RivendicAZIONI
per una Cgil indipendente, democratica, che lotta
Quattro anni fa
il congresso della Cgil si concludeva con l'affermazione delle posizioni della
maggioranza che
oggi guida
l'organizzazione. Da allora si sono susseguiti arretramenti e sconfitte, non
uno degli obiettivi del
congresso è stato
realizzato e la Cgil è sempre più coinvolta nella rabbia e nel rifiuto che
accompagnano i
palazzi della
politica.
Nella più grave
crisi dal dopoguerra a oggi, mentre tutte le conquiste e i diritti sociali sono
in discussione,
per scelte e
pratiche sbagliate la Cgil ha smarrito quella diversità che nel passato ha
fatto sì che proprio nei
momenti più duri
essa fosse il riferimento di chi lavora, perde il lavoro, lotta per il lavoro.
Oggi la Cgil, con
Cisl Uil
Confindustria e persino con l' Associazione delle Banche, fa parte delle
cosiddette "parti sociali", cioè
coloro che nel
teatrino della politica dovrebbero rappresentare tutti assieme gli interessi
dell'economia e
della società
rispetto ai partiti e al governo.
Tutto ciò serve
soltanto a affermare che operai e padroni, bancari e banchieri, dipendenti e
manager, sono
tutti nella
stessa barca e guai a mettere in discussione competitività, produttività,
profitti e ricchezza. Se ci si
mobilita, come
sul fisco, lo si fa per chiedere un pochino per i lavoratori e molto più per i
padroni, che nel
linguaggio delle
“parti sociali” si chiamano "imprese".
Tutto il mondo
del lavoro è diventato precario, cambiano soltanto i livelli della precarietà
in cui si è coinvolti
e la maggioranza
delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati stanno
sprofondando
nella povertà.
Dilagano condizioni di sfruttamento e oppressione fino a poco tempo fa
impensabili, per i
migranti ma
sempre di più anche per i nativi. Sei milioni di persone sono disoccupate, la
più alta cifra dal
dopoguerra. Lo
stato sociale e i diritti delle persone sono messi in vendita, tutto viene
devastato. Le donne
pagano il prezzo
più alto, sulla fatica e sulla salute, sui ritmi e sui tempi di lavoro, sul
salario e sulle pensioni,
nella loro stessa
vita.
La chiusura della
aziende, le privatizzazioni, i licenziamenti, i tagli sociali, il peggioramento
di tutte le
condizioni di
lavoro e di vita non sono stati davvero contrastati. Non si è mai andati oltre
a scioperi gestiti
senza continuità,
convinzione e combattività, con il risultato di diffondere rassegnazione. Rassegnazione
che
spesso è stata
utilizzata per giustificare la passività dei gruppi dirigenti.
Uno sciopero di
sole 3 ore è stato proclamato contro la legge Fornero sulle pensioni, che
instaura in Italia il
sistema
previdenziale più brutale e ingiusto d'Europa. E allora i lavoratori erano
pronti a lottare.
Si è consentito
di far approvare al parlamento la cancellazione di fatto dell'art.18 e il
peggioramento degli
ammortizzatori
sociali, proprio nel pieno di una crisi economica che taglia milioni di posti
di lavoro.
Fino a arrivare
all'accordo interconfederale del 31 maggio 2013 -figlio dell'accordo del 28
giugno 2011 che
accoglieva le
"deroghe" ai contratti nazionali -in cui si è accettato il principio
inaccettabile secondo cui
hanno diritto alla
rappresentanza e alla stessa esistenza soltanto quei sindacati che firmano gli
accordi e che
accettano
preventivamente di non lottare contro gli accordi ingiusti.
I padroni hanno
festeggiato sui loro giornali quando è stata firmata quell'intesa, perché hanno
considerato
un loro successo
aver ottenuto la cosiddetta "esigibilità", cioè l'obbligo alla rigida
osservanza degli accordi.
Perché i padroni
festeggiano quando nel passato erano i lavoratori a lamentare che le aziende
non
rispettavano mai
i contratti? La ragione è semplice: i padroni sono disposti a firmare soltanto
accordi
peggiorativi e
per questo vogliono sindacati obbedienti che facciano obbedire i lavoratori.
Questo sta già
accadendo: tutti i contratti nazionali e molti accordi aziendali, in questi
ultimi anni, hanno
peggiorato gli
accordi e le condizioni precedenti. Quando hanno conservato qualche diritto per
chi era già al
lavoro, hanno
cancellato quello stesso diritto per chi veniva assunto. Così si è creato un
doppio regime
contrattuale: i
nuovi assunti, sottopagati e senza diritti, e i vecchi assunti che i diritti li
perdono, un contratto
dopo l'altro.
Bozza non
corretta 19 novembre 2013
Tutto questo non
è avvenuto soltanto negli accordi separati che le organizzazioni della Cgil non
hanno
firmato,
metalmeccanici, scuola e commercio, ma anche in quelli firmati da tutti, dai
ferrovieri ai chimici ai
telefonici ai
bancari e a tanti altri. I lavoratori pubblici hanno i contratti bloccati da
anni e per altri anni a
venire, mentre il
salario viene tagliato e poi redistribuito a pochi, tra discriminazioni e
clientele: cosa hanno
fatto e fanno
Cgil Cisl Uil contro questo?
I pensionati
hanno progressivamente perso fino al 33% del proprio reddito e potere d'acquisto,
mentre
pagavano tutti i
costi della distruzione dello stato sociale. Intanto continua lo scandalo delle
pensioni d'oro.
Ma i sindacati
dei pensionati, che pure sono la maggioranza di Cgil Cisl Uil, hanno fatto ben
poco.
Tutto questo era
inevitabile? No.
Il no della Fiom
alla Fiat aveva suscitato grandi speranze e voglia di lottare nel mondo del
lavoro e tra tanta
gente stanca
dell'arroganza delle caste politiche e finanziarie. Era un no a tutti i soprusi
e le ingiustizie, ma
anche un no alla
complicità sindacale con essi.
Il gruppo
dirigente della Cgil non ha voluto partire da quel no per costruire un grande
movimento di lotta,
mentre ha
sostenuto che quello della Fiat era un caso isolato e che in gran parte del
mondo del lavoro le
cose andavano
diversamente. Il risultato è che il modello Marchionne è dilagato. La
maggioranza della Cgil
non ha voluto
cambiare niente e alla fine anche il gruppo dirigente della Fiom si è adeguato.
In questo quadro,
ci sono militanti e dirigenti prima critici che oggi si adattano e si
rassegnano. Noi non
siamo d'accordo.
Per questo
presentiamo un documento alternati vo alle scelte, alle pratiche, al gruppo
dirigente della Cgil,
perché se
vogliamo che le cose cambino dobbiamo cominciare dalla nostra organizzazione.
Come diceva
Giuseppe Di
Vittorio, se il 99% dei nostri problemi vengono dagli avversari e l'1% dai
nostri errori, noi prima
di tutto dobbiamo
affrontare i nostri errori.
Ci vuole una Cgil
con un'altra piattaforma, con nuove pratiche fondate sulla democrazia,
sull'indipendenza
da tutti i
palazzi, sulla partecipazione e sulla lotta.
Prima di tutto ci
vuole una Cgil che faccia rivendicazioni chiare, che rispondano ai bisogni
delle persone in
carne e ossa, ci
vuole una Cgil che ricominci a chiedere, invece che sperare nel meno peggio.
Ottenere dei
risultati è
difficile, ma se non si rivendica mai niente è sicuramente impossibile!
È dannoso
inseguire l'unità con i vertici di Cisl e Uil, perché da anni i gruppi
dirigenti di queste organizzazioni
firmano qualsiasi
accordo con le controparti private o pubbliche e accettano qualsiasi
prepotenza, come in
Fiat.
Bisogna che la
Cgil rompa con la complicità e dunque con i gruppi dirigenti di Cisl e Uil, per
costruire una
vera unità
sindacale delle lavoratrici e dei lavoratori fondata sulla democrazia e
sull'indipendenza.
Innanzitutto la
Cgil deve mettere tutte le sue forze a disposizione di chi non si arrende, dei
lavoratori che
bloccano e
occupano le aziende per respingere chiusure, delocalizzazioni e licenziamenti,
dei precari, nativi
e migranti, che
rifiutano lo sfruttamento, degli esodati, dei disoccupati che esigono lavoro,
di chi lotta per la
scuola e la
sanità pubbliche, per la casa, per l'ambiente.
La Cgil deve ricostruire
la contrattazione nazionale e aziendale, partendo dai bisogni dei lavoratori,
senza
sottostare alle
cosiddette regole e ai vincoli imposti dagli accordi confederali, da quello del
23 luglio 1993 a
quello del 31
maggio 2013. Questi accordi sono soltanto una gabbia che da 20 anni si fa
sempre più stretta e
che schiaccia il
salario, le condizioni di lavoro, la libertà.
La Cgil deve dare
fiducia a chi vuole lottare e costruire unità con tutto il sindacalismo
conflittuale e con i
movimenti sociali,
delle popolazioni, dei giovani, dalla Valle Susa alla Campania alla Sicilia .
Da molti anni ci
spiegano che la lotta di classe è finita, che il conflitto sociale è sbagliato.
Poi ogni giorno
ricchi e potenti
praticano la lotta di classe per diventare ancora più ricchi e potenti ai
nostri danni. Mentre le
loro caste
politiche e i loro propagandisti alimentano la guerra tra i poveri. Vengono
contrapposte le
generazioni
invece che le classi sociali. Il nemico dei giovani precari dovrebbe essere il
padre
metalmeccanico o
il nonno ferroviere pensionato, che sono accusati di essere privilegiati. I
nemici dei
lavoratori
privati dovrebbero essere i lavoratori pubblici, e tutti costoro assieme
dovrebbero considerare
nemici i
migranti, accusati di venire a portare via il lavoro. Il Nord dovrebbe essere
nemico del Sud e il Sud
del Nord, perché
i soldi non ci sarebbero più e quindi i poveri dovrebbero strapparseli tra di
loro. Queste
sono le falsità
che ci rifilano tutti i giorni da giornali e tv, per farci accettare i loro
affari.
