenza, della propria capacità ad assumersi la responsabilità sociale, a diventare l'arbitro dei propri destini.
Ciò normalmente, quando i fatti si ripetono con un certo ritmo. Quando la storia si sviluppa per momenti sempre più complessi e ricchi di signficato e di valore, ma pure simili. Ma in Russia la guerra ha servito a spoltrire le volontà. Esse, attraverso le sofferenze accumulate in tre anni, si sono trovate all'unisono molto rapidamente. La carestia era imminente, la fame, la morte per fame poteva cogliere tutti, maciullare d'un colpo decine di milioni di uomini. Le volontà si sono messe all'unisono, meccanicamente prima, attivamente, spiritualmente dopo la prima rivoluzione [di febbraio].
La predicazione socialista ha messo il popolo russo a contatto con le esperienze degli altri proletariati. La predicazione socialista fa vivere drammaticamente in un istante la storia del proletariato, le sue lotte contro il capitalismo, la lunga serie degli sforzi che deve fare per emanciparsi idealmente dai vincoli del servilismo che lo rendevano abietto, per diventare coscienza nuova, testimonio attuale di un mondo da venire. La predicazione socialista ha creato la volontà sociale del popolo russo. Perché dovrebbe egli aspettare che la storia dell'Inghilterra si rinnovi in Russia, che in Russia si formi una borghesia, che la lotta di classe sia suscitata, perché nasca la coscienza di classe e avvenga finalmente la catastrofe del mondo capitalistico? Il popolo russo è passato attraverso queste esperienze col pensiero, e sia pure col pensiero di una minoranza. Ha superato queste esperienze. Se ne serve per affermarsi ora, come si servirà delle esperienze capitalistice occidentali per mettersi in breve tempo all'altezza di produzione del mondo occidentale. L'America del Nord è capitalisticamente più progredita dell'Inghilterra, perché nell'America del Nord gli anglosassoni hanno cominciato di un colpo dallo stadio in cui l'Inghilterra era arrivata dopo lunga evoluzione. Il proletariato russo, educato socialisticamente, incomincerà la sua storia dallo stadio massimo di produzione cui è arrivata l'Inghilterra oggi, perché dovendo incominciare, incomincerà dal già perfetto altrove, e da questo perfetto riceverà l'impulso a raggiungere quella maturità economica che secondo Marx è condizione necessaria del collettivismo. I rivoluzionari creeranno essi stessi le condizioni necessarie per la realizzazione completa e piena del loro ideale. Le creeranno in meno tempo di quanto avrebbe fatto il capitalismo. Le critiche che i socialisti hanno fatto al sistema borghese, per mettere in evidenza le imperfezioni, le dispersioni di ricchezza, serviranno ai rivoluzionari per far meglio, per evitare quelle dispersioni, per non cadere in quelle deficienze. Ma le stesse condizioni di miseria e di sofferenza sarebbero ereditate da un regime borghese. Il capitalismo non potrebbe subito fare in Russia più di quanto potrà fare il collettivismo. Farebbe oggi molto meno, perché avrebbe subito di contro un proletariato scontento, frenetico, incapace ormai di sopportare per altri i dolori e le amarezze che il disagio economico porterebbe. Anche da un punto di vista assoluto, umano, il socialismo immediato ha in Russia la sua giustificazione. La sofferenza che terrà dietro alla pace potrà essere solo sopportata in quanto i proletari sentiranno che sta nella loro volontà, nella loro tenacia al lavoro di sopprimerla nel minor tempo possibile.
Si ha l'impressione che i massimalisti siano stati in questo momento la espressione spontanea, biologicamente necessaria, perché l'umanità russa non cada nello sfacelo più orribile, perché l'umanità russa, assorbita nel lavoro gigantesco, autonomo, della propria rigenerazione, possa sentir meno gli stimoli del lupo affamato e la Russia non diventi un carnaio enorme di belve che si sbranano a vicenda.
IL DISCORSO DI FILIPPO TURATI AL XVII
CONGRESSO NAZIONALE DEL PSI
Riteniamo utile per il dibattito attuale
pubblicare integralmente il discorso del fondatore del PSI Filippo Turati al
Congresso di
Livorno del 1921, rivolto ai compagni che
si sarebbero scissi dando vita al PCI.
Coordinamento
del Forum di SocialismoeSinistra
Compagni amici, e compagni avversari;
non voglio, non debbo dire nemici. A Bologna, un anno fa, in un discorso molto
contrastato, che forse ebbe tuttavia
qualche conferma dai fatti, io vi pregavo di accogliere le mie parole come un
testamento. Io
non debbo, senza volere avere la
sciocca presunzione, e ridicola, di aggiungere lugubre solennità alle mie
parole, poche parole, non
debbo e non posso farvi altra
dichiarazione oggi.
Più che mai, anzi, debbo ringraziare il
Partito ed il Congresso che mi ha lasciato in vita, che mi lascia tuttora in
vita.
È stato un po’ il mio destino d’essere
sempre un imputato, davanti a questo o quel tribunale, e quando è un tribunale
rivoluzionario, che non vi schianta
completamente, che non vi lascia qualche respiro, è un tribunale molto mite, a
cui bisogna
essere grati. Per ciò io invoco ancora
la vostra cortesia, tanto più che le mie parole, siano dette per la frazione
cui appartengo, o
per fatto personale, o per
dichiarazione anticipata di voto, potranno essere assolutamente brevi, più
brevi di quelle di tutti gli altri
che mi han no preceduto, se, s’intende,
avrete la cortesia di non in terrompermi troppo, e non avrete interesse ad
interrompermi,
specialmente i compagni che desiderano
condannarmi.
Costoro hanno tutto l’interesse, perché
la loro condanna abbia un’apparenza di fondamento, di sentire la mia
esposizione, che non
abuserà né del loro tempo né urterà
volontariamente i loro sentimenti.
Lontana da me ogni intenzione, anche se
una parola fosse mal detta o male intesa, ogni intenzione urtante od offensiva,
e voi, che
siete i più bolscevichi di tutti,
dovrete ammettere questa confessione alla russa, fatta ad alta voce.
