La priorità di questa fase, sul terreno politico e insieme
culturale e dell’indirizzo del senso comune di massa, è quella di costruire
l’opposizione al dilagante processo di eversione antidemocratica e di
arretramento che emerge dal
comportamento da quelle che si vorrebbero “classi dirigenti del futuro”: un
fenomeno ciclico nella storia d’Italia, al riguardo del quale c’è stato un solo
momento di effettivo contrasto, quello segnato dalla presenza dei grandi
partiti di massa emersi dalla lotta al nazifascismo.
Non è il caso però di cercare di recuperare soltanto antichi
valori: è il caso di leggere ciò che accade in termini di vera e propria
modernità, della quale questo governo sta tragicamente facendosi interprete.
Il primo elemento con il quale fare i conti è quello di un
ritorno, banale ma pericolosissimo, a una tendenza nazionalista e bellicista.
Ciò avviene tra l’altro a fronte di un fenomeno che
rappresenta, in questo senso, un vero e proprio terreno di coltura per tutti
gli egoismi di vario tipo che inquinano il quadro culturale e sociale: il
fenomeno delle migrazioni al riguardo del quale non si riesce proprio a far
passare il senso della globalità che contiene, e dell’estrema gravità che
presenta in altre parti del mondo prima ancora che qui, nel nostro piccolo orto
di casa.
La tendenza a una stupida glorificazione nazionalista appare
poi confortata dall’atteggiamento dei mezzi di comunicazione di massa, in
particolare dalle televisioni che esaltano qualsiasi piccolo avvenimento in una
chiave che, soltanto qualche anno fa, sarebbe apparsa del tutto ridicola. Un
altro segnale di vero e proprio “arretramento dell’intelligenza” prima ancora
che culturale: pensiamo soltanto alla scenografia kitsch imposta alle cerimonie
pubbliche.
Non si tratta di un segnale secondario perché il rinnovo
della retorica nazionalista si accompagna con una scelta ben precisa al
riguardo dell’economia, che la compensa largamente.
La scelta è quella della totale separatezza tra politica ed
economia, con quest’ultima affidata al “pilota automatico” del monetarismo
della BCE e della Commissione Europea e alla ferocia della gestione
capitalistica ispirata al “modello Marchionne”.
Alla politica rimane il compito della distribuzione di
incentivi (gli 80 euro, la parzialità nel rimborso ai pensionati, la riduzione
nel numero delle assunzioni dei precari nella scuola, ecc.).
La politica che si occupa soltanto di nomine e di spesa in
funzione meramente elettoralistica, con l’anello di congiunzione con l’economia
rappresentato dalla “legislazione dello sfruttamento” (vedi job act).
E’ questo, fin qui descritto nei due punti del recupero del
nazionalismo e della separatezza di gestione tra politica ed economia il quadro
di contorno della realtà italiana così come questa si presenta rispetto ad
alcuni mutamenti di fondo nei rapporti interni alla società.
Esiste un filo (naturalmente non “rosso”) che tiene assieme
alcuni provvedimenti che tendono a mutare e a snaturare proprio i rapporti
sociali impostandoli e definendoli sul terreno dell’individualismo corporativo,
dell’affermazione di una sorta di “unicità” nella sopraffazione politica, nella
barbarie dello scambio diseguale.
Il primo terreno sul quale ci si sta misurando, da questo
punto di vista, è quello della costruzione di un “gruppo di potere” inteso in
senso lato, a tutti i livelli, costruito verticalmente e orizzontalmente, fuori
e dentro le istituzioni ma reso compatto dall’adozione del verbo “unico” della
prevalenza del singolo e del potere che rappresenta sul collettivo.
Una scala di capi e capetti (cape e capette, beninteso in un’esaltazione
della presenza femminile attuata nel senso del più puro maschilismo
dell’arroganza) costruito a tutti i livelli e tenuto assieme, compattato,
dall’idea del dominio e dell’assenza di contrasto in ispecie sotto l’aspetto
dell’idealità: la nuova legge elettorale è costruita proprio su questo modello,
ma si cerca di far rispondere l’insieme delle strutture pubbliche e private a
questo tipo di criterio di fondo.
L’idea del capo e dei capetti (della capa e delle capette)
si accompagna perfettamente all’ideologia del “merito di classe” che spunta a
ogni piè sospinto in ogni atto e provvedimento non solo del Governo. Una vera e
propria ideologia negativa che emerge, ad esempio, con grande forza nella legge
di riforma della scuola e non soltanto nel passaggio, comunque decisivo, del
preside – padrone.
Preside – Padrone che rappresenta il vero e proprio “anello
di congiunzione” tra la filosofia del comando (che ispira la cosiddetta
“democrazia esecutiva”) e quella del merito: merito naturalmente da assegnare
attraverso la disugualità dei punti di partenza, stabiliti rigorosamente
attraverso l’applicazione dell’antico ma sempre valido “concetto di classe”.
Il resto della società, che non potrà mai avere accesso
all’area di comando e a quella del merito, grazie alle disuguaglianze acclarate
e consolidate dal “pilota automatico” dell’economia sarà affidato alla carità
gestita dai soggetti privati sussidiari che risponderanno, com’è scritto nelle
linee guida del Civil Act, ai luoghi del comando preventivamente stabiliti e
resi immutabili nel loro prestabilito Empireo.
Si tratta di un progetto a lungo termine che punta a
stravolgere il ruolo della politica e l’insieme dei rapporti sociali attraverso
l’espressione di una sorta di trimurti: individualismo egoista, segno del
comando unico inteso a livello di ideologia, carità quanto mai “pelosa”.
Intanto, all’interno di un quadro generale dominato
dall’esaltazione concreta del concetto di disuguaglianza economica e sociale,
si intrecciano già gli elementi del
“pensiero unico” che diventa vera e proprio totalitarismo.
E’ così per la circolare emessa dal Ministero della Pubblica
Istruzione che vieta di introdurre nella sede del famigerato Circo Barnum Expo
di Milano: “testi e documenti che contengano asserzioni o concetti diversi da
quelli esplicitamente autorizzati dalle Autorità di Pubblica Sicurezza”.
Evidente richiamo alle norme che durante il ventennio consentivano l’esclusione
da “tutte le scuole del Regno” agli studenti oppositori.
Ed è così anche per le dichiarazioni del ministro Padoan che
chiede “concertazione” tra Corte Costituzionale e Governo nell’emissione delle
sentenze: una dichiarazione in perfetto dispregio con la separatezza dei poteri
fondamento dello Stato Liberale.
Senza contare la “sparata” renziana sul sindacato unico.
Insomma: si respira in giro aria di fascismo.
E’ questo il nemico che ci troviamo di fronte in una
politica del dominio che recupera Carl Schimtt sotto mentite spoglie e prepara
la dittatura di un ceto di predestinati e privilegiati, tenuti assieme dalla
capacità del gonfiarsi il petto davanti alle telecamere.
Serve un’analisi di fondo attorno a questi temi per
riprendere le fila del discorso dell’opposizione, sociale e politica: per
adesso non se ne intravedono i segni, per l’eccesso di legami con il passato,
la voglia di accomodarsi ai piedi del potere, la pigrizia dell’affidarsi ai
luoghi comuni.
Sarà possibile aprire un discorso diverso raccolto attorno alle
contraddizioni reali e concrete dell’oggi e del futuro?
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