Gli interessi sul
debito pubblico ci costano 90 miliardi all'anno, che vanno in gran parte a
banche e
Bozza non
corretta 19 novembre 2013
speculazione
finanziaria. L'evasione fiscale ci costa 120 miliardi all'anno. Le tangenti
della corruzione politica
ci costano 60
miliardi all'anno. Le mafie e la criminalità organizzata costano più di 100
miliardi all'anno. Nei
passati 20 anni
oltre il 10% del reddito nazionale è passato dai salari alle rendite e ai profitti,
sono oltre 150
miliardi all'anno
che ci hanno portato via i ricchi e i padroni.
In un anno i 2000
italiani più ricchi hanno visto crescere del 7% la loro ricchezza, mentre la
grande
maggioranza della
popolazione vedeva sprofondare il proprio reddito.
Una volta
l'amministratore delegato della Fiat guadagnava 30 volte un operaio, oggi
Marchionne guadagna
da solo come più
di 1000 operai, come una fabbrica intera. E non è certo il solo. Gli 860.000
pensionati più
ricchi incassano
quasi quanto i 7 milioni di pensionati più poveri.
Oggi metà di
tutta la ricchezza del paese appartiene a solo il 10% della popolazione. Questa
ristretta
minoranza
controlla l'economia e la politica, la cultura e l'informazione e con i suoi
governi, i suoi "tecnici", i
suoi giornali e
televisioni ci fa credere che i nostri sacrifici servono al nostro bene, mentre
servono soltanto
ai suoi guadagni.
I soldi ci sono,
ma per trovarli bisogna dire basta all'ingiustizia sociale e lottare per
l'eguaglianza.
Bisogna aumentare
salari e pensioni e legarli al costo della vita per non diventare sempre più
poveri.
Bisogna eliminare
gli scandalosi guadagni dei grandi manager. Ci vuole un salario minimo orario
di legge
sotto il quale
nessuno possa andare, perché oggi ci sono lavoratori con paghe di pochi euro
all'ora. Ci vuole
un reddito per
tutte e tutti i disoccupati.
Bisogna portare
la pensione di vecchiaia almeno a 60 anni (a 55 quella delle donne) e quella di
anzianità a
40 di contributi,
mentre l'orario di lavoro settimanale va ridotto a parità di salario. Bisogna
lavorare meno
per lavorare
tutti.
Bisogna
cancellare tutta la legislazione che ha consentito e incentivato il dilagare
della precarietà. Ci vuole
una legge che
garantisca alle lavoratrici e ai lavoratori la democrazia sindacale.
Ci vuole un piano
per il lavoro e lo stato sociale che sia fondato su grandi investimenti
pubblici, perché il
mercato non crea
lavoro e distrugge diritti e ambiente. Ci vogliono grandi investimenti per la
scuola, la
sanità, la casa,
il trasporto locale, il risanamento del territorio e dell'ambiente, il
patrimonio culturale, per il
Mezzogiorno. Ci
vogliono tantissime piccole opere che possano creare tanti posti di lavoro
mentre bisogna
dire basta allo
spreco delle grandi opere come la Tav in Valle Susa o il Ponte di Messina,
basta alle spese
militari come gli
F35 e ai tanti sprechi degli appalti e della corruzione nella pubblica
amministrazione.
Le grandi aziende
strategiche, come Fiat, Ilva, Telecom, Alitalia, i grandi ospedali privati come
il San Raffaele,
che rischiano
tagli o chiusura, devono essere espropriati senza indennizzo e gestiti dal
potere pubblico, con
partecipazione e
controllo dei lavoratori e delle popolazioni.
Bisogna non
pagare più il debito pubblico alle banche e alla finanza e perciò bisogna
nazionalizzare tutte le
grandi banche,
prima di tutto la Banca d'Italia.
Bisogna rompere
con l'Europa delle banche, della finanza, dei tecnocrati e delle
multinazionali, bisogna
stracciare subito
il fiscal compact e tutti i trattati europei che ci impongono l'austerità.
Le classi
dirigenti italiane, il potere economico e la casta politica che ne garantisce
gli interessi hanno usato
l'Europa e l'euro
per legittimare se stessi, coprire i propri fallimenti, giustificare e imporre
i sacrifici. "Lo
vuole
l'Europa" è diventato così un ricatto come quello del padrone in Fiat.
Intanto la corruzione politica è
continuata come e
più di sempre, anzi è stata usata per giustificare il ricorso al mercato.
I governi
dell'austerità e i partiti di centrodestra e centrosinistra hanno cambiato la
Costituzione votando
l'obbligo del
pareggio di bilancio, secondo i voleri della Troika e delle banche tedesche.
Sempre gli stessi
hanno approvato
il fiscal compact e i trattati che ci impegnano a 20 anni di politiche di
austerità e che
sottopongono il
nostro paese al commissariamento dei burocrati di Bruxelles. Ora vorrebbero
dare un altro
colpo alla
democrazia con il presidenzialismo, con nuove contro-riforme politiche che
dovrebbero rendere
istituzionalmente
obbligatori l'austerità, i sacrifici, le privatizzazioni.
La gigantesca
corruzione politica e la criminalità mafiosa sono un elemento costituente della
crisi del paese
e producono costi
e ingiustizie insopportabili. La Cgil deve sostenere e fare proprie la lotta
alla criminalità e
alla corruzione
non soltanto come indispensabile azione istituzionale, ma come movimento per il
cambiamento
sociale. Per questo la Cgil si mobilita assieme a tutti i movimenti civili e di
lotta per la
democrazia. La
Cgil deve rompere ogni accostamento tra i diritti sindacali e i privilegi della
casta politica e
burocratica,
battendosi per una vera moralizzazione della vita politica e pubblica, partendo
dalla
Bozza non
corretta 19 novembre 2013
cancellazione dei
privilegi, degli alti stipendi e dei finanziamenti ai partiti, dalla lotta
contro la commistione
tra politica e
affari. Per queste ragioni la Cgil si batte anche per la moralizzazione e trasparenza
assoluta
della vita
sindacale, perché il sindacato sia finanziato soltanto dalle tessere volontarie
degli iscritti e agisca
sempre con
trasparenza e democrazia.
L'attacco che ci
colpisce agisce su tutti i piani -dal lavoro, all'ambiente, ai diritti, alla
democrazia -per
fermarlo abbiamo
bisogno di un sindacato che prima di tutto rompa con i palazzi del potere.
Abbiamo bisogno
di un sindacato che faccia sul serio, un sindacato profondamente democratico e
indipendente dai
padroni, dai governi e dai partiti. La Cgil è stato questo sindacato, ora non
lo è più, deve
tornare ad
esserlo.
Questo documento
raccoglie e fa proprio l'appello "Riprendiamoci la Cgil”, sottoscritto da
centinaia di
delegate e
delegati dei luoghi di lavoro, appartenenti a diverse esperienze, storie, aree
critiche, che hanno
chiesto un
documento alternativo nel congresso. Condividiamo con loro, con tutte le
lavoratrici e i
lavoratori, la
necessità di avere un sindacato diverso da quello di oggi.
Bozza non corretta
19 novembre 2013
Le rivendicAZIONI
per una Cgil indipendente, democratica, che lotta
1) CONTRO
L'EUROPA DELL'AUSTERITÀ E DEL FISCAL COMPACT
Per difendere il
proprio potere e i propri guadagni, le caste politiche e manageriali e i grandi
poteri
economici hanno
scelto di sottomettere la politica economica e sociale italiana agli ordini
della Troika, cioè
di quel comando
privo di qualsiasi legittimazione democratica formato da Commissione Europea,
Banca
Centrale Europea,
Fondo Monetario Internazionale. La prima condizione per fermare la distruzione
del
lavoro, dei
redditi, dello stato sociale e della democrazia è respingere gli ordini della
Troika e i vincoli dei
patti europei.
Questo è interesse di tutto il mondo del lavoro e di tutti i popoli europei,
che devono liberarsi
dalla dittatura
di finanza e banchieri.
Per questo la
Cgil è impegnata a organizzare la mobilitazione più vasta affinché l'Italia
ritiri unilateralmente
l'adesione al
fiscal compact e a tutti i trattati europei che impongono le politiche di
austerità. La Cgil, in ogni
caso, rivendica
il diritto dei cittadini italiani a decidere con un referendum. La Cgil lotta
per il ripudio del
pareggio di
bilancio come obbligo costituzionale, rivendica la nazionalizzazione senza
indennizzo di tutte le
principali
banche, a partire dalla Banca d'Italia.
Il debito
pubblico non può strangolare l'economia, per questo va annullato tranne che
verso i piccoli
risparmiatori.
Banche e grande finanza dovranno accettare il taglio del debito, mentre lo
stato dovrà
riconquistare il
controllo sulla moneta per intervenire direttamente sull'economia invece che
ricorrere ai
prestiti usurai
della finanza mondiale.
La Cgil giudica
negativamente la politica di passività e complicità sin qui seguita dalla
Confederazione
Sindacale
Europea, che deve essere profondamente trasformata e democratizzata diventando
un vero
sindacato dei
lavoratori europei. La Cgil deve chiedere, come primo atto di rottura verso le
politiche
dell’austerità e
verso le istituzioni europee che le impongono, uno sciopero generale di tutta
Europa .
Decine di milioni
di lavoratori e cittadini europei stanno entrando nella disoccupazione
permanente, nella
precarietà, nella
povertà. I salari e i diritti sociali sono ovunque sotto attacco, anche nei
paesi più forti come
la Germania, dove
dilagano lavori pagati con pochissimi euro all'ora. Per questo bisogna arrivare
a stabilire
dei minimi
salariali e dei diritti garantiti in tutta Europa al fine di impedire il
ricatto del trasferimento delle
attività. Gli
accordi e le leggi devono però basarsi sulle condizioni medio-alte e non
unificare i diritti a livello
più basso.
