domenica 3 maggio 2015

PRIME CONSIDERAZIONI SULLE ELEZIONI REGIONALI DELLA LIGURIA di Franco Astengo



A questo punto è facile arguire che, nel ristretto mondo dominato dall’”autonomia del politico”, le elezioni regionali della Liguria saranno considerate come la “madre di tutte le battaglie”.
Si annuncia, infatti, uno scontro diretto tra il renziano “bullismo d’accatto” e chi, dopo averne passivamente facilitata la resistibile ascesa, sta cercando di sottrarsene all’influenza e- di conseguenza- quanto i cascami di questo duello potranno favorire il Movimento 5 Stelle, pervicace nell’isolamento, e un centrodestra che sta tentando proprio l’avventura di dimensione nazionale.
 
Purtuttavia, anche a leggere le dichiarazioni dei candidati, non si sfugge a qualcosa di più di un’impressione che riguarda ciò che manca nel ragionamento complessivo verso il quale ci si sta avviando a questa tornata elettorale.
E’ assente, infatti, una riflessione complessiva rivolta prima di tutto al ruolo dell’Ente Regione nel suo insieme: Ente Regione che, in particolare dall’avvento dell’elezione diretta, si è dimostrato il vero e proprio “buco nero” del tessuto istituzionale del nostro paese; quello di cui si dovrebbe discutere seriamente dell’abolizione.
Nel corso degli anni L’Ente Regione, che la sinistra aveva considerato fin dagli anni’70 l’architrave di un processo di progressiva democratizzazione, ha mutato profondamente natura passando da un impianto di possibile produzione legislativa di qualità a essere soggetto, principalmente, di nomina e di spesa dando così origine a clientelismi e sperperi.
Clientelismi e sprechi accentuatisi di molto con l’entrata in vigore della legge sull’elezione diretta del Presidente, stupidamente denominato dai mezzi di comunicazione di massa “Governatore”, con la possibilità di nomina di parte dei consiglieri.
L’apparato regionale è così stato messo a disposizione del meccanismo elettorale e si è trovato proiettato in un’eterna campagna elettorale, come hanno ben dimostrato le vicende più recenti della Liguria ad esempio in relazione allo scandalo CARIGE, esemplificativo del rapporto diretto tra le istituzioni e il mondo economico.
L’accentuazione del regionalismo, avvenuta con la modifica del titolo V della Costituzione nel 2001 per opera di una maggioranza di centrosinistra su spinta imitativa di quello che appariva il vincente progetto leghista di “devolution”, ha clamorosamente fallito il suo compito in particolare nei due delicatissimi settori nei quali ha avuto piena facoltà d’intervento: sanità e trasporti, ormai intrecciati in un coacervo di pubblico e di favoritismo privato (si veda la recente legge sulla facoltà di visite private ai primari ospedalieri o il processo in corso di accorpamento delle società di trasporto locale sul territorio) che ha originato insieme spaventosi deficit e forti disservizi.
Le Regioni hanno rappresentato, inoltre, fonte primaria dell’inasprimento fiscale e luogo d’elezione della più minuta “questione morale”: quella della ruberia spicciola sui conti della spesa, nemmeno la ruberia in grande dello scambio tra scelta politica e danaro.
Insomma: un bilancio tutto negativo che rende difficile la scelta del cittadino elettore.
Scelta resa ancora più difficile dal processo imperante di personalizzazione della politica, proprio perché la qualità degli aspiranti è stata ben duramente messa alla prova nel corso di questi anni.
Tutto ciò si verifica in una situazione ligure di assenza di capacità d’inserimento in un moderno processo di reindustrializzazione ad alto tasso d’intensità tecnologica (anzi quel poco che è rimasto viene venduto all’estero), con la situazione idrogeologica del territorio che appare la peggiore a livello nazionale, con il permanere rispetto alle infrastrutture della logica perdente delle “grandi opere”.
D’altro canto vi sono questioni che dovrebbero essere affrontate: dal tema dei fondi europei, a quello del sistema della portualità, al nodo di Genova Città-Regione con la conseguente corporativizzazione localistica d’interi settori economici, al rilancio di settori decisivi come la cantieristica e la salvaguardia di produzioni specifiche che trovano proprio in Liguria la sede del loro know-how.
Osserveremo con attenzione lo svolgimento della campagna elettorale.
Se facciamo riferimento a ciò che è emerso dalle primarie del PD e, successivamente, alle prime indicazioni emerse dal M5S (copriamo con un pietoso velo la candidatura del centrodestra) il pessimismo pare più che giustificato.
La presentazione delle liste a sinistra appare zavorrata, prima di tutto, da un’incomprensibile divisione non giustificabile verso l’elettore medio sia in tema di programmi, sia di finalità politiche.
Inoltre appare eccessiva la contiguità con il PD, in quanto i principali soggetti politici presenti a sinistra, SeL e Rifondazione hanno appoggiato la giunta Burlando attraverso incredibili contorcimenti dentro e fuori l’aula e trasformismi vari (alcuni tra questi soggetti sono anche approdati a una lista di appoggio alla candidatura Paita denominata “Liguria che cambia”, forse l’ironia è troppo sottile per essere compresa). Ancora, in particolare a Savona, stride completamente una presentazione autonoma alle Regionali con il persistente appoggio a una giunta comunale del tutto impresentabile come quella formata dagli allegri compari esponenti del PD sotto la Torretta, con il Sindaco che si permette di affermare che “ il voto a sinistra è inutile”.
Forse la Liguria, terra di grandi tradizioni operaie, avrebbe meritato di meglio.


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