Mi piacerebbe possedere le capacità intellettuali adatte per
poter esprimere con compiutezza d’argomentazione la mia personale contrarietà
agli entusiasmi che, a sinistra, accompagnano l’azione di Syriza e di Podemos.
Purtroppo non sono in grado di farlo e quindi cercherò di
acconciarmi ad alcune schematiche osservazioni.
Però debbo scrivere in tutta franchezza che proprio non mi
va questo chiassoso accompagnamento verso il baratro che si sta realizzando ai
riguardi delle classi subalterne schiacciate pesantemente, come sempre e in
particolare in questa fase, dalla ferocia dei gestori del ciclo capitalistico.
Così come credo si possa affermare come appaia del tutto
negativo il quadro politico italiano caratterizzato ormai da un tratto
arditesco-fascistico (le rievocazioni sviluppate in questi giorni al riguardo
dell’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale sono risultate assai
esemplificative al riguardo) che accomuna quelle che sembrano essere le tre
principali correnti politiche.
Nessuna giustificazione, beninteso, del simulacro di Europa
che ci troviamo di fronte: in realtà si tratta di un gruppo di procacciatori
d’affari basati sulla pelle della povera gente, annidati tra Bruxelles,
Strasburgo e Francoforte.
Nulla da spartire con qualsiasi altro progetto d’Europa che
ha attraversato la storia: da quella imperial-bonapartista, al progetto
kantiano di Briand, al “vallo atlantico” anti-bolscevico ideato da Schumann e
Monnet.
Sotto questo aspetto il campo va sgombrato immediatamente:
questa Europa (se così si può chiamare) va combattuta fino in fondo analizzando
anche gli errori (?) commessi dai governanti in questi ultimi vent’anni: dal
Trattato di Maastricht, all’Euro, convinti che la caduta del Muro avrebbe
significato l’apertura di nuovi, grandi, mercati e che la storia sarebbe finita
lì.
Adesso ci troviamo, invece, soltanto per fare un esempio con
due possibili focolai di guerra mondiale e la ripresa di un minaccioso
bipolarismo armato.
Errori colpevoli così gravi che certi personaggi dovrebbero
essere trascinati davanti a un tribunale internazionale.
“Dixit et servavi anima mea” ma che la sinistra rispondesse
esclusivamente, per far fronte al declino della socialdemocrazia keynesiana,
con la fallacia del populismo non mi sembra proprio il caso.
Syriza, Podemos e i loro ineffabili imitatori italiani
(pensiamo alla fine della Lista Tspiras, del resto ben preventivata, mentre è
già pronto un civatiano “Possiamo”, da piangere se non fosse da ridere) non
paiono presentare, prima di tutto, alcun afflato e tensione internazionalista:
è questo il punto vero sul quale soffermarci.
Partire dalla condizione materiale dei ceti subalterni
significa tenere assieme le varie situazioni specifiche, nazionali e
transnazionali in un disegno che deve accomunarle in un progetto complessivo di
difesa e di riscatto sociale: su questo terreno non è stato mosso un solo
passo, anzi la risposta sembra essere sempre più venata di nazionalismo.
In secondo luogo emerge un acconciarsi da parte di questi
soggetti alla concezione della spettacolarità e della personalizzazione
nell’agire politico imposto dall’avversario tramite l’uso dei mezzi di
comunicazione di massa: si dirà sono i tempi e la modernità.
Ma che non risulti mai emergere un sussulto contrario, che
tutto appaia finalizzato alla propaganda elettoralistica appare impossibile:
che non saltino fuori mai (nonostante la pressione del quotidiano, beninteso)
pensieri “lunghi” e collettivi pare di nuovo proprio impossibile: il segno
dello smarrimento di una cultura, di una visione del mondo, di una filosofia
della storia che pure avevano dato dei risultati.
Ancora, e infine, manca una visione realistica circa la
possibilità di modificazione concreta dell’esistente: non tanto una visione
togliattiana del “possibile” ma almeno l’adozione, sacrosanta, dell’idea
gramsciana della “guerra di posizione” e della conquista delle “casematte”
della borghesia.
Gli elementi, insomma, che fecero grande il più grande
Partito Comunista d’Occidente: tanto per sviluppare un richiamo conclusivo che
non piacerà a parecchi impegnati a costruire improbabili soggettività “moderne”
all’insegna di indefinite “coalizioni”.
Certo così si possono vincere le elezioni magari acquisendo
qualche posto al sole.
Ma che da lì si scivoli facilmente nel “né di destra, né di
sinistra” mi pare un elemento da non trascurare. L’idea, come scritto poco
sopra, che si stia accompagnando chiassosamente nel baratro le classi
subalterne, ormai politicamente non rappresentate,proprio non mi abbandona.
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