In tutta Europa
bisogna costruire un movimento di lotta che unisca i popoli contro
quell'austerità che ha
distrutto la
Grecia e ora dilaga in tutto il continente. Per cui, oltre alla rottura dei
trattati, in Italia come in
Europa, la Cgil
rivendica:
•
Statuto dei
diritti dei lavoratori e lavoratrici in Europa che preveda la parità di
trattamento, la libertà
di associazione,
il diritto al lavoro, alla sanità pubblica, all’istruzione, alla contrattazione
collettiva, a
una pensione
pubblica dignitosa;
•
l'abolizione di
tutte le direttive che, come la Bolkenstein, nel nome del libero mercato dei
lavoratori
europei,
distruggono i contratti nazionali;
•
lotta alla
disoccupazione con la cancellazione della legge europea che autorizza fino a 65
ore
settimanali di
lavoro. Bisogna arrivare in Europa a 32 ore settimanali a parità di salario;
•
vertenze europee
sul salario, sull’orario, sulla lotta alla precarizzazione (uguale diritti per
uguale
lavoro);
•
norme contro le
delocalizzazioni e i licenziamenti, divieto alle multinazionali di imporre aste
al
ribasso su salari
e diritti sociali tra i vari stabilimenti con il ricatto della chiusura;
•
eliminazione dei
paradisi fiscali europei dove le grandi aziende e i ricchi mettono le proprie
sedi per
non pagare le
tasse;
•
accordo
internazionale sul sequestro dei beni degli evasori;
•
forte tassazione
sulle rendite finanziarie e sui movimenti di capitali.
Bozza non
corretta 19 novembre 2013
2) LOTTA ALLA
DISOCCUPAZIONE, ALLA PRECARIETÀ, AL DECLINO DEL SUD
Basta con le
lacrime di coccodrillo di governo e padronato che fanno finta di disperarsi per
i 6 milioni di
disoccupati e gli
altri milioni di lavoratrici e lavoratori precari. Questo risultato è voluto
perché tutte le leggi
e tutte le
decisioni di politica economica approvate in questi anni hanno contribuito a
realizzarlo.
Disoccupazione di
massa e precarietà servono ai padroni, perché nell'attuale crisi ricattano con
la paura le
persone e le
costringono ad accettare condizioni di sfruttamento vergognose.
In particolare le
donne, che pressoché ovunque guadagnano meno degli uomini, hanno più spesso
contratti
di lavoro precari
e sono inquadrate nei livelli più bassi e che hanno subìto più di tutti in
questi anni l'impatto
della crisi:
all'inizio sono state le prime a essere colpite dalla cassa integrazione e dai
processi di
ristrutturazione,
oggi sono quelle che fanno più fatica a trovare un nuovo impiego quando lo
hanno perso,
con il rischio di
allontanare tante donne dal mercato del lavoro.
Ci vogliono
misure di emergenza e interventi di più lunga portata che abbiano come
risultato immediato
l'aumento
dell'occupazione. Ci vuole un piano del lavoro fondato sull'intervento pubblico
e sulla lotta allo
sfruttamento e
alla precarietà. Lavorare meno, lavorare tutte e tutti.
È necessario un
vasto intervento pubblico nell'economia per creare lavoro perché affidarsi
soltanto al
mercato produce
ancora più disoccupazione. Questo impone la necessità vitale della lotta alla
corruzione
politica e alla
criminalità mafiosa. La corruzione fa un doppio danno perché ruba i nostri
soldi e perché
viene usata come
scusa per negare o distruggere l'intervento pubblico a favore della
speculazione privata.
In particolare,
il Mezzogiorno vive una condizione di ulteriore impoverimento, contrassegnata
dalla
desertificazione
produttiva e da un vertiginoso aumento della disoccupazione, da una pesante
contrazione
del reddito e dal
crollo dei consumi. Ciò fa sì che molti dei dati economici e sociali delle
regioni meridionali
siano attualmente
peggiori di quelli della Grecia.
Sono
clamorosamente falliti i contratti d'area, sostenuti anche dalla Cgil, dove si
scambiavano salari al di
sotto dei
contratti e flessibilità selvaggia in cambio di posti di lavoro. I salari si
sono abbassati, ma i posti di
lavoro son
spariti lo stesso. Si è rafforzato il potere delle mafie. Spesso le uniche
risorse finanziarie
disponibili sono
quelle provenienti dalle attività criminali, i cui proventi servono per
acquisire il controllo di
intere attività
economiche. La borghesia mafiosa, con gli straordinari profitti accumulati,
condiziona
fortemente le
dinamiche sociali e istituzionali e si occupa, in misura crescente, di gestire
direttamente interi
settori
dell’economia meridionale: dall’industria all'edilizia, dall’agricoltura al
commercio, dalla sanità al
collocamento. Ora
la borghesia mafiosa dilaga al Nord.
Le politiche di
questi anni hanno anche aggravato le differenze all'interno del paese nella
scuola, nella
sanità, nel
diritto all’abitare, nell’assistenza, nei trasporti, allontanando sempre di più
il Mezzogiorno dal
resto
dell'Italia. Al Sud non servono grandi opere, non servono cattedrali nel
deserto, non servono il Muos
in Sicilia né il
mega rigassificatore di Gioia Tauro. Al Sud serve di essere davvero parte di un
piano per il
lavoro nazionale
che risponda ai bisogni delle persone e le sottragga ai ricatti della politica
e delle mafie.
Bisogna
respingere la tesi secondo cui il Nord deve abbandonare il Mezzogiorno, perché
nulla e nessuno si
salva se non
rovesciamo le politiche di austerità.
Per una vera
lotta alla disoccupazione e alla precarietà, contro la criminalità e per una
nuova politica
economica per il
Mezzogiorno, rivendichiamo:
•
blocco immediato
dei licenziamenti, misure contro le delocalizzazioni e i trasferimenti di
azienda,
appalti,
subappalti e esternalizzazioni vanno tutti ricondotti alla piena responsabilità
dell'azienda
committente,
pubblica o privata;
•
basta con le
chiusure, il governo deve garantire il sostegno ai lavoratori che vogliono
rilevare
l'azienda, le
grandi imprese che vogliono chiudere devono essere nazionalizzate senza
indennizzo e
poste sotto
controllo dei lavoratori;
•
abolizione delle
leggi sulla precarietà dal pacchetto Treu in poi. Cancellazione dei contratti
precari e
assunzione a
tempo indeterminato di tutti i precari nella stessa azienda e amministrazione
pubblica
o privata. Si
lavora soltanto con il contratto a tempo indeterminato e eccezionalmente con
quello a
tempo
determinato. Ripristino e estensione dell'articolo 18;
•
abrogazione della
legge Fornero sugli ammortizzatori sociali, la copertura della cassa
integrazione
deve essere
estesa a tutti e obbligatoriamente a rotazione. Il massimale della cassa integrazione
va
Bozza non
corretta 19 novembre 2013
eliminato,
affinché l'integrazione salariale copra l'80% effettivo della retribuzione ;
•
reddito garantito
a tutti i disoccupati e a coloro che perdono il lavoro fino a nuova
occupazione;
•
ritorno alla
struttura pubblica di collocamento, con la chiamata numerica, estesa alle
professioni
impiegatizie non
specializzate e abolizione delle agenzie interinali;
•
riduzione
generalizzata dell'orario di lavoro a parità di salario inizialmente finanziata
dallo stato per
tutte le aziende
che assumono, con l'obiettivo di giungere a 32 ore settimanali. Nell'immediato,
divieto di
superare le 40 ore settimanali con la flessibilità e durante la cassa
integrazione, e forte
penalizzazione
delle aziende sul lavoro straordinario, che deve essere sempre eccezionale e
volontario.
Detassazione di tutto il salario e non di quello legato a straordinari e
produttività ;
•
abrogazione della
legge Fornero sulle pensioni per creare nuovi posti di lavoro;
•
piano per il
lavoro che si fondi sulla riconversione industriale delle produzioni nocive e
belliche,
sulla crescita
del Mezzogiorno, su nuove domande e bisogni, sulla ricerca e l'innovazione,
sulla
scuola e sulla
formazione, sull'estensione dello stato sociale e dei diritti sociali, sul
risanamento e
sulla
valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale, sui beni comuni. Tutto
questo può
produrre milioni
di nuovi posti di lavoro con tante piccole opere e con un vasto programma di
investimenti
pubblici. Queste misure devono essere in parte finanziate da una tassa
straordinaria
sul patrimonio
del 10% più ricco della popolazione. Questa è la sola strada per uscire
stabilmente
dalla
disoccupazione di massa;
•
sequestro dei
beni dei mafiosi e dei corrotti e loro gestione da parte di un'agenzia pubblica
per
creare subito
lavoro.
3) PENSIONE
PUBBLICA E GIUSTA PER TUTTE E TUTTI
Il sistema
pensionistico pubblico conquistato grazie alle lotte operaie del dopoguerra ha
rappresentato un
pilastro del
nostro modello sociale. Un sistema universalistico, basato sul rapporto
solidale tra generazioni
che è stato uno
straordinario traguardo civile e sociale. L'attacco alla previdenza pubblica è
partito ai primi
anni 90, proprio
all'inizio delle politiche di bilancio per l'ingresso nell'Europa di
Maastricht, con le
manomissioni del
governo Amato sino a giungere alla cancellazione di fatto delle pensioni di
anzianità della
legge Fornero.
Un'operazione supportata da continue campagne sulla presunta insostenibilità
del sistema a
causa della
crescita dell'aspettativa di vita, contrapponendo prima i lavoratori più vecchi
a quelli più giovani,
poi i giovani ai
vecchi per tagliarle infine a tutti, in particolare alle donne con un drastico
aumento dell'eta
per la pensioni
di vecchiaia. Questo è accaduto nonostante i conti del fondo pensioni Inps
fossero in ordine,
senza che fosse
mai stata separata la previdenza dall'assistenza e nonostante la spesa sociale
del nostro
paese fosse, ed è
ancora, tra le più basse d'Europa. La realtà è che con la demolizione del
sistema
pensionistico
pubblico i governi hanno aperto la strada alle speculazioni e agli affari della
previdenza
privata, hanno
usato le pensioni per fare cassa e tagliare il costo del lavoro a favore dei
padroni. Negli ultimi
20 anni ogni
governo, sia di centrodestra che di centrosinistra che di larghe intese, ha
attaccato le pensioni
alzando sempre
più l'asticella per andarci e riducendo sempre più il rendimento della stessa.