Non ho bisogno di molto tempo, né per
fatto personale, né per dichiarazione di voto. Non per fatto personale, perché
sebbene in un
certo senso tutto questo Congresso sia
un po’ anche il mio processo – anzi, io dovevo averne uno speciale, fui
rimandato dalla
Camera di Consiglio a questa Corte di
Assise per uno speciale processo che forse l’angustia del tempo soltanto non
farà celebrare
con tutti i riti – tuttavia io constato
che lo stesso Congresso, gli stessi oratori che mi accusano, mi hanno anche un
po’ difeso.
E poi, consentite questo orgoglio
testamentario innocuo: credo che nel profondo dei vostri cuori sentiate che,
dopo tutto, la mia
difesa personale, più che nelle parole
è in me stesso. Ma io non avvilirò, non umilierò, non immiserirò il Congresso
con una
discussione di piccole minuzie, quali
sono appunto i fatti personali.
Che io abbia usato in un’occasione o in
un’altra una frase più o meno opportuna, che un mio atto, come quello di
chiunque altro,
possa essere stato qualificato a torto
o a ragione – io dico a torto – io rivendico i miei infortuni sul lavoro come
una parte della
mia sincerità, del mio dovere verso il
Partito; ma ad ogni modo, che abbia incappato in un infortunio sul lavoro,
tutto ciò non può
scompormi molto, tutto ciò prova che ho
lavorato! Gli infortuni sul lavoro non avvengono ai critici inerti, a coloro
che non si
prestano al rude lavoro, essi
d’altronde hanno una ben misera importanza per chi non si crei degli idoli, dei
feticci personali.
Se il nostro Partito è un Partito di
classe, se la nostra azione è veramente un’azione di storia, gli
errori, fossero pure tali, dei singoli
uomini, comunque si chiamino, non possono che scalfirne appena l’epidermide.
Amici e compagni, abbattiamo tutti gli
idoli, tutte le idolatrie, anche questa idolatria a rovescio che consiste nel
sopravalutare gli
atti e le parole dei singoli uomini, si
chiamino Turati, Serrati, anche Marx o Lenin, come se la forza, la coscienza,
l’azione fossero in
determinati uomini che potessero tutto
compromettere, e non fossero nella vostra grande coscienza, nella forza grande
di tutto il
Partito socialista.
Dunque alla pattumiera tutte le misere
quisquiglie personali. Leviamoci più alto, al di sopra di queste miserie, e
soprattutto degli
uomini e delle persone.
E neppure varrebbe la pena di un lungo
discorso per una dichiararazione anticipata di voto, dopo che nelle parole di
tanti altri, di
Baldesi, fra gli altri, dello stesso
Lazzari – che veramente mi ha trattato un po’ maluccio, tanto non siamo
schizzinosi, ma nel cui
discorso abbiamo sentito pulsare quel
senso di profonda umanità che si direbbe smarrito, inaridito, nei teoremi, nei
filosofemi
astratti, ideologici dei filosofi nuovi
– nelle parole di Vacirca, c’era quanto basta va per la difesa dottrinale
nostra, c’era quanto
bastava per persuadere quelli che
potevano essere persuasi, per farli dubitare, per farli studiare; quanto a
quelli che hanno un
velo settario nella mente che impedisce
loro di dubitare, per questi ormai sono vani i discorsi e lascio che
l’evoluzione degli spiriti
avvenga da sé.
E mi pare che l’evoluzione spontanea
degli spiriti avvenga e non vi offendete se dico bene di voi.
Sì, io constato, sì, io trovo negli
stessi discorsi dei compagni avversari, di quelli che più furono prigionieri di
sé stessi, delle loro tesi
di ieri, sì, io trovo questa evoluzione
rapidamente in cammino.
E allora, quale e quanta differenza,
compagni – e lo dico a elogio, perché gli immobili, gli statici, coloro che non
sanno mutare non
sono che dei capita mortui, delle cose
morte, non un partito vivo e che avanza – quale e quanta differenza tra
l’avventata revisione
e proclamazione di Bologna, e i cauti e
ponderati discorsi degli stessi estremisti e massimalisti di questo Congresso.
Non voglio fare personalità, dico
un’impressione generale. Vi parla un compagno avversario: forse non ve ne
avvedete, ma voi
correte verso di noi con la velocità di
un treno lampo!
Quando la mentalità della guerra – non
è colpa di nessuno – sarà evaporata, quando quella che, con frase felice,
Serrati – faccio
nomi di persone quando debbo lodarle,
unicamente – chiamava la psicología di guerra, il socialismo dei combattenti,
sarà svanito,
allora quando l’esperienza, la
riflessione avranno fatto scuola e lezione nei cervelli di tutti, io credo
fermamente che l’unità, che
oggi è tanto di spregiata e combattuta,
l’unità del Partito tornerà a trionfare.
Ecco in che senso, pur constatando un
dissenso che non giova attenuare con foglie di fico compiacenti, che giova
analizzare, che
giova denudare, per ché la critica è la
vita del pensiero, anche nei Partiti, ecco perché, pur constatando un dissenso,
noi
rimaniamo
fermamente unitari.Ecco perché io
stesso, che passo per essere – sarà giusta o no que sta topografia – il più
destro dei destri, io
stesso mi unisco con tutto il cuore
alla mozione votata a Reggio Emilia – che vi sarà presentata qui con la stessa
sostanza, mutata
solo la forma, per renderla adatta al
Congresso – mi vi associo, malgrado certe concezioni, certe transazioni, certe
– se vogliamo
dirlo – ambiguità che essa sostiene,
dovute ad un onesto opportunismo di Partito, dovute al desiderio di venire
incontro a tutti i
compagni per fare la reale, la leale
unità.
Compagni, io non toccherò che due note
in questo – ripeto – breve discorso: una nota dottrinale, una nota pratica.
