A questo punto è facile arguire che, nel ristretto mondo
dominato dall’”autonomia del politico”, le elezioni regionali della Liguria
saranno considerate come la “madre di tutte le battaglie”.
Si annuncia, infatti, uno scontro diretto tra il renziano
“bullismo d’accatto” e chi, dopo averne passivamente facilitata la resistibile
ascesa, sta cercando di sottrarsene all’influenza e- di conseguenza- quanto i
cascami di questo duello potranno favorire il Movimento 5 Stelle, pervicace
nell’isolamento, e un centrodestra che sta tentando proprio l’avventura di
dimensione nazionale.
Purtuttavia, anche a leggere le dichiarazioni dei candidati,
non si sfugge a qualcosa di più di un’impressione che riguarda ciò che manca
nel ragionamento complessivo verso il quale ci si sta avviando a questa tornata
elettorale.
E’ assente, infatti, una riflessione complessiva rivolta
prima di tutto al ruolo dell’Ente Regione nel suo insieme: Ente Regione che, in
particolare dall’avvento dell’elezione diretta, si è dimostrato il vero e
proprio “buco nero” del tessuto istituzionale del nostro paese; quello di cui
si dovrebbe discutere seriamente dell’abolizione.
Nel corso degli anni L’Ente Regione, che la sinistra aveva
considerato fin dagli anni’70 l’architrave di un processo di progressiva
democratizzazione, ha mutato profondamente natura passando da un impianto di
possibile produzione legislativa di qualità a essere soggetto, principalmente,
di nomina e di spesa dando così origine a clientelismi e sperperi.
Clientelismi e sprechi accentuatisi di molto con l’entrata
in vigore della legge sull’elezione diretta del Presidente, stupidamente
denominato dai mezzi di comunicazione di massa “Governatore”, con la possibilità
di nomina di parte dei consiglieri.
L’apparato regionale è così stato messo a disposizione del
meccanismo elettorale e si è trovato proiettato in un’eterna campagna
elettorale, come hanno ben dimostrato le vicende più recenti della Liguria ad
esempio in relazione allo scandalo CARIGE, esemplificativo del rapporto diretto
tra le istituzioni e il mondo economico.
L’accentuazione del regionalismo, avvenuta con la modifica
del titolo V della Costituzione nel 2001 per opera di una maggioranza di
centrosinistra su spinta imitativa di quello che appariva il vincente progetto
leghista di “devolution”, ha clamorosamente fallito il suo compito in
particolare nei due delicatissimi settori nei quali ha avuto piena facoltà d’intervento:
sanità e trasporti, ormai intrecciati in un coacervo di pubblico e di
favoritismo privato (si veda la recente legge sulla facoltà di visite private
ai primari ospedalieri o il processo in corso di accorpamento delle società di
trasporto locale sul territorio) che ha originato insieme spaventosi deficit e
forti disservizi.
Le Regioni hanno rappresentato, inoltre, fonte primaria
dell’inasprimento fiscale e luogo d’elezione della più minuta “questione
morale”: quella della ruberia spicciola sui conti della spesa, nemmeno la
ruberia in grande dello scambio tra scelta politica e danaro.
Insomma: un bilancio tutto negativo che rende difficile la
scelta del cittadino elettore.
Scelta resa ancora più difficile dal processo imperante di
personalizzazione della politica, proprio perché la qualità degli aspiranti è
stata ben duramente messa alla prova nel corso di questi anni.
Tutto ciò si verifica in una situazione ligure di assenza di
capacità d’inserimento in un moderno processo di reindustrializzazione ad alto
tasso d’intensità tecnologica (anzi quel poco che è rimasto viene venduto
all’estero), con la situazione idrogeologica del territorio che appare la
peggiore a livello nazionale, con il permanere rispetto alle infrastrutture
della logica perdente delle “grandi opere”.
D’altro canto vi sono questioni che dovrebbero essere
affrontate: dal tema dei fondi europei, a quello del sistema della portualità,
al nodo di Genova Città-Regione con la conseguente corporativizzazione
localistica d’interi settori economici, al rilancio di settori decisivi come la
cantieristica e la salvaguardia di produzioni specifiche che trovano proprio in
Liguria la sede del loro know-how.
Osserveremo con attenzione lo svolgimento della campagna
elettorale.
Se facciamo riferimento a ciò che è emerso dalle primarie
del PD e, successivamente, alle prime indicazioni emerse dal M5S (copriamo con
un pietoso velo la candidatura del centrodestra) il pessimismo pare più che
giustificato.
La presentazione delle liste a sinistra appare zavorrata,
prima di tutto, da un’incomprensibile divisione non giustificabile verso
l’elettore medio sia in tema di programmi, sia di finalità politiche.
Inoltre appare eccessiva la contiguità con il PD, in quanto
i principali soggetti politici presenti a sinistra, SeL e Rifondazione hanno
appoggiato la giunta Burlando attraverso incredibili contorcimenti dentro e
fuori l’aula e trasformismi vari (alcuni tra questi soggetti sono anche
approdati a una lista di appoggio alla candidatura Paita denominata “Liguria
che cambia”, forse l’ironia è troppo sottile per essere compresa). Ancora, in
particolare a Savona, stride completamente una presentazione autonoma alle
Regionali con il persistente appoggio a una giunta comunale del tutto
impresentabile come quella formata dagli allegri compari esponenti del PD sotto
la Torretta, con il Sindaco che si permette di affermare che “ il voto a
sinistra è inutile”.
Forse la Liguria, terra di grandi tradizioni operaie,
avrebbe meritato di meglio.
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