Cosi facendo
hanno aumentato
gli orari di lavoro, hanno aumentato la disoccupazione e hanno gettati nella
disperazione
centinaia di
migliaia di lavoratrici e lavoratori, i cosiddetti esodati, senza pensione né
lavoro. Mentre i
privilegi delle
cosiddette pensioni d'oro non sono mai stati toccati.
I giovani
neoassunti con questo sistema dovranno lavorare sino a 70 anni,versare oltre 43
anni di contributi
e non avranno una
pensione sufficiente a vivere una vecchiaia autonoma .
Gravi sono le
responsabilità sindacali perché tutti gli sconvolgimenti del sistema
pensionistico pubblico sono
stati o
concordati o accettati di fatto da Cgil Cisl Uil. Si sono istituiti i fondi
pensionistici integrativi che in
realtà danno ben
poco ai lavoratori e si è accettata la filosofia liberista secondo cui la
pensione pubblica è
per forza una
miseria e quindi bisogna integrarla con quella integrativa. Lo stesso si
comincia a fare ora sulla
sanità. Intanto
ai lavoratori è stata tolta la piena disponibilità sui loro soldi del Tfr .
Ma se sono sempre
stati colpiti coloro che dovevano andare in pensione, coloro che in pensione
già c'erano
dopo una vita di
duro lavoro hanno pagato il prezzo sempre più alto di vedere le loro pensioni
perdere
Bozza non corretta
19 novembre 2013
sempre più
valore. Oggi un numero enorme di pensionati "incapienti" e al minimo,
hanno redditi da fame,
mentre anche
l'operaio o l'impiegato medio vede la sua pensione sprofondare verso il basso
perché non
viene più rivalutata
e neppure adeguata al costo della vita. Ancora una volta le donne pagano molto
più
degli uomini.
Bisogna smetterla di inseguire i piccoli aggiustamenti che spesso fanno più
danni di quelli che
riparano e darsi
l'obiettivo della completa ricostruzione del sistema pensionistico pubblico,
per garantire a
tutte e tutti il
diritto a una pensione dignitosa dopo un ragionevole e non infinito tempo di
lavoro
Per questo
chiediamo di:
•
cancellare tutte
le controriforme che a partire dalla Dini hanno colpito prima i giovani e poi
tutti gli
altri, creando
per ogni persona una particolare ingiustizia. Ci vuole di nuovo il sistema
retributivo
per tutte e tutti
e le stesse regole per tutto il mondo del lavoro. Con la sola giusta
possibilità per chi
fa lavori più
faticosi di pensionarsi prima;
•
separare il
sistema previdenziale dall’assistenza, che deve essere pagata dalla fiscalità
generale in
base alla
ricchezza posseduta. Il sistema previdenziale deve essere pubblico e deve
garantire una
pensione pari
all'80% della retribuzione con 40 anni di lavoro. Si deve andare in pensione o
con
questi anni di
contribuzione o con la pensione di vecchiaia a 60 anni (55 per le donne). Le
pensioni
d'oro e quelle
privilegiate, cioè buone pensioni con pochi anni di lavoro, devono contribuire
per
prime. Tutti i
ricongiungimenti di lavoro svolto sotto diverse contribuzioni e che poi
finiscono
all'Inps devono
essere gratuiti;
•
prevedere per i
pensionati un importo minimo di pensione superiore alla soglia di povertà. Per
le
pensioni fino a
3.500 euro va ripristinato il recupero integrale del costo della vita su base
annua. Per
tutte le pensioni
minime e in ogni caso per chi ha redditi troppo bassi per usufruire di
esenzioni
fiscali, va prevista
la restituzione integrale delle spese sanitarie, di assistenza e di adeguamento
abitativo;
•
ripristinare il
collegamento tra pensione e collegamento alle retribuzioni reali, fermo
restando che
le retribuzioni
devono crescere;
•
portare la
previdenza integrativa a una funzione aggiuntiva e volontaria. I fondi
contrattuali devono
confluire in
unico fondo Inps senza fini speculativi, con l'obiettivo della integrazione al
100% della
retribuzione
percepita durante la vita lavorativa. I fondi privati e le assicurazioni non
devono avere
alcuna
agevolazione contrattuale o fiscale. In ogni caso il lavoratore deve avere
piena disponibilità
sul Tfr;
•
sottrarre il
sistema pensionistico pubblico al controllo assoluto delle burocrazia e dei governi.
Va
stabilito il
controllo democratico su di esso da parte di lavoratori e pensionati, non con
le nomine
sindacali decise
dall'alto ma con la elezione di rappresentanze da rinnovare ogni 5 anni;
•
introdurre il
sostegno pubblico garantito a non autosufficienti e poveri;
•
introdurre un
modello unico rilasciato dagli uffici finanziari in rete con Inps, Comune e
Asl, deve
essere inviato a
domicilio ad ogni inizio anno con l’attestazione del reddito del pensionato
(CUD,
RED ecc.) valido
per esenzioni sanitarie ed ogni altra agevolazione sociale prevista per i
limiti di
reddito attestati
dal documento.
4) NUOVA SCALA
MOBILE SALARI E CONTRATTAZIONE
Oggi, grazie alla
crisi e alle regole e limiti imposti dagli accordi del 28 giugno 2011 e del 31
maggio 2013 la
contrattazione
non risponde più ai bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici. Le deroghe in
peggio al contratto
nazionale e alla
legge rendono possibile ovunque il ricatto dei padroni sui salari e sulle
condizioni di lavoro,
pena
licenziamenti, delocalizzazioni, chiusure. La Cgil ha giustamente chiesto di
abolire, sebbene continui a
applicarlo, il
famigerato art.8 della legge Sacconi, che permette le deroghe ai contratti e
persino alla legge
con accordi
aziendali. Tuttavia, l'accordo unitario del 28 giugno 2011 e quello del 31
maggio 2013
riassorbono
quello separato del 2009, che consente di fare le stesse cose.
Il risultato è
che i contratti nazionali rinnovati negli ultimi anni non difendono le
retribuzioni dall'inflazione,
aumentano orari e
flessibilità, riducono le tutele, allargano la precarietà, cancellano diritti
ai neoassunti. La
contrattazione
aziendale, in gran parte delle imprese, deroga al contratto nazionale
peggiorando
Bozza non
corretta 19 novembre 2013
ulteriormente la
condizione di chi lavora. Esempio negativo è l'accordo per la Expo di Milano,
dove
unitariamente
sono state concordate deroghe peggiorative alla legge Fornero
sull'apprendistato e
addirittura è
stato normato il lavoro gratuito. Da questo accordo, esaltato da governo e
Confindustria, la Cgil
deve ritirare la
firma, così come deve rimettere in discussione tutti gli accordi che hanno
derogato ai
contratti, come
quello di Trenord.
È necessario
ricostruire una contrattazione libera da vincoli e regole che impediscono
l'aumento dei salari e
il miglioramento
della condizione di lavoro. Una contrattazione fondata sulla democrazia e sulla
partecipazione
dei lavoratori a tutta l'iniziativa contrattuale, dalla discussione e votazione
delle piattaforme,
sino alla scelta
delle delegazioni trattanti e delle forme di lotta, per arrivare alla votazione
referendaria sulle
ipotesi di
accordo. Per questo vanno disdettate le intese del 28 giugno 2011 e del 31
maggio 2013.
Bisogna ridare al
contratto nazionale la funzione di aumento del salario reale e del
miglioramento delle
condizioni di
lavoro. Per fare questo bisogna partire da piattaforme discusse e condivise dai
lavoratori, con
chiare
rivendicazioni su salario, orario, diritti. Bisogna essere indisponibili a
firmare peggioramenti pur di
chiudere la
vertenza e, se i padroni usano la crisi per dire no, bisogna costruire lotte in
grado di durare nel
tempo e dotarsi
di strumenti come le casse di resistenza, finanziate con una parte della quota
tessera degli
iscritti.
Bisogna inoltre
riunificare le lavoratrici e i lavoratori a partire dalla riduzione del numero
di contratti
nazionali
riunificandoli però al livello più alto.
Alla base del
sistema contrattuale ci devono essere condizioni di salario, orario,
flessibilità, diritti e tutele
che siano rese
obbligatorie dalla legge, in modo che nessun ricatto, nessuna crisi, nessun
accordo possano
metterli in
discussione.
Per queste
ragioni la Cgil rivendica e pratica la ricostruzione di un sistema generale di
eguaglianza, tutela e
di contrattazione
del mondo del lavoro:
•
una nuova scala
mobile per difendere i salari dall'inflazione, un automatismo di legge che
consenta
annualmente di
adeguare gli stipendi all'aumento del costo della vita;
•
il contratto
nazionale che aumenti i salari e ricostruisca condizioni comuni e inderogabili
per tutte le
lavoratrici e
tutti i lavoratori, dalle grandi alle piccole imprese, dal Sud al Nord del
paese;
•
la contrattazione
aziendale che interviene a migliorare la condizione di lavoro nelle imprese; va
abrogato l'art.8
della legge Sacconi, in ogni caso le organizzazioni della Cgil non possono
firmare
accordi in
deroga;
•
un salario minimo
intercategoriale, sul modello francese, che arrivi a 10 euro lordi all'ora con
un
meccanismo
automatico di adeguamento ai prezzi. Un minimo sotto il quale non può andare
nessun salario,
in nessuna categoria;
•
diritto a un
orario congruo di lavoro, no ai mini-lavori di poche ore e tanto sfruttamento;
•
una nuova
legislazione sul lavoro che garantisca a tutte le lavoratrici e i lavoratori di
aziende in
appalto e
subappalto pari condizioni retributive rispetto a quelle riconosciute
nell'impresa
committente;
•
una legge contro
l'eccessiva disparità sociale come hanno chiesto in Svizzera, che stabilisca
che
nessun manager
può essere pagato più di 12 volte rispetto ai suoi dipendenti.
La tutela delle
lavoratrici e dei lavoratori non si esaurisce nel luogo di lavoro: i servizi
sociali, il diritto alla
casa e alla
salute, la lotta contro la tassazione comunale e regionale sono parte
integrante della difesa del
salario. Il
territorio è sempre più il luogo in cui si scaricano gli effetti pesanti delle
politiche di austerità del
governo
attraverso gli enti locali.
