Il tentativo di ridurre al bipolarismo il sistema politico
italiano appare ormai quasi definitivamente tramontato.
Il colpo più serio a questa ipotesi, pur perseguita per un
ventennio dai gruppi dirigenti dei principali raggruppamenti di centrodestra e
centrosinistra (con l’attuale legge elettorale usata, addirittura nel 2008
quale veicolo per forzare un “bipartitismo” poi miseramente fallito) è stato
inferto dal successo del Movimento 5 Stelle alle elezioni dello scorso
Febbraio.
Un successo di tali dimensioni da rendere prevedibile
l’esistenza di un “terzo polo” abbastanza duraturo nel tempo: senza contare il
peso del “quarto polo”, quello della crescente astensione, giunta ormai a
livelli tali (circa il 30% nell’occasione delle elezioni politiche) da esercitare un forte condizionamento sull’intero sistema che soffre
così di un alto tasso di sfiducia complessiva.
Oggi, però, l’incertezza più evidente regna all’interno dei
maggiori partiti: se il PDL, attorno al nodo della decadenza parlamentare di
Berlusconi e del conseguente possibile ritiro dell’appoggio al governo sta
vivendo giornate di vera e propria fibrillazione, la situazione più complicata
appare essere quella del PD.
Il Partito Democratico, infatti, sta svolgendo la propria
fase congressuale che dovrebbe essere conclusa dalle “primarie aperte” previste
per il prossimo 8 Dicembre, in uno stato di vera e propria confusione:
beninteso non tanto e non solo per le pur gravissime vicende relative al
tesseramento e allo smaccato inquinamento dell’esito congressuale dovuto, in
molte situazioni, dalla presenza di
pittoresche carovane di “truppe cammellate”.
Il dato più significativo e inquietante risiede, invece,
proprio nella prospettiva politica che si sta aprendo nel partito, sulla base
del possibile esito delle primarie.
Prima di tutto, però, un dato certo: mai come in quest’occasione
le primarie non appaiono costituire elemento di volano per la crescita di
consensi e di aggregazione, come invece erano state intese in passato.
Non pare proprio che l’evento funzioni da particolare
elemento di attrazione nell’elettorato “largo” mentre cresce il partito del
cosiddetto “non voto”, dopo il “no” pronunciato da Romano Prodi. Dichiarazioni
in questo senso cominciano a emergere in misura e qualità molto significative:
dalla CGIL, da ex-presidenti di Regione, da esponenti di primo piano di quella
che fu la stagione dell’Ulivo.
Il punto però è quello di una effettiva difficoltà che il PD si troverà ad
affrontare nel corso dei prossimi mesi risiede nella discrasia che potrebbe
realizzarsi tra struttura e apparato del partito e l’indirizzo politico della
nuova segreteria.
Cercando di spiegare con ordine si rileva come,
nell’occasione delle primarie per i segretari dei circoli e delle federazioni,
l’esito tra i principali contendenti, Renzi e Cuperlo, appare piuttosto in
equilibrio e in molte situazioni territoriali si è avuto un interscambio di
posizioni se non addirittura candidature comuni (quando non, come a Roma,
candidature contrapposte della stessa area).
L’8 Dicembre, però questo scenario potrebbe essere
completamente ribaltato dall’entrata in scena del “popolo dei 2 euro”.
Sicuramente l’affluenza alle urne di quell’occasione
costituirà il primo elemento per una valutazione obiettiva dello stato di
salute del PD.
Stando, però, ai sondaggi in circolazione la candidatura di
Renzi dovrebbe ottenere un consenso notevolmente superiore a quello dei suoi
concorrenti: si è scritto, da parte dei più qualificati operatori nel settore
dei sondaggi, di percentuali tra il 70 e il 75%.
Se così fosse il PD si troverebbe di fronte ad un complicato
confronto tra interno ed esterno.
Con l’interno del Partito rigidamente suddiviso in correnti
e con una gestione spartita più o meno “a metà” tra le diverse componenti; e un
segretario eletto quasi plebiscitariamente da un corpo elettorale molto diverso da quello composto solamente dai
militanti e dagli iscritti.
Se questo fenomeno (perché veramente di fenomeno si tratta,
uscito fuori dal cappello a cilindro degli azzeccagarbugli che hanno inventato
questo metodo) dovesse verificarsi l’effetto più immediato sarebbe quello di
una diversità se non di una vera propria “alternativa” nella proposta politica,
pur rimanendo beninteso entrambe le
opzioni all’interno dello stesso recinto: il segretario eletto direttamente
risponderebbe dal punto di vista dei contenuti da proporre alla platea che lo
ha eletto; l’apparato, invece, alle logiche compromissorie che lo hanno
generato.
A questo punto facile prevedere uno scontro diretto fra
queste componenti: uno scontro posto, soprattutto, sul tema della concezione
del partito.
L’esito di questo scontro risulta alla luce dello stato di
cose in atto del tutto imprevedibile, ma la sua concreta possibilità deve
essere segnalata e analizzata per tempo soprattutto al riguardo dei suoi
possibili effetti sistemici.
Intanto si stanno aspettando giudizi importanti: primo fra
tutti, ben più pregnante della decadenza o non decadenza di Berlusconi dal
Senato, quello previsto per il 3 Dicembre quando la Corte Costituzionale dovrà
pronunciarsi al riguardo della legge elettorale.
Se da quella seduta della Consulta dovesse emergere un
giudizio negativo per la costituzionalità della legge elettorale si avrebbe,
prima di tutto, al di là degli specifici punti presi in esame, una valutazione
complessiva di sfiducia per l’intero sistema anche avrebbe riflessi molto forti
anche sul piano dell’opinione pubblica.
In secondo luogo messo mano obbligatoriamente, da parte del
Parlamento, ai punti do criticità che saranno indicati dalla Corte, sarà
difficile evitare l’immediato ricorso alle urne.
In questo senso si dovrà lavorare dall’esterno perché si
formi un forte movimento per far sì che l’eventuale sentenza della Corte sia
applicata attraverso una modifica in senso davvero proporzionale.
Il bipolarismo all’italiana a quel punto potrebbe anche
essersi trasformato in “multipartitismo temperato” non riducibile a una
forzatura “governista” come quella del doppio turno alla francese e con una
rimessa in discussione del complesso degli equilibri politici, in una
situazione di forte difficoltà sul piano economico e sociale e in un quadro
Europeo dove pare spirare proprio il vento delle “larghe intese” e sempre più necessaria la presenza, a partire dalle elezioni per il
Parlamento di Strasburgo del prossimo 25 maggio, una coerente opposizione
politica di classe, comunista, per l’alternativa.
Dalla crisi di PDL e PD emergono, dunque, rilevanti
questioni sistemiche: sarebbe il caso, anche da sinistra, riflettere al meglio.
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