Tra gli analisti politici si sta diffondendo una valutazione
relativa al futuro prossimo del sistema politico italiano che prefigura
piuttosto che un “riallineamento” dell’offerta nella dimensione più o meno che
si verificò nel 1993 una vera e propria “deflagrazione”.
Non ci troviamo, infatti, nella condizione di una
ristrutturazione dall’interno del sistema dei partiti, ma a un passaggio di
vero e proprio “rimescolamento delle carte” nei confronti dell’assetto sociale
del Paese e dell’insieme dell’opinione pubblica.
Il risultato delle elezioni politiche del 2013 aveva sancito
la fine del tanto agognato “bipolarismo” che pure, in alcune occasioni
(2001,2006,2008) aveva funzionato in maniera soddisfacente.
Una fine del bipolarismo verificatasi in termini anomali dal
punto di vista dell’espressione politica dei soggetti in campo: si tratta, infatti, della presenza di quattro
minoranze, PD, PDL, M5S e “non voto” (quest’ultimo ormai giunto a una tale
consistenza, da dover essere preso in considerazione da questo punto di vista,
come si cercherà di spiegare meglio in seguito).
Due di queste quattro minoranze appaiono essere,
sostanzialmente, allineate sul piano della cultura politica: vincolo europeo,
solidarietà “atlantica”, visione in linea con il neo-liberismo imperante, agire
politico personalistico di piglio presidenzialista. PDL e PD, in sostanza,
appaiono essere sufficientemente omologati sotto quest’aspetto fondamentale e
le loro divisioni, oltre alle fisiologiche lotte di potere interne a un’élite
davvero estranea ai problemi reali della società, derivano dal ruolo anomalo
tenuto, nel corso di questi anni, da Silvio Berlusconi.
Spieghiamoci subito: si è accennato, in precedenza, a un
sufficiente funzionamento del meccanismo bipolare in alcune occasioni: questo
fatto non fu dovuto, almeno in parte, al meccanismo elettorale (tra l’altro
diverso tra il 2001 da una parte, e il 2006 e 2008 dall’altra) ma al fatto che,
in pratica, le elezioni politiche si svolgessero in forma di referendum pro o
contro – appunto – la figura di Silvio Berlusconi.
Si trattava di una vera e propria “anomalia sistemica” che
adesso è giunta, precipuamente per via giudiziaria, al “redde rationem” con
l’apertura di una fase ver a e propria fibrillazione all’interno dei due
maggiori partiti, con le diverse fazioni in lotta per assicurarsi proprio
l’eredità elettorale del Cavaliere: i cosiddetti “falchi” di Forza Italia
stanno cercando di mantenere una parte di quel patrimonio, così come gli altrettanto
cosiddetti” ministeriali” che puntano a quella parte di elettorato di
centrodestra più sensibile alle sirene della governabilità e incline a
comportamenti del tipo di quelli che venivano individuati come “l’elettore
mediano” magari condito con un pizzico di “voto di scambio”; il paradossale di
tutta questa vicenda sta nel fatto che a quell’eredità elettorale ambisce anche
una parte rilevante (forse maggioritaria) del PD raccolta attorno alla
candidatura di Matteo Renzi, mentre l’altra parte del PD – al di là dei numeri
che riuscirà a raccogliere- appare confinata nel recinto di un pallido e
comunque “perdente” (per le aberranti logiche “non politiche” dell’oggi)
riformismo di facciata.
Entrambi i soggetti, PD e PDL, sono del resto reduci da una
delle più gravi sconfitte nella storia elettorale della Repubblica, avendo
perso in coppia circa 10 milioni di voti alimentando in misura determinante
l’astensionismo.
Il terzo componente di questa nuova geografia (provvisoria,
molto provvisoria) del sistema politico italiano è rappresentato dal Movimento
5 Stelle.
Non è questa la sede per un’analisi delle caratteristiche
sociali, politiche, culturali e organizzative di questo Movimento.
Si può soltanto affermare che il successo elettorale del
movimento sia sicuramente frutto della ventata di cosiddetta (in termini di
semplificazione giornalistica) “antipolitica” che ha percorso il Paese nel
corso di questi ultimi anni, che il voto al M5S ha sicuramente ridotto le
potenzialità dell’area del non voto anche se non ne ha impedito l’espansione (è
sbagliato, infatti, affermare che il M5S ha “pescato” tra gli astenuti, perché
questi sono aumentati in una dimensione molto rilevante), che la presenza
parlamentare è del tutto in via di assestamento ed è difficile prevedere gli
sviluppi di questo processo ma che, infine, il Movimento nel suo complesso appare
fin qui indisponibile a percorrere il terreno della “governabilità” in appoggio
ad uno dei due partiti “liberisti – presidenzialisti” attualmente impegnati con
il governo delle “larghe intese”.
L’espressione del “non voto”, all’interno della quale si è
ormai affermata grandemente la modalità della diserzione dalle urne,
rappresenta l’altro elemento che fa affermare come il bipolarismo sia finito.