È necessario che
la Cgil organizzi sul territorio i bisogni dei lavoratori, dei precari, dei
pensionati, delle classi
popolari in
genere attraverso la pratica della contrattazione sociale, non come inutile
atto burocratico nei
confronti delle
amministrazioni locali in fase di bilancio, ma come una nuova pratica
rivendicativa costruita
in rapporto
democratico con quartieri e comunità. Dalla lotta contro gli sfratti, a quella
contro la chiusura
degli ospedali,
dal diritto alla sicurezza e alla qualità delle scuole al contrasto della
criminalità, alle grandi
opere, per la
riqualificazione e il risanamento dell'ambiente e del territorio.
Questi non devono
essere soltanto gli obbiettivi generali della Cgil, ma la linea politica e
contrattuale che
tutta
l'organizzazione deve sostenere e promuovere a ogni livello, impegnandosi alla
massima coerenza con
Bozza non
corretta 19 novembre 2013
la pratica
quotidiana concreta
5) CONTRO IL
DEGRADO DELLA CONDIZIONE DI LAVORO
Sotto i colpi
della crisi chi non lavora vive nella disperazione, chi lavora
nell'oppressione. Il ricatto della
disoccupazione e
della precarietà oggi ha diffuso ovunque lo sfruttamento più brutale e lesivo
della libertà.
Tutto il mondo
del lavoro è diventato precario, cambiano soltanto i gradi di precarietà e
sfruttamento.
Dilagano i
contratti dove si lavora senza neanche essere riconosciuti come lavoratori,
dagli stagisti, ai soci
delle
cooperative, a coloro che sono pagati con i voucher, al lavoro a chiamata, al
lavoro part time
involontario e
per poche ore settimanali, al lavoro interinale, alle finte partite Iva e alle
finte collaborazioni.
Si diffonde un
modello di sfruttamento dove si è a disposizione delle aziende per una infinità
di tempo, ma
si viene pagati
pochissimo e soltanto per percentuali irrisorie del tempo effettivamente
impegnato. Per i
lavori
qualificati si diffonde addirittura il lavoro gratis, con la scusa della
formazione e dell'apprendimento.
Nel lavoro più
tradizionale, in quello industriale e dei grandi servizi, spariscono le libertà
conquistate con
fatica sia sul
piano collettivo che su quello individuale. Si deve lavorare quando si è
comandati, non ci sono
più festività e
riposi sicuri, si devono aumentare i ritmi di lavoro fino a danneggiare la
salute, ma guai a
ammalarsi. E guai
a avere familiari da assistere, persone da accudire, figli. Per questo le donne
maledicono
ogni istante la
flessibilità, la produttività, la cottimizzazione del lavoro.
Nel lavoro
pubblico è la grande burocrazia che, per difendere il suo potere e i suoi
privilegi, impone ai
dipendenti
obbedienza e ordine, impone di fare in due il lavoro di tre, mentre si copia il
peggior modello di
organizzazione
delle aziende private. Così i grandi burocrati pubblici possono essere pagati
come quelli
privati, nel nome
di un mercato che in realtà vale soltanto per i dipendenti e non per i potenti
In questo
contesto si inserisce la questione dell’obbligo al lavoro domenicale e festivo
nel commercio,
imposto da un
contratto siglato soltanto da Cisl e Uil ma nei fatti accettato anche dalla
Cgil, come dimostra
la presentazione
dell'ultima piattaforma contrattuale che non ne chiede la modifica.
Il problema del
lavoro festivo e domenicale non riguarda però un solo un settore. L'insieme di
tutto il
mondo del lavoro
deve porsi l’obiettivo di riappropriarsi del controllo della prestazione
lavorativa.
Per cambiare
questa situazione occorre riunificare il lavoro pubblico e privato, quello
industriale e il
cosiddetto
terziario. In particolare, nel terziario un primo e efficace strumento dovrà
essere la
generalizzazione
della contrattazione di sito che dovrà mettere al primo punto in ogni unità produttiva
il
diritto delle
lavoratrici e dei lavoratori alla stessa retribuzione a parità di lavoro e la
lotta contro gli appalti al
massimo ribasso,
che sono lo strumento per vincere le gare attraverso la riduzione dei diritti e
delle tutele
del lavoro. Il
secondo obiettivo è introdurre una clausola sociale che garantisca nei cambi
appalto il
passaggio dei
lavoratori e la loro retribuzione.
La Cgil deve
lanciare una grande campagna contro lo sfruttamento del lavoro e
l'autoritarismo padronale e
aziendale. Questa
campagna dovrà coinvolgere le forze della cultura e della informazione e
portare, dopo
incontri e
assemblee in tutta Italia a una conferenza nazionale sullo sfruttamento e sulla
perdita di libertà
delle lavoratrici
e dei lavoratori. Da questa conferenza dovranno uscire proposte di legge e
vertenze diffuse
che
immediatamente intervengano sulla condizione di lavoro.
6) NO ALLA
SVENDITA DELLA SALUTE E DELL'AMBIENTE
Con la crisi
riprende forza il ricatto per cui pur di lavorare bisogna accettare di vendere
la salute delle
persone e
devastare l'ambiente. Gli stessi governi hanno colpevolmente accettato questo
ricatto,
cambiando in
peggio la legge 81 sulla sicurezza del lavoro e trasformando molte delle
iniziative previste
dalla 626 in
carrozzoni burocratici a volte gestiti con la complicità sindacale. Intanto si
continua a morire e a
ferirsi e a
ammalarsi gravemente di lavoro. Il costo per il paese della mancata difesa
della salute sul lavoro e
di più di 50
miliardi all'anno. Quello per le devastazioni ambientali è anche superiore.
Bisogna assumere
come principio di fondo della Cgil che nessun compromesso è possibile su questo
piano,
la salute e
l'ambiente vengono prima di tutto. Altre vie opportuniste, come hanno mostrato
tante
Bozza non
corretta 19 novembre 2013
drammatiche
esperienze, colpiscono subito la salute personale e ambientale, ma poi nel
tempo distruggono
anche il lavoro.
Alla base di
tutto questo sta la ricerca smodata e criminale del profitto. Come ha motivato
la prima sentenza
di condanna dei
dirigenti della Thyssen Krupp per la strage di Torino, quando si costringono i
lavoratori a
stare 10 ore in
ambienti insicuri e che devono chiudere per strappare l'ultimo guadagno, la
strage non è
colposa, ma
omicidio volontario e chi ne è responsabile è un criminale. Poi le stragi di
lavoro si estendono al
territorio, come
a Viareggio dove 32 cittadini sono morti bruciati vivi per un incidente
ferroviario figlio della
privatizzazione e
della ricerca del profitto e della produttività a tutti i costi. E all'Ilva di
Taranto la strage per
tumore dura da
anni per colpa di una proprietà che ha sempre rifiutato di investire davvero a
favore della
salute dei
dipendenti come dei cittadini. La Cgil si batte perché tutti i responsabili
aziendali e i padroni, i
politici e le
autorità complici siano condannati con il massimo della durezza dai tribunali.
La lotta per la
salute e l'ambiente e contro il cambiamento climatico, la difesa dei beni
comuni, degli
ecosistemi e
delle biodiversità sono fondamentali perché l'intreccio tra crisi ecologica e
crisi economica può
minacciare lo
stesso futuro della vita sul pianeta.
È necessario
riconvertire settori produttivi con gravi impatti ambientali e sociali (le
industrie militari, tutte le
aziende
inquinanti), utilizzando tecnologie "pulite" e creando nuovi posti di
lavoro in settori sociali e
ecologicamente
giusti come l’agricoltura ecologica e i servizi pubblici (sanitari, educativi e
trasporti ecc.).
La lotta per la
salute passa attraverso la riconversione industriale e energetica, che deve
essere condotta
con un piano
pubblico che garantisca che i lavoratori non finiscano in mezzo a una strada e
che il
risanamento
ambientale e del territorio sia anche un'occasione di lavoro tutelato e sicuro.
Per questo la Cgil
partecipa alla
lotta contro le grandi opere, gigantesco spreco di risorse e fonte di
corruzione, con
drammatici danni
ambientali e anche occupazionali, visto che i posti di lavoro che si
distruggono nel
territorio sono
di più di quelli che vengono importati per realizzare l'opera. La lotta contro
le grandi opere è
parte integrante
di un piano per il lavoro fondato su trasparenza, riconversione produttiva e
buona
occupazione. Per
questo la Cgil sta con il movimento No Tav e con tutti gli altri movimenti di
difesa del
territorio.
La ribellione
della terra dei fuochi in Campania mostra che gli affari criminali contro la
salute avvengono tra
le aziende del
Nord che hanno i rifiuti e la camorra che glieli sistema nelle terre che
controlla. Ancora una
volta si conferma
che in Italia la lotta per cambiare trova sempre di fronte a sé poteri che
affondano i loro
interessi nella
collusione con le mafie.
La questione dei
rifiuti si affronta e si risolve soltanto nell'unione tra ambiente e lavoro e
non con quella tra
politica e
affari. La raccolta differenziata e il riciclo sono la sola vera alternativa al
trasferimento
dell'inquinamento
negli inceneritori e nelle discariche. Ma per essere vera essa richiede forti
investimenti e
tanti posti di
lavoro in più. Quindi è incompatibile con la politica dei tagli dei bilanci
degli enti locali attuata
sotto gli ordini
della austerità europea. Anche qui si dimostra che si possono difendere
ambiente e civiltà
assieme al lavoro
soltanto se si mettono in discussione le politiche di austerità dei governi e
le complicità
malavitose tra
politica e affari. Altrimenti è la guerra dei poveri.