Nella dottrina, sul terreno dottrinale,
io rivendico, noi rivendichiamo solennemente il nostro diritto di cittadinanza
nel socialismo,
che e il comunismo, che non è per noi
il socialismo comunista e il comunismo socialista, perché in queste
denominazioni artificiose,
ibride, evidentemente l’aggettivo
scredita il sostantivo, e il sostantivo rinnega l’aggettivo.
Il comunismo ebbe due sensi – voi tutti
lo sapete – nella storia del moderno movimento proletario. O fu il comunismo
critico di
Engels e di Marx, il comunismo
classico, opposto per ragioni tutte tedesche e transeunte ai falsi socialismi
che prevalevano un
quarto di secolo fa, socialismi
filantropici falsi, a tutti i socialismi antirivoluzionari di quel tempo – e
tutto questo è superato in
Germania, come in Italia, come dovunque
– oppure si chiamò comunismo in senso
ideologico, nella previsione della
forma della futura società socialista, che fosse più in là del collettivismo,
che al concetto del sistema
collettivista: «a ciascuno secondo il
proprio lavoro, salvo gli invalidi, i bambini, ecc.», sostituiva il concetto
più vasto: «a ciascuno
secondo i propri bisogni» – prendere
nel mucchio, come si diceva sinteticamente – che più che due concetti opposti
significavano
due fasi successive di evoluzione. La
prima applicabile ad una società in periodo classico capitalistico, la seconda
in una società di
abbondanza, di esuberanza in cui le
condizioni so cia li permettano il grande consumo, la grande distribuzione
ugualitaria di tutte
le ricchezze.
Compagni, questo comunismo, in un senso
o nell’altro, questo comunismo che è il socialismo, può anche espellermi dalle
file di un
Partito, ma non mi espellerà mai da sé
stesso.
Perché io ho detto che quando si fa
testamento si può essere un po’ orgogliosi, perché, francamente, compagni, è un
diritto di
anzianità, niente altro, non è un
merito. Questo comunismo, questo socialismo e questo comunismo non solo noi lo
abbiamo
imparato negli anni della giovinezza
sui testi sacri – direi quasi – della nostra dottrina, ma lo abbiamo in Italia,
per solo merito
di anzianità, ripeto, insegnato alla
massa, al Partito nostro, ai Partiti che precedettero il nostro nella
evoluzione del socialismo,
quando questi lo ignoravano, quando lo
te mevano, quando lo sospettavano, quando lo avversavano.
Ed è così che io, con pochissimi altri,
in un tempo che i giovani non possono ricordare, abbiamo
portato nella lotta proletaria per la
prima volta in Italia – oh! copiammo dall’estero, più avanzato di noi – la
suprema finalità del
socialismo: la conquista del potere da
parte del proletariato costituito in Partito indipendente di classe, questa
conquista del potere
che il compagno Terracini ieri – mi
pare ieri – enunciava come un segno di distinzione fra la loro schiera e la
nostra, fra il
programma antico e quel lo tutto nuovo,
anzi, come egli ci con fessò onestamente, tutt’ora in faticosa elaborazione, e
che però egli
vor rebbe sostituire in blocco al
vecchio e glorioso programma del Partito socialista.
Io posso dunque amichevolmente
sorridere di questa novità e di questa scoperta, che furono l’anima della
nostra intelligenza e
della nostra vita da che cominciammo a
pensare. Non è questo che ci distingue oggi. Ciò che ci distingue non è la
generale
ideologia socialista, la questione dei
fini, e neppure quella dei mezzi, ma una pura e semplice valutazione della
maturità delle cose
e del proletariato a prendere
determinate posizioni in un dato momento; è unicamente la valutazio ne della
convenienza di
determinati mezzi episodici della
lotta.
La violenza, che per noi non è un
programma, non può e non deve essere un programma, che alcuni accettano in toto
e vogliono
organizzare e preparare – i cosidetti
comunisti puri, chiamateli come volete – che altri accettano a mezzo,
guadagnando tutte le
conseguenze dannose e nessun utile che
la violenza potrebbe per avventura, nella mente di que gli altri, contenere in
sé, noi, come
programma, la rifiutiamo.
La dittatura del proletariato, per noi,
o è dittatura di minoranza, e allora è imprescindibilmente dispotismo
tirannico, o è
dittatura di maggioranza, ed è un vero
non senso, perché la maggioranza non è dittatura, è la volontà del popolo, è la
volontà
sovrana.
E da ultimo, altro segno di
distinzione, il proposito della costri zione del pensiero all’interno del
Partito, la persecuzione dell’eresia,
da cui nasciamo; nostra madre, o
figliuoli, o fratelli carissimi, come direbbe un predicatore, (ilarità), la
persecuzione della eresia
nell’interno del Partito, che fu
l’origine e la vita stessa del Partito, la sua forza rinnovatrice ad ogni
istante, la garanzia che esso
possa lottare contro tutte le forze
intellettuali e materiali che gli si parano di fronte.Tutte forme queste –
violenza, culto della
violenza, dittatura del proletariato,
persecuzione dell’eresia – che si risolvono in una sola: nel culto della
violenza interna, dirò così,
e esterna, e che hanno un solo
presupposto – semplifichiamo la questione nella quale è il vero punto di ogni
divergenza – e cioè
quello – che per noi è l’illusione –
che la rivoluzione sociale, intendiamoci, non una rivoluzione politica, che
abate e cambia sistema,
sia il fatto volontario di un giorno o
di un mese o di qualche mese, sia l’improvviso alzarsi di un sipario, il calare
di uno scenario
nuovo, sia il domani di un posdomani di
un calendario, mentre il fatto di ieri, di oggi, di sempre, che esce dalle
viscere stesse della
società capitalistica, di cui noi creiamo
soltanto la consapevolezza, che noi possiamo soltanto agevolare nei molteplici
a dattamenti
della vita politica, ma non possiamo né
creare, né apprestare, né precipitare, che dura da decenni, che si avvererà
tanto più presto
quanto meno lo sforzo della violenza,
quanto meno il culto della violenza provocante, bruta, prematura, e quindi
destinata al
fallimento, esasperando resistenze
avversarie e provocando reazioni e contro rivoluzioni, le ritarderanno il
cammino e
l’obbligheranno di ritornare su se stessa.
