Il lascito della storia del XX secolo sembra essere ormai
ridotto alla banalità della gestione del potere, a tutti i livelli e a tutte le
latitudini.
Il fondamento dello storicismo marxista sembra ormai
abbandonato in favore di un’idea immediatistica e trasformistica della
politica, attraverso la quale si ricerca esclusivamente di trarre profitto
dall’insieme delle tragedie umane, prima fra tutte quella della guerra.
I due secoli delle grandi contese belliche, ma anche della
filosofia del riscatto umano, il XIX e il XX sembrano ormai abbandonati nel
limbo di una pallida memoria fatta solo di tragedie e di “pensiero unico”:
redatti dai vincitori del momento i manuali di storia sembrano indicare i
popoli a “stringere i denti”. Dormite in pace, suggeriscono, soffrite in
silenzio, dimenticate la Comune di Parigi, la Lunga Marcia, le Brigate
Internazionali in Spagna, Rosa Parks, le lotte anticoloniali.
Adesso ci pensiamo noi, i dominatori di sempre, a riempirvi
di propaganda e a gestire un eterno presente.
Che abbiamo imparato allora da questo XX secolo che continua
a rimbalzare nelle nostre teste?
Vale la pena , forse, rileggere quanto scrisse Serge Halimi
presentando il volume “Storia Critica del XX Secolo” redatto da “Le Monde diplomatique”.
Il XX secolo fu all’inizio quello dello sviluppo del
sindacalismo, la potenza del razionalismo e il progresso delle scienze: si
intravedeva il successo della democrazia politica, il declino degli imperi e la
marcia verso l’uguaglianza.
Oggi l’oligarchia si piazza solidamente nei palazzi
governativi; la fine degli imperi coloniali ha dato origine a nuovi rapporti di
dipendenza; lo scarto tra la fortuna di Bill Gates e quella di uno dei suoi
giardinieri ha pochissimo da invidiare a quello che separava il tenore di vita
di Luigi XVI da quello di un contadino che andava a presentargli le sue
rivendicazioni.
Per impegnarci ancora una volta in una sacrosanta battaglia
delle idee occorre riportare alla luce capitoli dimenticati, appunto
comprendere la storia.
Dopo aver vissuto il Fronte Popolare fra gli operai in
lotta, Simon Weil scrisse: “conta molto quando si è miserabili e soli avere con
sé la storia”.
Senza il ricordo di quei momenti incandescenti nel corso dei
quali i popoli hanno pensato l’impensabile, e a volte rovesciato
l’irreversibile, la “folla schiava” di quelli che non avevano altro che il loro
lavoro come capitale sarebbe stata condannata a “stringere i denti. Tenere.
Come un nuotatore sull’acqua. Con l’unica prospettiva di nuotare sempre fino
alla morte”.
Non possiamo abbandonarci al presente per guardare al futuro
recuperando la memoria nel senso che ci ha indicato Eric Hobsbawm: “ La memoria
non è tanto un meccanismo di registrazione, quanto un meccanismo di selezione
che consente di leggere i desideri del presente nel passato”.
Insomma, per dirla con una frase conclusiva: “la storia non
è finita, ma continua”.
A essa vale allora ancora la pena di riferirci anche nelle
battaglie dell’oggi.
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