Per la difesa di
salute e ambiente la Cgil rivendica immediatamente i seguenti punti:
•
abolizione dei
contratti precari che sono la prima causa di infortunio, tutela e informazione
particolare per i
nuovi assunti e per i migranti;
•
generalizzazione
della elezione dei rappresentanti dei lavoratori per la salute, RLS, in tutti i
luoghi di
lavoro con una
tutela speciale di legge verso intimidazioni e pressioni;
•
formazione e
organizzazione continua nel territorio;
•
obbligo di 2 ore
aggiuntive di assemblea retribuita dei lavoratori all'anno sulla salute in ogni
luogo di
lavoro;
•
abolizione dei
carrozzoni bilaterali tra imprese e sindacati per la gestione della salute. I
fondi
devono andare a
sostegno diretto dell'attività degli RLS;
•
istituzione di
una Procura nazionale per la salute del lavoro con gli stessi poteri e funzioni
della
procura nazionale
antimafia;
•
obbligo per i
tribunali di accettare sempre il sindacato parte civile nei processi sulla
salute, alla
Umbria Olii è
stata rifiutata e il tribunale ha condannato i morti, la Cgil impegna
statutariamente
tutte le proprie
strutture alla costituzione come parte civile;
Bozza non
corretta 19 novembre 2013
•
piani di
risanamento ambientale territoriale discussi e concordati con le popolazioni interessate
e
finanziati con i
fondi dei sequestri dei beni della criminalità;
•
riconversione
industriale e risanamento ambientale con la nazionalizzazione delle grandi
aziende
inquinanti senza
indennizzo per la proprietà che deve pagare tutti danni e i lavoratori. Si
comincia
dall'Ilva;
•
piano energetico
nazionale per passare dalla energia di carbone e petrolio a quella rinnovabile
di
vento e sole e
ripubblicizzazione delle aziende per l'energia.
La Cgil è in ogni
caso impegnata a ricostruire il potere dei lavoratori sulla propria salute, il
diritto a decidere
senza ricatti e
paure con piena informazione sulle nocività. Nulla sostituisce l'azione diretta
e la validazione
consensuale dei
lavoratori sulle condizioni di lavoro. Per questo nelle lotte aziendali la
salute deve tornare al
primo posto.
7) FERMIAMO LO
SMANTELLAMENTO DELLA SANITÀ, DEI SERVIZI SOCIALI E L'ATTACCO PERMANENTE AL
LAVORO PUBBLICO
Il quadro
programmato e delineato dagli ultimi governi ha fatto sì che, negli ultimi 2
anni
nell’Amministrazione
pubblica, la cosiddetta spending review abbia prodotto una riduzione del 10%
degli
organici, con una
tendenza a aumentare progressivamente. A essa va aggiunto il blocco del
turn-over, la non
stabilizzazione
di migliaia di contratti precari e l’esternalizzazione dei servizi.
Le lavoratrici e
i lavoratori del settore pubblico hanno subìto il blocco del contratto
nazionale. Il risultato
concreto è che il
potere d’acquisto del loro salario è sceso e scenderà nel prossimo triennio
fino a
raggiungere circa
il 15% in meno.
Questo ha effetti
negativi sulle condizioni di lavoro e sul sistema stesso dei servizi, con
ricadute pesanti
soprattutto sulle
donne: sulle tantissime lavoratrici direttamente coinvolte in questi settori
largamente
femminilizzati e
perché la riduzione della quantità e della qualità dei servizi pubblici, con un
modello in cui si
demanda al
mercato e alle famiglie il lavoro di cura, rischiano di costringere tantissime
donne a rinunciare al
lavoro.
Lo smantellamento
più evidente dello stato sociale è quello di uno dei suoi pilastri
fondamentali, la sanità.
La sanità
pubblica ha visto una riduzione dei posti letto negli ospedali, che, complici
le Regioni, attualmente
è di 3.7
posti-letto per 1000 abitanti. Mentre diminuiscono i posti letto nella sanità
pubblica, aumentano
quelli della
sanità privata, che in regioni come Lombardia e Lazio, grazie al sistema degli
accreditamenti,
arriva al 45%.
Tale riduzione ha come contraltare l’aumento di essi nelle varie strutture
della sanità privata.
Stiamo assistendo
a un vero e proprio collasso dello stesso sistema sanitario, con i livelli di
diritto alla salute
sempre più a
rischio: chiusura di piccoli e grandi ospedali, cancellazione di interi reparti
ospedalieri e spesso
riduzione degli
stessi, riduzione o cancellazione di servizi territoriali e aumento della spesa
in solvenza.
Gli stessi
cittadini, quando non possono farne a meno, preferiscono rivolgersi a strutture
private anziché
dover attendere
mesi e mesi per visite specialistiche o esami diagnostici. Tutto questo
comporta una
riduzione
ulteriore dei salari in quanto è ormai diffusa la compartecipazione alle spese
come per esempio
ticket,
superticket ecc.
Anche la larga
maggioranza dei servizi sociali ha subìto un processo di esternalizzazione
attraverso l’utilizzo
delle cooperative
sociali. Questo processo sta investendo anche il settore educativo, tantissimi
sono i
comuni che
decidono di esternalizzare gli asili nido e le scuole materne. Con il passare
degli anni, il terzo
settore e il no
profit, da strumento complementare dei servizi sociali pubblici, anche a causa
dei continui
tagli operati
sugli enti locali, sono diventati sostitutivi del servizio pubblico. Sono stati
trasferiti così interi
servizi alle
cooperative del terzo settore, assistenza domiciliare agli anziani, ai
disabili, ai minori soltanto per
citare alcuni
importanti servizi di cura delle persone più deboli. Questi servizi hanno
subìto un
abbassamento del
livello qualitativo, dovuto soprattutto al forte processo di precarizzazione
del lavoro
attraverso
contratti atipici, spesso anche al nero, ma anche a una indebita “invasione di
campo” del
volontariato che
ha contribuito a dequalificare alcuni ruoli e professioni tipiche degli addetti
in questi
servizi, come
educatori, assistenti sociali, psicologi.
Complessivamente,
la spesa sociale e la spesa sanitaria in Italia è circa il 9% rispetto al Pil,
di cui circa 1/3 al
Bozza non
corretta 19 novembre 2013
privato, ben al
di sotto della media europea (Francia 11,1%, Germania 10,7%).
Per queste
ragioni:
•
vanno cancellati
tutti i provvedimenti di revisione della spesa che applicano il regime di
fiscal
compact e in
rispetto alla parità di bilancio;
•
va rilanciata e
potenziata la sanità pubblica;
•
va seguito
l'esempio delle lotte che abbiamo visto in molti paesi europei, in Grecia, in
Spagna, in
Portogallo dove i
lavoratori dei servizi pubblici hanno subìto attacchi anche prima del nostro
paese.
E' l'esperienza
delle occupazioni e di alcune autogestioni di ospedali in Grecia;
•
in tema di
prevenzione, che è per sua natura promozione e tutela della salute, bisogna
definire, in
tutte le
piattaforme rivendicative, come punto prioritario, l'applicazione integrale
dell'art.7 dello
Statuto dei
Lavoratori per ampliare lo spettro delle malattie professionali, l'eliminazione
obbligatoria dei
rischi, l'identificazione e la conseguente salvaguardia di tutele nei posti di
lavoro
quali il mobbing,
turni di lavoro gravosi, carichi e ritmi di lavoro logoranti;
•
bisogna battersi
per un processo di internalizzazione dei servizi sociali e bloccare il processo
di
esternalizzazione
nei servizi educativi.
8) PER LA SCUOLA
PUBBLICA, LA FORMAZIONE ED IL DIRITTO ALLO STUDIO
Governi e imprese
da tempo esaltano il merito, la ricerca, la formazione, ma al tempo stesso
esaltano la
scuola come
impresa di mercato e tagliano i fondi alla istruzione pubblica e al diritto allo
studio. Nello stesso
tempo si finanzia
la scuola privata.
La ministra della
istruzione del governo delle larghe intese ha proposto di tagliare di un anno
la scuola
superiore e di
legare ancora più la scuola alle aziende, accreditando l'imbroglio secondo cui
la
disoccupazione
giovanile ci sarebbe per colpa della scuola. E non invece perché si tagliano i
posti di lavoro e
non si investe in
ricerca e innovazione.
La riconquista di
una società giusta passa per la riconquista per tutte e tutti del diritto allo
studio e alla
formazione nella
scuola e nell'università pubblica.
Questo significa
rivendicare:
•
un ingente piano
di investimenti nella scuola pubblica finanziato con i tagli alle spese
militari, con la
soppressione dei
finanziamenti alle scuole private, con i tagli a consulenze e sprechi nella
pubblica
amministrazione,
con la fiscalità generale;
•
la
stabilizzazione di tutti gli insegnanti e di tutto il personale precario e la
fine dei meccanismi del
precariato
scolastico, dopo un periodo di lavoro a termine si deve essere assunti in
pianta stabile.
Un vero aumento
delle retribuzioni;
•
diritto alla
scuola gratuita fino alla maturità superiore per tutti i redditi bassi e medi.
Questo è il
modo concreto
realizzare l obbligo scolastico fino a 18 anni, che deve essere affermato come
conquista di
civiltà. Gli studenti universitari in regola con il programma di studi devono
ricevere un
reddito;
•
abbandono del
modello della scuola azienda e ricostruzione della scuola democratica con gli
studenti , gli
insegnanti e i cittadini;
•
un ingente piano
di investimenti nella scuola pubblica che restituisca gli 8 miliardi tagliati
da Gelmini
e Tremonti,
finanziato con i tagli alle spese militari, con la soppressione dei
finanziamenti alle scuole
private, con i
tagli a consulenze e sprechi nella pubblica amministrazione, con la fiscalità
generale;
•
ripristino degli
scatti di anzianità per i lavoratori e le lavoratrici della scuola; la Cgil si
schiera contro
ogni ipotesi di
divisione degli insegnanti basata su un merito arbitrario (quiz Invalsi) e di
aumento
dell'orario di
lavoro;
•
un piano di
ricerca pubblica che ottenga la fine della emigrazione intellettuale. Ci
vogliono
programmi legati
alla innovazione e alla valorizzazione dei beni comuni, fine del precariato e
retribuzioni
largamente superiori a quelle attuali.
La Cgil decide di
rompere con i governi e le amministrazioni locali che tagliano la scuola e con
il sistema di
Bozza non corretta
19 novembre 2013
potere baronale e
burocratico che domina tante aree della scuola e della formazione, e si unisce
a tutti i
movimenti di
studenti e operatori della formazione che lottano per il rilancio del sistema
pubblico.
9) BASTA COL FISCO
DEI RICCHI E DEI GRANDI EVASORI
Da tempo la Cgil
afferma, giustamente, che il problema in Italia non è il livello della
tassazione, ma la sua
iniqua
distribuzione che colpisce lavoratori e lavoratrici, pensionati e pensionate.