Onde è che per noi la via vera, quella
dell’evoluzione, è la più breve. Ed è per questo concetto fondamentale, che il
concetto praticato
ed accettato da noi, sinceramente, con
tutta la devozione, la dedizione e l’umiliazione del nostro particolare concetto,
il concetto della
sottomissione alle deliberazioni del
Partito, del nostro appartarci quando non possiamo cooperare, per dovere di
coscienza, ma non
vogliamo at traversare, concetto con
cui il compagno Serrati chiudeva poche ore fa il suo discorso, formidabile
discorso, questo
concetto di disciplina nel l’azione con
la libertà del pensiero, della discussione e della critica, noi lo accettiamo
sinceramente, ma
dovrà essere accettato e considerato
con un certo grano di sale.
Perché, quando comincia l’azione a cui
è applicabile la disciplina, e quando finisce?
Per chi ha il concetto che l’azione
rivoluzionaria sia l’azione di un’ora o di un anno, questo obbligo, a chi non è
in quel determinato
ordine di idee e che diversificasse nei
metodi, di appartarsi, di non parlare, di essere silenzioso nel momento del
combattimento
vero e proprio non si discute e non si
fa della critica, è evidente. Ma chi pensa, come noi pensiamo, che questa
rivoluzione vi sia già,
che procede per lente conquiste, che
dura dei decenni, allora, amico Serrati, allora qui tu per il primo
comprenderai che questa
massima deve essere accettata con molta
considerazione, perché quando questo movimento dura decenni, chi rinunzia alla
parola
ed al pensiero, non alla solidarietà ad
una determinata azione nel momento che si svolge, evidentemente rinnegherebbe
se stesso.
Non credo che abbiate piacere di avere
dei rinnegati tra di voi, e sarebbe il maggiore tradimento che si farebbe al
Partito, e, più
che al Partito, alla propria vanità, al
proprio interesse, alla propria situazione.
Questo culto della violenza, che è agli
inizi di tutti i Partiti nuo vi, che è lo strascico di vecchie mentalità
blanquiste, insaziate, che
sembrano sempre tramontate e che
risorgono sempre nella vita dei nostri proletari, che il socialismo disperde ed
annulla, che la
mentalità di guerra – non ne fu la
causa unica – ha rinvigorito, per ragioni intuitive e da tutti ammesse, questo
culto della
violenza non è che un fiore di serra,
effimero, che dovrà presto morire.
La violenza è propria del capitalismo e
delle minoranze che intendono imporsi e schiacciare le maggioranze, e non può
essere il
principio delle maggioranze che
vogliono e possono, con le armi intellettuali, redimersi ed imporsi. La
violenza è il contrapposto
della forza, la violenza è anche la
paura, la poca fede nell’idea, la paura delle idee altrui, il rinnegamento
della propria idea. E
rimane tale anche se trionfa per
un’ora, se per un’ora sembra trionfare, seminando dietro di sé la reazione
della insopprimibile
libertà della coscienza umana, che di
venta controrivoluzione, che diventa vittoria, ad un punto dato, dei comuni
nemici.
Questo avvenne sempre nella storia. Si
potrebbe citare il cristiane simo, che fu un’enorme espansione di una idea: una
forza che
diventò misera, falsa, traditrice,
ipocrita, nulla, impotente quando si appoggiò ai troni, alle armi, a tutte le
forze della violenza.
Ma, soprattutto, questa è verità
profonda, che voi riconoscerete un giorno: in regime di suffragio universale,
ancora non saputo
adoperare, ancora incosciente, che
dovremmo rendere cosciente, ma che vuol dire: «siete i sovrani, i dominatori»,
potete fare tutto
quello che volete, senza versare una
stilla di sangue umano, vostro ed altrui, se con la violenza, che desta la
reazione, non metterete
il mondo intero contro di voi.
Ecco il punto del nostro solo, del
nostro vero dissenso, che fu di ieri, che è di oggi, che è di sempre, contro il
quale sempre insorgem
mo. E al compagno Terracini, che ci ha
detto qui ieri, come per coglierci in contraddizione, che se vi è qualcuno che
non ha mai
fatto appello alla violenza più pazza,
tra noi, quegli getti la prima pietra, ebben dico francamente: «compagno
Terracini, quel
qualcuno eccolo qui!».
Pur troppo a noi può dolere,
profondamente dolere, che la vita sia diversa da quella che vorremmo, che
questa fioritura di
socialismo di guerra ci devii, ci
divida, ci faccia abbandonare il più rapido raggiungimento della meta a cui
aneliamo insieme, ci
faccia perdere degli anni preziosi, in
cui, facendo forza sulle enormi delusioni della guerra e del dopo guerra, noi
avremmo potuto
fare avere al proletariato vantaggi
enormi, conquiste relativamente rapide e sicure, che noi invece sacrifichiamo
alle nostre
divisioni ed alle nostre impazienze.
Sì, noi lottiamo troppo contro noi stessi, noi lavoriamo troppo spesso per i
nostri nemici: noi
creiamo la reazione, creiamo il
fascismo, creiamo il Partito popolare, intimidendo, intimorendo oltre misura,
proclamando con
una suprema ingenuità, anche dal punto
di vista cospiratorio, la preparazione dell’azione ultima, vuotando del suo
contenuto
quell’azione parlamentare, che non è
l’azione di pochi uomini al di sopra degli uomini, ma che dovrebbe essere la
più alta
efflorescenza dell’azione co mune di
tutto il Partito entro i quadri nazionali, e, per accordi reciproci, anche
dentro il grande quadro
internazionale, che dovrebbe es sere
appunto la più alta efflorescenza del pensiero e dell’azione, dell’intero
Partito, oggi, della
intera classe, domani. Noi creiamo la controrivoluzione,
e, amici miei, non sempre vi sarà possibile servirvi del l’ombrello Turati.