A differenza di quanto sostenevano molti politologi
statunitensi negli anni’70 – ’80 la crescita del “non voto”, almeno per quel
che riguarda il “caso italiano”, non può essere attribuita all’indifferenza di
coloro che, tutto sommato, in questo modo consentono al sistema di governo di
proseguire la propria marcia all’insegna di una sorta di “tutto va ben madama
la marchesa”.
Non è così: nella disaffezione al voto che ha ormai toccato
la stessa percentuale, più o meno, di voti ottenuti singolarmente dagli altri tre protagonisti del
sistema politico italiano, risiede l’espressione di almeno due fattori molto
importanti che alla fine, però, coincidono nella motivazione di fondo.
Si tratta, infatti, per la maggior parte di casi, di un “non
voto” di protesta che proviene da entrambe le principali aree politiche
presenti nel sistema . ma anche (ed è questa una novità importante) anche da
quell’area di sinistra di alternativa, in particolare dai due partiti eredi
della scissione del PCI/PDS di Rimini’91: non si possono spiegare in altra modo
i fallimenti clamorosi dell’Arcobaleno prima e di Rivoluzione Civile poi.
Una parte consistente dell’elettorato di sinistra ha voltato
le spalle a queste scelte sciagurate, non ha votato il M5S e non trovando
un’offerta politica adeguata si è rifugiato nell’astensione; così come del
resto hanno fatto quegli elettori delusi sia del PDL, sia del PD.
L’esito di questo insieme di stato di cose è quella di una
incredibilità complessiva del sistema e di espressione di uno scetticismo
generale da parte dell’opinione pubblico: una situazione al riguardo della
quale tra l’altro lo spettacolo offerto dai due maggiori partiti è davvero
giudicabile come miserando.
il sistema troverà
così sempre più difficoltà a reggere: difficoltà che aumenteranno se le scelte
della maggioranza parlamentare, sul terreno delle modifiche istituzionali, si
orienteranno sempre di più verso l’esaltazione della governabilità attraverso
una modifica della legge elettorale orientata in direzione di un’ulteriore
riduzione delle possibilità di espressione politica plurale e l’avvento –
formale – del presidenzialismo.
Un’ulteriore “reductio” nella possibilità di rapporto tra
politica e società .
Il sistema politico si arroccherebbe sempre di più nel
fortezza del “partito di cartello” che ormai PD-PDL hanno formato (ben al di là
delle possibili scissioni interne) allo scopo di perpetuare i propri residui
poteri di spesa e di nomina e realizzare una presenza parlamentare ormai
ridotta a simulacro degli esponenti dei loro esponenti“ mentre la tanto decantata
governabilità, si realizzerebbe attraverso l’ espressione concreta sul piano dei
contenuti imposta e vigilata dall’Europa
della BCE.
Imposizione e vigilanza ormai considerate come un bene in sé.
Il sistema politico potrebbe così deflagrare per
l’incapacità di reggere un’espressione crescente di sfiducia collettiva e di
scetticismo generale ,fortemente motivati dalle condizioni materiali in cui
versano i più importanti ceti sociali e dall’assenza di soggetti politici
minimamente credibili.
E la sinistra, in tutto questo bailamme?
Qualcuno oggi intravede nell’ascesa di Matteo Renzi alla
guida del PD un’opportunità di apertura di spazi a sinistra.
E’ necessario intenderci su questo punto, perché se quest’apertura
di spazi sarà intesa come un
rafforzamento di settori politici del tipo di quelli occupati dagli ex-DS
interni al PD o da SeL, si tradurrà
immediatamente in un rafforzamento della logica liberista e del
presidenzialismo e nella sostanza nel la copertura di una espressione di filosofia politica del tutto ingannevole e
mistificatoria perché di fatto interna alle “larghe intese”.
Il tema da valutare, invece, per quel che riguarda una
possibile presenza di sinistra d’alternativa e d’opposizione (che dal punto di
vista della soggettività e della strutturazione è ancora tutta da costruire) è
quello della presenza, nell’area dell’astensione, dei soggetti sociali
determinanti per una vera e propria operazione di rilancio.
Non si tratta quindi di guardare all’interno delle poche
forze residuali presenti nei soggetti che ancora si agitano, in forma drammaticamente
minoritaria, a lato della scena politica, e che saranno presto chiamate
brutalmente a prendere atto di una situazione di assoluta marginalità.
Se si vuole davvero dar vita ad un soggetto politico che
risulti in grado di esprimere, incisivamente, una proposta di opposizione per l’alternativa
sarà necessario porsi in stretta connessione con quei larghi strati di popolazione che non solo
soffrono i termini materiali della crisi ma che si sono visti, via, via,
sottrarre anche una soltanto minima possibilità di espressione politica.
All’interno di questi strati di popolazione ormai sfiduciata
e assente si trovano tra l’altro stanno una parte dei militanti migliori che,
nel corso dei decenni passati, hanno animato grandi lotte sociali e importanti
presenze politiche, a dimensione nazionale e in periferia.
Sta a noi, senza soffermarci a guardare all’indietro verso
situazioni ormai abbondantemente superate nei fatti, a non farci trovare
impreparati all’appuntamento.
Per adesso pare che il ritardo accumulato sul terreno dell’analisi
e della proposta politica risulti ancora fortissimo.
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