La frantumazione del centrodestra, ormai in atto da tempo,
si è completata nei giorni scorsi con la formazione del nuovo soggetto politico
composto dagli esponenti “ministeriali” dell’ex- PDL che, per diversi motivi,
hanno rifiutato di confluire nella rigenerata Forza Italia.
Un atto politico di grande importanza per l’intero sistema,
scarsamente valutato finora dagli analisti più importanti: per certi versi provvede
oggi, partendo però da un altro cono di visuale, Ernesto Galli della Loggia
dalle colonne del “Corriere della Sera”.
Galli della Loggia, infatti, fa partire il suo ragionamento
dal PD e dall’assunzione da parte di questo partito, all’interno di una dinamica
di riallineamento del sistema che nel suo articolo definisce di “frammentazione
parlamentarista”, di un ruolo “cardine” simile a quello assunto per lungo tempo
dalla DC (non a caso il titolo del fondo recita” nell’occhiello: la metamorfosi
e i rischi del PD; e il titolo vero e proprio “Democristiani loro malgrado”).
Il punto effettivo di saldatura tra l’analisi portata avanti
da Galli della Loggia e la realtà della riarticolazione avvenuta sul fronte del
centrodestra risiede nell’ormai accertato superamento dello schema bipolare,
sul quale era stata impostata, almeno per un ventennio, la vita politica
italiana: schema bipolare che aveva anche raggiunto, in alcune occasioni, una
sua legittimità e una sua reale rispondenza con le effettive correnti di raccolta
di consenso nel Paese (pensiamo all’esito delle elezioni del 2001 e a quello
delle elezioni del 2008).
Il tutto, in ogni caso, si verificava “in discesa”: in un
quadro, cioè, di perdita progressiva di rapporto tra la società e la politica,
esplicitatasi nel progressivo calo di partecipazione sia elettorale sia alle
iniziative in genere, nello svuotamento della realtà dei partiti incapaci di
rapportarsi davvero alla società e rimasti in vita soltanto attraverso il
mantenimento di un fortissimo potere di nomina (reso incondizionato dalla legge
elettorale del 2005) e di spesa (alimentato dalla crescita esponenziale delle
cifre del finanziamento pubblico).
Partiti trasformatisi, via, via, in partiti “elettorali –
personali” sul modello originario della prima Forza Italia: unico a sfuggire a
questa logica, appunto il Partito Democratico, frutto dell’assemblaggio di
Margherita e DS, composto di gruppi di potere in perenne lotta tra di loro.
Partito Democratico
che ha cercato di realizzare un minimo di punto di assestamento interno
attraverso le cosiddette “primarie”, utilizzate dapprima per suffragare una
leadership già strutturata a tavolino, e adesso – in varie forme e diversi
livelli – buone per canalizzare, in una qualche misura, quell’individualismo
competitivo che rappresenta il modello di azione politica ormai comune a tutte
le anime del partito.
Nel frattempo l’accentuarsi dell’isolamento nella roccaforte
di una mal intesa “autonomia del politico” e l’evidente inestirpabilità della
“questione morale” collegata ad un trasversale “via libera” all’esercizio
indiscriminato della ferocia capitalistica nella gestione della crisi che ha avuto
come logica conseguenza, un peggioramento complessivo nelle condizioni di vita
per la maggioranza dei cittadini, rappresentavano i fenomeni sulla base dei quali
si è aperta la strada a espressioni di
forma organizzata di quella che è stata definita “antipolitica”.
“Antipolitica” espressasi subito attraverso le pulsioni
razziste interpretate dalla Lega Nord, e successivamente da quell’ibrido di non
facile esame rappresentato dal Movimento 5 Stelle.
La sinistra appare ormai del tutto scomparsa, se non in
quella forma subalterna oggi rappresentata da SeL (soggetto peraltro in grave
crisi d’identità per l’impossibilità evidente di proseguire in un processo d’identificazione
del soggetto politico in un leader).
Una scomparsa di cui porta grande responsabilità il vero e
proprio pasticcio compiuto da Rifondazione Comunista nel tentare di mettere
assieme personalizzazione, movimentismo, governabilità, sottogoverno locale.
Il quadro politico italiano appare così in via di
sistemazione, traguardando – forse – la possibilità di mettere un punto fermo
alla lunghissima fase di transizione seguita, fin dagli anni’90 del XX secolo,
a tre avvenimenti rivelatisi del tutto decisivi al fine della trasformazione
del sistema: trattato di Maastricht (e l’influsso dell’Europa dei banchieri è
fin troppo evidente al riguardo del nostro sistema politico e dell’omologazione
culturale che lo percorre in forma trasversale), caduta del muro di Berlino,
“Tangentopoli”.
Il tema della legge elettorale appare posto ormai in forma
del tutto conseguente al tipo di assestamento fuori dal bipolarismo che fin qui
si è cercato di descrivere: è possibile, infatti, che la Corte Costituzionale
alla fine dichiari illegittima soltanto la parte della legge riguardante il
premio di maggioranza.
In questo caso la soluzione potrebbe essere quella di un
aggiustamento della legge vigente ponendo, a questo proposito, una soglia da
raggiungere per ottenere il premio di maggioranza molto alta, tipo il 40%,
impossibile da ottenere anche da
coalizioni particolarmente estese.
L’effetto proporzionalistico di questo tipo di soluzione
risulterebbe così immediato, così come altrettanto immediata risulterebbe la
necessità di disporre di un partito – cardine, come fu, a suo tempo, la DC: un
partito la cui principale attività (come scrive della Loggia) dovrebbe essere
quella, al centro come in periferia, la spartizione dei posti e delle risorse.
Questo partito non potrà essere altri che il PD posto al
centro di un sistema che vedrebbe ai lati (come nel ’48) una “piccola destra”
(il Nuovo Centro Destra) una “piccola sinistra” (Sel) e ciò che rimane del
centro in posizione defilata. Uno schema molto simile a quello dell’antico “centrisimo”.
All’opposizione resterebbero così Forza Italia, il cui ceto
politico potrebbe però essere sempre più attratto da quel meccanismo di
spartizione dei posti e delle risorse cui si è fatto cenno, e l’indecifrabile –
per ora – Movimento 5 Stelle, oscillante nei contenuti e nei comportamenti.
E’ evidente, fin tropo evidente a prescindere dal meccanismo
elettorale e della necessità di una presenza istituzionale, l’esistenza di un
vero e proprio vuoto a sinistra.
Un vuoto che riguarda la necessità di un soggetto che
risulti essere, prima di tutto, rappresentativo delle grandi contraddizioni
sociali emerse con forza dalla crisi, ma egualmente rappresentativo di una
concezione della politica ben diversa da quella dominante d’impostazione
presidenzialista e di esaltazione della governabilità in luogo del ruolo
centrale del Parlamento e capace di muoversi all’interno di un quadro generale
di trasformazione radicale del sistema, di “rottura” con l’esistente.
Dopo le sconfitte subite nel corso di questi anni appare
difficile, quasi impossibile, avanzare a sinistra, nel variegato, frantumato,
quasi dissolto, mondo della sinistra d’opposizione e di alternativa lanciare
una proposta adeguata alle esigenze della fase e indicata dalla prospettiva:
eppure è necessario farlo, con coraggio, usando (scusando la banalità della
citazione) davvero l’ottimismo della volontà e il pessimismo dell’intelligenza.
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