(Ilari tà.
Ma bisogna rassegnarsi al destino, le
vie della storia sono piene di cadute e di asprezze, il nostro dovere è di
abbreviare quanto
più sia possibile il cammino del
divenire del proletariato, pronti sempre a mostrargli il pericolo al quale
anche per un involontario
tradimento dei suoi interessi potrebbe
essere esposto, e questo noi lo faremo sdegnosi di ogni popolarità di popolo o
di Partito,
sicuri nella incrollabile corazza della
nostra coscienza di uomini e di compagni. E questo lo abbiamo fatto, lo
facciamo, lo faremo
assieme con voi, lo faremo anche se
fossimo per un momento, per un’ora, per un anno, per quanto tempo sarà
necessario, separati
da voi o da una parte di voi, questo,
lo faremo sempre, perché è l’imperativo categorico della nostra co- scienza, la
ragione stessa
della nostra dignità di vita!
Noi siamo figli del Manifesto del 1848.
Tutti! Soltanto noi siamo i figli di quel Manifesto, che accettiamo come una
cosa che non si
accetta come un dogma religioso, ma nel
suo spirito, poniéndolo nel suo tempo, integrandolo colle revisioni, i
perfezionamenti, gli
sviluppi che i tempi consigliano e che
gli stessi autori e i più autorizzati interpreti del loro pensiero hanno
solennemente consacrato
nella dottrina. Io citai a Bologna la
celebre prefazione alle «Lotte di classe in Francia» di Marx, prefazione del
suo continuatore più
autorizzato, del suo, non dico braccio
destro, ma cervello destro, di Federico Engels, in cui, dopo quasi mezzo secolo
dal «Ma nifesto
dei comunisti», se ne faceva dai più
autentici interpreti la revisione confessando come, non per gioventù di uomini,
ma per la
giovinezza del Partito nel tempo essi
avessero sopravalutata la possibilità in surrezionale, avessero creduto a ciò
che non vo le vano
più. E la potete vedere, questa
citazione, negli opuscoli che l’hanno diffusa: è una vera sconfessione del
culto della violenza; ed essi
confessano che si erano ingannati, che
la storia li ha completamente smentiti, e che essa dimostra come le classi che
detengono il
potere hanno più paura dell’azione
legale del proletariato che dell’azione illegale e dell’insurrezione. La
légalité nous tue. Per cui
essi ci provocano sulle piazze, dove
sanno che saremo sconfitti, mentre sanno che nell’esercizio dei mezzi legali
essi stessi dovranno
rompere la legalità, non noi, la
legalità che li uccide, veramente, definitivamente.
E si potrebbero, se volessi farvi un
lungo discorso, ma non ne ho l’intenzione, e passo subito al secondo punto
della mia breve
concione, si potrebbero citare altri
punti.
Non guardiamo una frase di un discorso,
di un opuscolo, dobbiamo studiare, e i giovani anche, dobbiamo guardare
l’insieme del
pensiero marxista, cercare nelle sue monografie,
ed allora, leggiamo nella «Guerra civile in Francia», scritta dopo il 1870,
leggiamo cosa egli dice quando dichiara
che i lavoratori della Comune sapevano che, per raggiungere la loro
emancipazione, per
raggiungere le forme superiori della
società cui tendevano dovevano sostenere delle lunghe lotte ed attraversare una
serie di fasi
storiche successive che avrebbero tra
sformato a poco a poco le circostanze e gli uomini, dovevano liberare gli
elementi che la
vecchia società tiene nel suo seno, per
concludere con la derisione delle congiure, col beffeggiare questa borghesia di
allora – forse
ancora di oggi – che immagina
l’Internazionale dei lavoratori come una società segreta di congiure e di
complotti, mentre è
l’associazione di tutti quanti i grandi
interessi umani che si uniscono per la storia nuova.
Leggete i «Fondamenti del comunismo» di
Engels, dove si annuncia come la sopravalutazione del grado di maturità per la
rivoluzione – in quel senso: la
insurrezione di un giorno – sia il difetto di tutti i Partiti, anche il loro
difetto, di Engels e di Marx,
per le concessioni che dovettero fare i
Partiti dal momento che la giovinezza del loro spirito, ecc., e come la storia
li abbia smentiti,
richiamandoli a inoculare al
proletariato la necessità di quella lotta dura, continua, che dopo una
conquista ne assicura un’altra, e
poi un’altra e solo nei decenni
finalmente trionfa.
Non voglio fare altre citazioni – se ne
potrebbero fare a migliaia – ma non è con delle citazioni che si modifica
l’abito men tale di
chi ha fatto uno studio per proprio
conto.
Baldesi citava un discorso di Marx ad
Amsterdam, nel 1874, in cui ripeteva le stesse cose. I libri di Marx e di
Engels sono pieni
dello stesso concetto: la profezia, la
modifica nella successiva edizione.
Tutti i Partiti giovani sono caduti
nello stesso errore, rovinando così la causa che pretendono di servire, il che
vi dimostra che noi
abbiamo qualche ragione di ritenerci
gli eredi più fedeli del marxismo più puro e più completo. Il culto di qualche
frase, la famosa
violenza che fa tutto nella storia, e
via via, parole da comizio, che per accidia intellettuale si affacciano al
cervello dei meno colti, che
per loro sono come le chiavi che aprono
tutti i chiavistelli della storia, e velano il vero fondo della dottrina.
Quel culto delle frasi isolate, dei
periodi isolati, per cui Marx dichiarava volentieri e spesso – lui di non
essere marxista, come io –
uomo di cento cubiti più sotto, si
capisce – ho avuto tante volte, di fronte a certi pettegoli, da dichiarare che
non sono punto
turatiano.
Perché nessuna formula, fossero anche i
21 punti di Mosca, nes suna formula scritta ci dispensa dall’avere un cervello
pensante,
sostituendosi all’azione del cervello
che, al cimento dei fatti che mutano, si serve bensì di certe leggi
intellettuali, di certi punti di
orientamento acquisiti, ma modifica
continuamente le proprie vedute a seconda del le necesita della storia e
dell’ora.
