In questi giorni è stata riscoperta la teoria delle “due
sinistre” (di famigerata memoria) tracciando però un’inedita linea di frattura:
“sinistra vincente” versus “sinistra perdente”.
Non è il caso di discettare se, in quest’occasione, verrà
riproposta una terza sinistra (dato e non concesso ovviamente che le due
precedenti appartengano alla storia iniziata dai montagnardi alla Convenzione).
La sinistra che conosciamo e che intendiamo continuare a
conoscere si colloca al di fuori del recinto della vittoria e della sconfitta:
è la sinistra che lavora per la storia, la sinistra comunista.
Benedetto Croce, nel 1942, scrisse un saggio dal titolo “Non
possiamo non dirci cristiani”: oggi, davanti allo sfacelo che il capitalismo ha
prodotto nei rapporti umani, economici, sociali, in una situazione nella quale
la guerra torna a essere predominante nella visione generale del mondo dalla
parte dei potenti, sarebbe il caso di scrivere “Non possiamo non dirci
comunisti”.
E’ il caso allora, oltre che per altre ragioni fondamentali
che si cercherà di seguito di riassumere, di ragionare sul perché oggi più che
mai è possibile affermare: “Non possiamo non dirci comunisti”.
Non possiamo non dirci comunisti considerando appieno che
cosa sono stati, nel ‘900, i totalitarismi assurti al ruolo di Stato, nel
tentativo di inverare a quel livello veri e propri fraintendimenti dell’etica
marxiana.
Quest’analisi va ricordata appieno anche da parte di coloro
che, per la loro storia culturale e politica, hanno preso le distanze in tempi
non sospetti da quei totalitarismi: siamo stati tutti coinvolti, pur dissidenti
di varia natura filosofica e ideologica, esponenti di quei filoni di critica
che permisero di sviluppare esperienze politiche originali come quella,
esemplare, del Partito Comunista Italiano, nella sua ricerca di
“riconoscibilità nazionale”, il massimo ottenibile in quel tempo grazie
all’interpretazione (e anche manipolazione?) togliattiana dell’opera di
Gramsci.
E’ il caso allora di rispondere alla domanda che ha fin qui
suonato come un’affermazione: Perché non possiamo che dirci comunisti?
Il primo motivo lo ritroviamo proprio in Gramsci, nei suoi
scritti giovanili: non possiamo che dirci comunisti perché odiamo gli indifferenti
alle contraddizioni esplosive che percorrono questa società. Non siamo
indifferenti, anzi siamo partigiani della liberazione della donna e dell'uomo e
dell’eguaglianza.
Non possiamo che dirci comunisti perché il capitalismo, nel
compiere il suo ciclo, riscopre interi tutti i suoi lati più bestiali:
l’imperialismo, lo sfruttamento, la sopraffazione, la distruzione delle ragioni
e della possibilità della convivenza nel genere umano e tra il genere umano e
l’ambiente.
Non possiamo che dirci comunisti perché abbiamo bisogno di
andare a fondo nell’esplorare i meccanismi che l’avversario sa mettere in campo
soprattutto sui terreni dell’alienazione e della mistificazione: sono mutati i
termini del rapporto tra struttura e sovrastruttura, è necessario interrogarci su
questo e comprendere le motivazioni della modernità, ma allo stesso tempo si
tratta di far capire che la saldatura tra questi due elementi, la struttura e
la sovrastruttura, formano il dominio.
Il dominio che il capitalismo esercita non solo sulla fatica
e la sofferenza umana, ma sulla stessa mente: cerca di impadronirsi del
pensiero. E’ il capitalismo, senza identificazioni di sorta (finanziario o
altro) ma in quanto tale il vero “Grande Fratello” di questo XXI secolo.
E’ ancora la lotta di classe il riferimento dello scontro
sociale a tutti i livelli: è la lotta di classe lo strumento attraverso il
quale reclamare la pace, l’eguaglianza, la trasformazione dello stato di cose
presenti.
Disponiamo ancora di un imponente bagaglio teorico, non
abbiamo dimenticato la necessità di sviluppare sempre una tensione
internazionalista, siamo ancora capaci di indignarci per l’evidenza
dell’ingiustizia e della disuguaglianza, intendiamo sviluppare politica e
conflitto sociale perché non siamo certo i sacerdoti di un culto “quasi
estinto”: per tutti questi motivi non possiamo che dirci comunisti.
Essere comunisti oggi richiede, almeno per quello che
riguarda la realtà italiana rivolta al complesso della situazione
internazionale, la riedificazione di un partito, di un’organizzazione politica
compiuta, radicata nella società, capace di sviluppare rapporti sociali ed
anche rapporti politici, politica delle alleanze, presenza istituzionale,
presenza costante nelle lotte a tutti i livelli nei posti di lavoro, nelle
scuole, nei quartieri.
Oggetto e soggetto
non rinchiuso in inutili settarismi, ma provvisto di identità e di visione
egemonica risultando ben calato nella realtà quotidiana e nella prospettiva
storica.
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