Tuttavia ciò non si
è tradotto praticamente in nulla nella politica e nella richieste concrete del
gruppo
dirigente della
nostra organizzazione, che ha espresso proposte insignificanti (piccole
detrazioni per
lavoratori e
pensionati, modesti aumenti della tassazione delle rendite finanziarie), a
volte facendo
addirittura
proprie le richieste padronali in nome di una assurda “unità dei produttori”.
Per questo:
•
è necessario
ottenere una drastica riduzione delle aliquote su lavoratori dipendenti e
pensionati, in
particolare
detassando totalmente oggi 1500 € lordi mensili da indicizzare al tasso
dell’inflazione
reale. Sul
versante opposto vanno drasticamente aumentate le aliquote per gli scaglioni
oltre i
150.000 euro
annui. Vanno ridotte le imposte indirette e le accise sulla benzina, che
colpiscono i
redditi più
bassi;
•
gli aumenti dei
salari dei contratti nazionali vanno detassati, mentre bisogna abolire la
detassazione
dei premi di
produttività, che discrimina tra i lavoratori e incentiva la flessibilità dei
salari;
•
è necessaria una
patrimoniale ordinaria progressiva per tutti i grandi patrimoni, escludendo dal
conto la casa di
abitazione se non è di lusso;
•
di fronte
all'arricchimento di grandi padroni, banchieri e top manager, è necessario
rivendicare una
patrimoniale
straordinaria recuperando risorse da quel 10% più ricco della società che
detiene quasi
5.000 miliardi;
•
bisogna
combattere l'elusione fiscale e contributiva;
•
la lotta
all’evasione fiscale deve avvenire sul piano internazionale, colpendo la fuga
di capitali
all'estero, le
società di comodo insediate nei paradisi fiscali e gli stessi paradisi fiscali.
Su questo
bisogna rompere
con tutte le complicità europee e internazionali. Bisogna abolire il segreto
bancario. Ricchi
e multinazionali devono pagare. Per quanto riguarda l'evasione diffusa la sola
strada è il
coinvolgimento dei redditi fissi allargando le possibilità di deduzioni fiscali
da salari e
pensioni delle
spese di vita, come fanno le aziende. Questo renderebbe conveniente la
richiesta di
fatture fiscali
ovunque. In ogni caso la lotta all'evasione non deve essere persecutoria come
oggi
tante volte
avviene anche nei confronti di chi ha bassi redditi. E in ogni caso deve
avvenire soltanto
con strutture
pubbliche e senza guadagni o profitti privati. Bisogna rivedere totalmente
ruolo e
funzioni di
Equitalia;
•
tutti i beni e i
capitali recuperati dalla lotta alla evasione e da quelli alla criminalità
mafiosa vanno
assegnati e
gestiti da enti pubblici sotto controllo democratico dei cittadini.
10) DIRITTO ALLA
CASA
Con la crisi la
casa diventa sempre più un bene di investimento per la speculazione finanziaria
o da tassare
per lo stato e
sempre meno il luogo dove si ha il diritto di abitare. Il diritto
all'abitazione va riconquistato e la
Cgil si schiera
con chi, nativo o migrante, lotta per la casa, con chi occupa. Non si può
accettare che la
perdita del
lavoro o la disoccupazione vogliano dire perdere il diritto ad abitare con
dignità. Pertanto:
•
va impedita la
perdita della casa per chi non può più pagare il mutuo. La casa deve restare a
chi la
abita se è la sua
sola proprietà;
•
blocco degli
sfratti e dell'aumento degli affitti in tutta Italia;
•
requisizione
delle case sfitte per darle a chi non ha posto dove abitare;
•
piano pubblico di
edilizia popolare non con colate di cemento ma con il restauro di edifici
fatiscenti.
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11) NO ALLE
PRIVATIZZAZIONI E ALLA SVENDITA DEI BENI COMUNI
Le politiche di
austerità svendono i beni comuni alla speculazione finanziaria perché lì ci
sono grandi
aspettative di
profitto per le grandi multinazionali e la finanza e le banche.
Il referendum
sull'acqua pubblica ha dimostrato che la maggioranza della popolazione è
contraria alla
privatizzazione
dei beni comuni. Ma i governi ignorano questo pronunciamento popolare.
Anche il
Trasporto Pubblico Locale (TPL) compreso, come l'acqua pubblica, nelle materie
oggetto del
referendum del
giugno 2011, subisce privatizzazioni e cessioni di rami di azienda da Nord a
Sud, nelle grandi
città (per
esempio Torino, Genova e Firenze) come nei paesi .I governi delle larghe intese
hanno operato una
netta e
progressiva flessione dei finanziamenti, tanto che molte regioni non possono
programmare né
assicurare il
trasporto pubblico per i prossimi anni, mentre il TPL è un settore che non può
in alcun modo
sopravvivere
senza finanziamenti pubblici. Il metodo è ormai consolidato: gli Enti Locali
soci e affidanti i
servizi pubblici
possono rivedere al ribasso i contratti di servizio e scaricare i costi sulle
aziende partecipate
ed ex
municipalizzate le quali, a loro volta, si rifanno sui lavoratori e rinegoziano
al ribasso o disdicono i
contratti
aziendali.
La Cgil scende in
lotta sia a livello nazionale, sia in ogni territorio, per difendere, ampliare
e ricostruire il
controllo
pubblico sui beni di tutti. Per questo:
•
va respinta la
privatizzazione dei trasporti pubblici, che oggi è intrecciata con la politica
delle grandi
opere e dell'Alta
Velocità. Bisogna potenziare il trasporto pubblico locale ferroviario e quello
cittadino.
Bisogna rivalutare la condizione dei ferrovieri e degli autisti e dei
lavoratori dei trasporti
che sono
sottoposti a stress e sfruttamento crescente con paghe sempre più basse;
•
le reti
dell'energia e delle informazioni devono essere in mano pubblica e va varato un
piano di
investimenti
nazionale su energia e telecomunicazioni;
•
le aziende
municipalizzate devono tutte tornare a essere pubbliche, cancellando la scelta
di
trasformarle in
società per azioni e la quotazione nella speculazione in Borsa. Questo non
soltanto
per l'acqua ma
per le farmacie, gli asili e i servizi scolastici, la energia e i trasporti.
Lo sviluppo e
l'estensione del sistema pubblico in tutti i beni comuni richiede un nuovo
livello di democrazia
e controllo sia
per i lavoratori che per i cittadini.
12) PER I DIRITTI
DEI MIGRANTI
I diritti dei
migranti sono nostri diritti perché quando una parte del mondo del lavoro è
sotto ricatto,
quando ogni
giorno con il licenziamento si rischia di diventare clandestini e di essere
espulsi dall'Italia, vuol
dire che si usano
i migranti per estendere il ricatto a tutto il mondo del lavoro. Le leggi di
polizia e lo
sfruttamento cui
sono sottoposti i migranti colpiscono perciò i diritti di tutti e vanno
combattute. Per questo
la piena parità
di diritti in tutto il mondo del lavoro senza distinzione di etnia o sesso è la
prima condizione
di potere di
tutto il mondo del lavoro. Cosi come occorre mettere in discussione la politica
Europea di feroce
controllo delle
frontiere, la “Fortezza Europa” nata grazie all'accordo di Schengen e alla sua
polizia di
frontiera del
progetto “Frontex”. Il trattato di Schengen impedisce la libera circolazione
delle persone e
costringe i
migranti a diventare clandestini e a affidarsi alla malavita organizzata e a
trafficanti di uomini
senza scrupolo
alcuno. Quello che la politica, le istituzioni, il Governo non dicono è che i
morti delle tante
stragi del
Mediterraneo sono diretta responsabilità delle politiche dell'Unione Europea
oltre che delle scelte
di 30 anni dei
governi italiani.
Si tratta di
costruire un vero e proprio cambiamento culturale, contro le politiche
securitarie e emergenziali
che tutti i
governi di questi ultimi anni hanno prodotto, alimentando un clima di paura,
odio e razzismo che
la crisi ha
esasperato. Dobbiamo chiedere l'abolizione delle leggi più odiose e
discriminatorie che
determinano la
condizione di costante ricatto dei migranti. Una condizione che è funzionale
alle imprese
per disporre di
lavoratore disponibili a lavorare a qualsiasi condizione salariale, di lavoro e
di sicurezza.
È necessario
costruire una vertenza generale sui temi che riguardano l'immigrazione e dare
risposte sul
piano delle
condizioni di lavoro. È urgente attivare nelle crisi aziendali e nella stessa
contrattazione, fin dalla
costruzione delle
piattaforme, pratiche di azione sindacale che, nel tutelare tutti, difendano i
più deboli e i
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corretta 19 novembre 2013
più esposti e che
producano integrazione e uguaglianza.
Per questo
chiediamo:
•
l'abolizione
della Bossi-Fini, della Turco-Napolitano e del cosiddetto pacchetto sicurezza
del 2009;
•
il contrasto alle
politiche repressive a cominciare dalla immediata chiusura dei CIE e
dall'abolizione
del reato di
clandestinità;
•
la garanzia del
diritto all'asilo e l'attivazione di politiche di vera accoglienza nei
confronti di profughi
e rifugiati;
•
l'introduzione
del permesso di soggiorno anche per la ricerca del lavoro;
•
una riforma
complessiva delle leggi sulla cittadinanza, con l'abbassamento degli anni
necessari al
suo ottenimento e
l'introduzione di regole e tempi certi e trasparenti nelle pratiche;
•
l'introduzione
dello ius soli (diritto di cittadinanza per i figli degli stranieri nati in
Italia) e il
riconoscimento
della cittadinanza ai minori nati all'estero che studino in Italia ;
•
il diritto di
voto per tutti i residenti di lungo periodo;
•
un impegno forte
e costante contro il lavoro sommerso e il capolarato;
•
la Cgil deve
aprire una grande vertenza generale sulle condizioni di lavoro dei migranti e
organizzarli
contro lo
sfruttamento. E' importante impegnare tutte le forze del sindacato in lotte
come quella
dei lavoratori
della logistica;
•
una legislazione
che garantisca ai migranti il pieno usufrutto e riconoscimento dei contributi
previdenziali
maturati nei periodi di lavoro ed il loro riscatto in caso di rientro nei paesi
d'origine.