E vengo, e sarò più breve, al secondo
ed ultimo punto della mia dichiarazione di voto: la nota pratica sul terreno
pratico.
Consentite ancora alla vecchiaia –
amici, ho quasi quaranta anni di milizia e di propaganda – di affermarvi
un’altra convinzione,
che se la parola non fosse lievemente
ridicola, potrei anche dire una profezia. Una profezia tanto facile che per me
è di assoluta
certezza, per ché vale a compensarmi
anche quando l’asprezza dei vostri contrasti mi amareggia e mi produce quel
profondo
dolore che tutti quelli che hanno
veramente amato il Partito sentono.Ad ogni modo io vi faccio questa profezia da
Barbanera,
perché, se tra qualche anno la
troverete smentita, avrete la gioia di poter dire che ero, non un bagolone, ma
certamente un illuso.
Tra qualche anno, io non sarò forse più
qui, non sarò forse più al mondo, voi constaterete se questo si sia avverato.
Questo culto della violenza, che è la
fonte di tutti i nostri dissensi, la nota profonda, vera, unica del nostro
dissenso, questa
possibilità del miracolo, della
violenza fisica, esterna, verso le altre classi, in terna verso una parte del
Partito, della violenza fisica
e della violenza morale, perché vi è
anche una forma di violenza morale che è perfettamente antipedagogica e dannosa
allo scopo:
la violenza morale che vuole
precipitare le cose al di là del possibile, che vuole violentare le mentalità
che non hanno trovato nelle
circostanze esteriori – perché dalle
cose na-scono le idee – la possibilità di usare in dati momenti la violenza,
che vuole far
camminare il mondo sulla propria testa
(secondo la frase con cui Marx definiva la filosofia di Hegel) mentre il grande
vanto di
Marx è stato di rimettere il mondo sui
propri piedi, vi è anche una violenza morale, e il comunismo di Marx e di
Engels è la
negazione di tutte queste violenze in
tutto il mondo, tutto questo tra qualche anno non potrà più esistere.
Ma per fermarci all’Italia, che, come
evoluzione economica sta tra mezzo a quello che fu la Germania ed a quello che
è ancora la
Russia, sta come un secolo di mezzo fra
due secoli, o anche fra due ere, un medioevo di un evo che per noi è ancora
futuro, per
fermarci all’Italia, la storia dei
nostri Congressi, che riassume in qualche punto, simboleggia le varie fasi di
pensiero per cui il
Partito è passato – oh! vi darò un
consiglio che vi farà ridere, ma a torto lo fareste storia che è magnifica men
te riassunta in un
articolo contenuto nel numero di
dicembre della «Nuova Antologia» scritto da un nostro avversario, Filippo Meda,
con una
comprensione sto- rica quale
difficilmente noi avremmo avuto – leggetelo quell’articolo – la storia dei nostri
Con - gressi dimostra
che la lotta di oggi acuita dalla
guerra, inasprita dalle conseguenze della guerra è la lotta che è stata sempre
combattuta, e nella
quale il culto della violenza rinasce,
fu smantellato, demolito, torna a rinascere in varie truccature a seconda del
momento e delle
circostanze, ma è sempre l’unica lotta
che si è combattuta e nella quale sempre il socialismo antico, quello classico,
il socialismo che
crea le coscienze, le organizzazioni,
gli organismi, venuti a poco a poco, per acquisizioni successive, è sempre
stato il vincitore, pure
avendo l’indomani a combattere la
stessa lotta.
Non è da oggi che siamo
socialtraditori: lo siamo stati per tutta la nostra vita, lo fummo sempre.
All’epoca degli scioperi generali – chi
non lo ricorda? – di quelli anche economici, a ripetizione, non eravamo noi che
difendevamo
le ragioni della borghesia perché ci
opponevamo a quella perdita di forze, a quell’albuminuria, a quel diabete a cui
l’abuso della
grande arma dello sciopero sottoposero
il Partito e la classe?
Il Partito operaio, dal 1880 al 1890,
era una reazione utile di fronte al vecchio corporativismo infetto di tutta la
lue labourista, l’abu
so della casacca, e via via, e noi
abbiamo combattuto, cercando di renderlo un Partito politico nel senso moderno
della parola, e
fummo derisi, sospetti. Abbiamo poi
vinto.
Nel 1891-’92 il Partito operaio a
Milano prima, a Genova poi, si allargava nel concetto del Partito dei
lavoratori italiani in senso
più alto, più vario, più largo, perché
nei lavoratori c’è anche l’operaio dell’intelligenza, il professionale, e via
via, e noi
imprimevamo nella massa quell’anelito
alla conquista del potere politico che oggi ci anuncia Terracini come cosa sua,
ed anche
allora eravamo segnati a dito come
traditori da quell’anarchismo inconscio che c’era nella massa operaia.
A Parma nel 1894, quando si creò il
Partito socialista con questo nome, la vittoria fu completa e le manette, il
carcere, il domicilio
coatto ci servirono per far correre
avanti a più rapidi passi la concezione politica che era stata prima derisa,
vilipesa, sospettata.
Era il concetto della conquista del
potere contro l’azione che – per carità, non ve l’abbiate a male – chiamerò
preadamitica di quel
Partito operaio che non ammette che
l’azione teorica, che considera la lotta elettorale come un mezzo di propaganda
escludendo che
si possa pensare alla conquista
proletaria del potere.
Nel 1892 ci fu la grande lotta a Genova
contro gli anarchici, dolorosa anche per noi. Abbiamo vinto, ce ne siamo
separati, molti
degli anarchici di sentimento che
diventarono più colti, più riflessivi a poco a poco tornarono nelle nostre file
e contiamo fra essi
alcuni dei nostri migliori compagni
anche oggi.
Forse che ci divideva dagli anarchici
la visione della società futura? Ma neanche per sogno! Noi, proiettando la
nostra speranza nel
l’avvenire, possiamo essere anarchici e
l’anarchismo è il più perfetto ideale di società futura, salvo le posibilita
graduali.Non era
questo quello che ci divideva. Era
l’impazienza, il miracolismo, il culto della violenza, queste le sole ragioni
di quella lotta nella
quale siamo stati vincitori.
Dal ‘94 al ‘98 ricordate ciò che
avvenne? Lo sciopero generale, il primo, la lotta col sindacalismo, lo sciopero
di Parma; i vecchi
ricordano bene, anche i semi-vecchi.
Ebbene, anche allora fu la stessa cosa. lì sindacalismo, l’azione diretta, era
il vero sovietismo
italiano, solamente tentato
all’italiana, era veramente la superiorità degli operai, indipendentemente
dalla conquista dello Stato,
che doveva imporsi a regnare, – non c’è
niente di uguale anche nei fenomeni storici, che pur si riproducono eternamente
identici
nella storia nell’intimo loro – era il
primo sovietismo nostro che precedeva Mosca, eravamo più avanti. E
oscillazioni, ritorni,
transazioni a josa, fu la stessa lotta
che abbiamo combattuto avanti.
E venne il ferrismo che era il
rivoluzionarismo verbale, era, mi pare, quello che è oggi il graziadeismo.
Mutatis mutandis. Tutto si
muta e tutto è uguale.
E venne la transazione integralista
dell’ottimo Morgari che durò due anni – mi pare – sui nostri palcoscenici di
Congresso, che,
badate, ebbe i suoi meriti, perché
salvò il Partito, in quanto il labriolismo tentava di sommergerlo, ma era una
contraddizione in
termini, era secondo me... (Interruzioni
vivacissime). Non pretenderete che dica le idee di ciascuno di voi. Le direte
meglio da voi
stessi! ...era, secondo me,
l’anticipazione di quello che si potrebbe chiamare oggi il serratismo, cioè il
comunismo socialista; il
socialismo comunista, che è un po’ di
qua e un po’ di là (interruzioni), per tenere tutti uniti anche allora, ma che
aveva la
dissoluzione nel suo seno e si dovette
dissolvere due anni dopo.
Stessi fenomeni, stesse identiche
mentalità, e, oserei dire, gli stessi tipi antropologici e somatologici.
Ebbene amici, l’anarchismo di un tempo
fu dissolto, fu spazzato via, ma rinasce sempre dalle ceneri o tenta di
rinascere. Oggi la
guerra lo ha fatto rinascere.
Il corporativismo fu dissolto, il
sindacalismo fu rigettato, il labriolismo andò al potere (ilarità), il ferrismo
fece le capriole che
sapete, l’integralismo anche esso
sparì, e rimase il nucleo vitale dei socialtraditori, il vile riformismo, il
marcio riformismo, per
alcuni, il socialismo vero per altri,
immortale, invincibile, inesorabile, che può essere minoranza oggi, maggioranza
domani, ma
che salva il Partito, che conduce la
classe, che tesse la sua tela ogni giorno e compie quella dura e tenace fatica
di cui parlava Engels
nel periodo che vi ho citato, che non
fa miracoli, che non si culla nelle illusioni delle cose precipitate, che crea
oggi una cooperativa,
domani fa un sindacato di resistenza,
posdomani si occupa della cultura operaia, senza della quale non usciremo mai
da questi
dolorosi anfratti, che si impossessa
dei Comuni, del Parlamento, di tutti gli organi, a poco a poco, giorno per
giorno, che crea
lentamente ma sicuramente la maturità
delle cose e degli animi, crea lo Stato di domani e gli uomini ca paci di
manovrare il
timone.
Sempre socialtraditori, in un momento,
sempre vincitori alla fine.
Ricordate questo fenomeno. La lotta
sarà questa volta più dura, lenta, ma sarà lo stesso l’effetto, e fra qualche
anno quando anche
mito russo, che avete torto di
confondere con la rivoluzione russa, cui applaudo con tutto il cuore quando il
mito, quello che è di
religioso nei vostri animi, il mito
bolscevico, sarà evaporato, quando il bolscevismo attuale o avrà fatto
fallimento o sarà
trasformato dalla forza delle cose, la
nostra vittoria verrà. Quando sotto le lezioni dell’esperienza, e speriamo che
non sia troppo
dura per l’Italia e non debbano
versarsi quei torrenti sanguinosi che si versarono in Ungheria, quando sotto la
lezione delle cose
voi avrete inteso più che non abbiate
inteso ora; quando le vostre affermazioni di oggi saranno da voi stessi
onestamente
abbandonate e sconfessate; e i Consigli
degli operai e dei contadini, a cui non si aggiungono i soldati non so perché,
dovranno pur
cedere il passo a quel grande
Parlamento proletario in cui sarà riassunta tutta la forza intellettuale,
politica e tecnica di tutto il
proletariato italiano alleato al
proletariato di tutto il mondo, solo allora avrete inteso come il fenomeno
russo sia un gran de
fenomeno storico, ma non nel solo
aspetto, forse il più caduco, il meno vitale che voi considerate vedendone
l’applicazione
puramente tecnica e meccanica, che non
sarà possibile e che se poi e possibile ci ricondurrebbe al medioevo, avrete
capito –
intelligenti come voi siete – che la
forza del bolscevismo russo è in un nazionalismo russo che avrà una grande
influenza nella
storia del mondo come opposizione
all’imperialismo dell’Intesa, ma che è pur sempre una forma di nazionalismo
orientale che è
conseguenza della necessità statale di
trasformare o perire e si aggrappa a noi, al Partito socialista italiano (non
si meravigli
Serrati se ci domanda di più di quanto
non oserebbe domandare all’Inghilterra od alla Francia) si aggrappa a noi
disperatamente
per salvare se stesso, che non possiamo
seguire ciecamente perché diventeremmo gli strumenti di quel nazionalismo
orientale che avrà, ripeto, anche esso
la sua grande funzione nella storia del mondo, aprirà l’Oriente alla vita
civile e chiamerà la
Cina, il Giappone, l’Asia Minore le
vecchie razze che sono negli ipogei della storia, alla vita della storia, ma
non si può sostituire, né
distruggere, né imporre alla
Internazionale Maggiore dei popoli più evoluti nel cammino della storia.