13) PER LA PACE E
CONTRO LA GUERRA
La Cgil si
schiera con tutti i movimenti per la pace. La Cgil chiede la cancellazione
delle missioni militari
italiane estere e
dell'acquisto degli F35, nel quadro di un vasto piano di taglio delle spese
militari e di
riconversione
dell'apparato industriale.
In particolare le
palesi violazioni dell'articolo 11, sia con la guerra cosiddetta umanitaria sia
con l'intervento
in Afghanistan e
in Iraq, vanno condannate. La Cgil si batte contro i rischi della guerra e il
coinvolgimento
dell'Italia in
politiche di guerra, la crisi economica, la sfida competitiva tra aree e paesi,
accentua i rischi di
guerra e in
particolare l'imperialismo delle grandi potenze occidentali alimenta tensione
nel mondo per la
competizione con
i paesi emergenti. Bisogna ricostruire la sensibilità politica e culturale
contro i rischi della
guerra e per
questo la Cgil si batte perché l'Italia metta in discussione la sua
appartenenza alla Nato e
perché questa
alleanza venga sciolta. Vanno chiuse le basi militari Usa e Nato presenti in
Italia da quella di
Vicenza
all'istallazione Muos in Sicilia. Le recenti guerre come quella in Libia o la
minaccia di intervento in
Siria
rappresentano esclusivamente un riposizionamento degli USA e dell'Europa nella
divisione e
approvvigionamento
delle risorse energetiche. Basta ricordare che il governo Monti e poi Letta
hanno
sottoscritto con
le nuove autorità libiche accordi di contenuto analogo a quello di Berlusconi
nel 2008 con lo
scopo di
contrastare l'immigrazione clandestina.
La strategia
della guerra preventiva portata avanti dagli USA e che minaccia nuovi paesi
come la Siria e l'Iran
ma anche il
Libano, alimenta i fondamentalismi e rischia di infiammare tutto il Medio
Oriente e
conseguentemente
tutto il mondo.
La Cgil sostiene
la lotta del popolo palestinese per il diritto di vivere in uno stato
indipendente accanto allo
stato di Israele
e a rimuovere il muro di separazione e annessione di ulteriori territori,
azione condannata
anche
dall'assemblea delle Nazioni Unite.
Le primavere
arabe che avevano dato speranza a milioni di cittadini nord africani di poter
democraticamente
cambiare i regimi autoritari e corrotti sostenuti da decenni dall'occidente
hanno avuto
un esito
contraddittorio. L'impegno dovrà essere quello di contrastare con forza i
tentativi di trasformare
una lotta per i
diritti umani, sociali, nazionali, in uno scontro di civiltà funzionale
soltanto alle politiche di
potenza, potenza
che peraltro fornisce quantità gigantesche di armi a tutte le parti in causa e
a tutte le
fazioni
esistenti.
L'impegno per la
pace significa anche organizzare la mobilitazione per fermare le tante guerre
dimenticate
Bozza non
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in Asia, Africa e
America Latina, che negano diritti e libertà a tanti popoli e distruggono
milioni di vite. Per
affermare diversi
rapporti tra Nord e Sud nel mondo sulla base di criteri di giustizia sociale e
redistribuzione
globale delle
ricchezze.
Diritto
Internazionale e diritti umani vengono permanentemente violati come nel caso
del popolo curdo.
La Cgil si
impegna a sostenere in Europa una nuova politica internazionale per la pace,
per i diritti umani,
per la certezza
del diritto internazionale e il rispetto delle autonome scelte di ciascun
popolo.
14) UN SINDACATO
DEMOCRATICO E DI LOTTA
Ai lavoratori
oggi serve una Cgil ben diversa da quella di questi anni. Prima di tutto ci
vuole un sindacato
capace di
organizzare la lotta con efficacia per ottenere risultati concreti. Nel privato
bisogna organizzare le
lotte che
colpiscano le controparti e diano visibilità ai lavoratori. Nel pubblico
bisogna mettere in
discussione la
legislazione anti-sciopero e disobbedire alla legge 146/90. Nel sociale bisogna
organizzare i
bisogni popolari
nel territorio.
Alle lavoratrici
servirebbe una Cgil che sappia rispondere ai loro bisogni. È tanto che manca
nella Cgil un
luogo di
discussione e di rappresentanza autonoma delle donne. I luoghi delle donne non
sono scelti dalle
donne e hanno
spesso risposto a logiche organizzative e politiche tutte interne
all'organizzazione. Oggi la
Cgil proclama il
suo impegno contro la violenza e contro il femminicidio, impegno che
condividiamo perché
il femminicidio è
contro i corpi e la libertà delle donne. Proprio per questo pensiamo che molto
c'è da fare e
non basta
condannare. Bisogna rivendicare una pratica autonoma delle donne, a cominciare
dalla
ricostruzione di
luoghi di partecipazione diretta. La giornata di lotta e di sciopero delle
donne del 25
novembre è stata
un'occasione mancata da parte della Cgil di contribuire a costruire un protagonismo
autonomo delle
lavoratrici. In ogni caso quell'esperienza indica una strada su cui continuare
a insistere.
Per tutte queste
ragioni, bisogna mettere discussione le burocrazie e lo spirito di casta degli
apparati. L e
lotte devono
essere efficaci radicali e visibili, per questo ci vogliono democrazia e
partecipazione. Oltre alla
rappresentanza
democratica garantita dalla legge, i lavoratori hanno bisogno di organizzarsi
in forme
flessibili e
aperte, in comitati di lotta e consigli di delegati per questo la Cgil decide
di avviare un processo di
organizzazione
nuovo tra tutte le lavoratrici e lavoratori, nel territorio tra i pensionati e
i disoccupati.
Il sindacato deve
vivere soltanto con i contributi volontari dei suoi iscritti e non con
finanziamenti diretti o
indiretti che
vengano da enti bilaterali, dai fondi integrativi, dalle controparti e dallo
stato. Perché altrimenti
la burocrazia
sindacale entra in conflitto di interessi con il proprio ruolo di
rappresentanza.
L’adesione al
sindacato deve essere libera e obbligatoriamente rinnovata ogni 4 anni. I
pensionati devono
poter scegliere
se iscriversi alla vecchia categoria di appartenenza o allo SPI. I pensionati
in ogni caso non
votano su materie
di contrattazione di lavoro.
Si deve rendere
pubblico e trasparente il bilancio di ogni struttura sindacale, il suo stato
patrimoniale e tutte
le retribuzioni
dei funzionari fino ai livelli più alti, retribuzioni che devono essere legate
a quelle dei
lavoratori
dipendenti e seguirne l'andamento.
In concreto:
•
una parte delle
quote tessera deve essere destinata a finanziare casse di resistenza per le
lotte;
•
nessuna funzione
può essere soggetta a nomine, per le rappresentanze aziendali e i comitati
degli
iscritti tutti
gli interessati hanno diritto a candidarsi e a essere votati con voto segreto.
Tutti i
dirigenti devono
essere eletti con voto segreto. Serve una politica dei quadri che valorizzi le
delegati
e i delegati
protagonisti di lotte e vertenze. La scelta dei funzionari sindacali non può
essere
unilaterale e
basata sul principio di fedeltà, l'attività del funzionario deve essere
valutata sulla base
dei risultati e
del consenso dei lavoratori. Va abolita la funzione di centro regolatore, che
impone la
nomina dall'alto
dei dirigenti;
•
in tutta
l'organizzazione va rispettato il pluralismo e il diritto al dissenso;
•
i componenti
delle commissioni di garanzia non possono essere funzionari
dell'organizzazione, i
controllati non
possono essere i controllori;
•
i segretari
generali delle strutture a qualsiasi livello e i componenti di segreterie
nazionali
nell'assumere
l'incarico sottoscrivono l'impegno formale a non assumere incarichi
dirigenziali in
Bozza non
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aziende
controparti per almeno 5 anni dopo l'incarico, e a non candidarsi ad elezioni
politiche o
amministrative
per almeno un anno. Chi fa questa scelta, in ogni caso, non può più rientrare
come
funzionario nella
Cgil;
•
la Cgil rifiuta
le RSA (rappresentanze sindacali aziendali nominate dai sindacati) e si batte
ovunque
per
rappresentanze universali di tutti i lavoratori elette su base proporzionale
dove tutti sono
elettori e
eleggibili. Ove non sia possibile fare queste elezioni, le RSA della Cgil
saranno elette
comunque da
tutti;
•
obbligo di
referendum sugli accordi, i dirigenti che non sottopongono al voto gli accordi
vanno
rimossi;
•
drastico
ridimensionamento delle strutture regionali confederali e di categoria per dedicare
quelle
risorse e quegli
apparati a operare nelle categorie sul territorio;
•
in nessun
organismo dirigente la maggioranza dei componenti potrà essere di funzionari
sindacali;
•
la Cgil costruirà
una sistema web che metta in comunicazione diretta tra loro tutti gli iscritti
in modo
che ognuno possa
far conoscere diffusamente le proprie valutazioni e proposte e possano essere
raccolte su di
esse le adesioni per trasferirle all'organizzazione;
•
tutti gli enti
bilaterali devono essere condotti a assistenza dei lavoratori sotto controllo
pubblico, il
sindacato e le
imprese devono uscire dalla gestione, nessun finanziamento né diretto né
indiretto
alle
organizzazioni;
•
vanno abolite
tutte le mutualizzazioni dei diritti sindacali.
La Cgil considera
prioritaria e si batte per una legge sulla rappresentanza sindacale che
garantisca il diritto
delle lavoratrici
e dei lavoratori a scegliere da chi farsi rappresentare e a votare su
piattaforme e accordi. In
ogni caso la Cgil
è vincolata nel suo operare a questi principi e si batte contro ogni
discriminazione verso i
lavoratori e
verso altri sindacati. La Cgil respinge e contrasta ovunque il principio
incostituzionale per cui i
diritti sindacali
spettano solo a chi firma gli accordi.
Roma, 19 novembre
2013
Giorgio Cremaschi
Fabrizio
Burattini
Francesco De
Simone
Eva Mamini
Franca Peroni
Maurizio Scarpa
Bozza non
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