Il nucleo solito quindi – con questo
finisco – che rimane di tutte queste lotte, che sono sempre le
stesse nelle diverse forme transitorie
e caduche, il nucleo solido è nell’azione. Nell’azione che non è l’illusione,
che non è il miracolo,
la rivoluzione in un giorno o in un
anno, ma è la abilitazione progressiva, faticosa, misera, per successive
graduali conquiste,
obiettive e soggettive, nelle cose e
nelle teste, della maturità proletaria a subentrare nella gestione sociale:
sindacati, coopera tive,
potere comunale, parlamentare, cultura,
tutta la gamma, questo è il so- cialismo che diviene! E non diviene per altre
vie: ogni
scorciatoia non fa che allungare la
strada; la via lunga è la sola breve.
E l’azione è la grande pacificatrice, è
la grande unificatrice; essa creerà l’unità di fatto, che noi non troviamo
nelle formule, che
non troveremo mai nelle parole né negli
ordini del giorno, per quanto abilmente ponzati con dosature farmaceutiche di
fraterno
opportunismo. Azione perenne, azione
fatale, prima e dopo quella tale rivoluzione che si avvera sempre, nella quale
siamo dentro,
perché essa stessa, questa azione è la
rivoluzione. Azione pacificatrice e unificatrice; non è a caso che in talune
plaghe dove l’azione
è più rudimentale, l’organizzazione è
una speranza, dove non si riesce a mettere assieme una lega di cinquanta
individui, non per
colpa degli uomini, ma per situazione
arre trata economica dell’industria, della civiltà, ecc. – mi pare che
l’affermasse Bordiga
stesso questa mattina scambiando le
rivoluzioni politiche con quelle sociali – non è a caso che proprio in quelle
plaghe dove c’è
meno azione, ivi sembra che
l’estremismo trovi spesso più facile la via, mentre do ve avete già un’azione
di masse coscienti, dove
più impera la Confederazione Generale
del Lavoro, ivi trovate la maggiore resistenza, per le necessità organiche di
questo
movimento che non riuscirete a placare
con ordini del giorno ne con imposizioni, perché nasce dalle viscere stesse del
movimento e
dalle sue necessità storiche fatali.
Ond’è che
quando avrete fatto il Partito comunista, quando avrete – e non mi
pare che
ancora vi ci si avvii molto rapidamente – impiantato i Soviety in
Italia, se
vorrete fare qualche cosa che sia rivoluzionaria davvero, che rimanga
come elemento
di civiltà nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto, ma dopo ci
verrete,
perché siete onesti, con convinzione, a percorrere completamente la
nostra via, a
percorrere la via dei socialtraditori, e questo lo dovrete fare
perché questo
è il socialismo che è solo immortale, che è solo quello che
veramente
rimane di vitale in tutte que ste nostre beghe e diatribe.
Dovete fare questa azione graduale, e
dovendo fare questa azione, che non può essere che quella, non ce n’è altre e
tutto il resto è
clamore, è sangue, è orrore, è
reazione, è delusione, dovendo fare questa opera voi dovrete poi anche fare da
oggi un’opera di
ricostruzione sociale.
Io sono già imputato, e dovrei essere
oggi alla sbarra, con le guardie rosse accanto, di un discorso pronunziato alla
Camera il 20
giugno: «Rifare l’Italia», in cui
cercavo di delineare, co me lo penso io, il programma di ricostruzione sociale
del nostro paese,
perché abbiamo parecchio da fare nel
nostro paese.
Leggetelo. Probabilmente non lo avete
letto ed avete fatto male!Leggetelo e vedrete altre profezie e vi accorgerete
che questo corpo
di reato è il comune programma.
Voi temete oggi di costruire per la
borghesia.
Preferite lasciar crollare la casa
comune al conquistarla per voi. Fate vostro il «tanto peggio tanto meglio»
degli anarchici. Credete
o sperate che dalla miseria crescente
possa nascere la rivendicazione sociale: non nascono che le guardie regie e il
fascismo, la
miseria, l’ignoranza, lo sfacelo.
Voi non intendete ancora che questa
rivoluzione, fatta dal proletariato con criteri proletari, sarà il
maggior passo, il maggior slancio, il
maggior fondamento per la rivoluzione proletaria completa di un giorno. E
allora, in quel
giorno, noi trionferemo insieme!
Io forse non vedrò quel giorno. Troppa
gente nuova è venuta per forza di cose, che renderà più aspra e difficile la
nostra via, ma
indubbiamente si trionferà in quella via;
maggioranza, minoranza, non con ta niente, non si tratta di numeri, frazione
scacciata o
frazione tenuta, alleanza di frazione o
non, collaborazione di frazioni o non, fortuna di uomini scacciati via o
tenuti, tutto questo è
ridicolo di fronte alle necessità della
storia, tutto questo non ha importanza, ciò che ha importanza è la forza
operante, per cui io
vissi, nella cui fede onestamente
morrò, con voi o senza di voi, uguale sempre a me stesso, e combattendo io
resto, e credo nel suo
trionfo, con voi, perché questa forza
operante è il socialismo. Ebbene: Viva il socialismo!
Filippo Turati
4 commenti:
temo che Turati sia stato, qui, più marxista e classista di Gramsci …
Quella di Gramsci era un'intuizione posta tutta sul terreno teorico - politico. Turati sviluppò nell'occasione un discorso congressuale di grande respiro. Il nostro scopo, pubblicando, è stato semplicemente quello di mostrare il livello del dibattito di allora. Grazie Franco Astengo
da questo punto di vista, la distanza fa girare la testa... e lo stesso per le discussioni sulla crisi negli anni Trenta.
Su questo punto l'accordo è totale. Grazie Franco Astengo
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