L'arte politica anticostituzionale
Il progetto di Renzi procede con l’attacco più organico
finora sferrato nei confronti dei principi della democrazia sociale su cui
poggia la
nostra Costituzione.
Uno stravolgimento irreversibile ove non respinto, che consiste nel coniugare definitivamente autoritarismo “sociale” dell’impresa e autoritarismo “politico” delle istituzioni, dopo aver delegittimato il conflitto e aver cancellato il diritto legittimo e fondamentale alla rappresentanza in sede istituzionale del pluralismo sociale. Soppressione dell’art.18, abolizione del senato elettivo, legge elettorale, costituiscono un unicum perpetrato con la stessa tattica con cui sono stati trafitti i Curiazi dall’Orazio rimasto solo in una arena vociante e forse anche allora attratta più dallo spettacolo che dalla posta in gioco.
Uno stravolgimento irreversibile ove non respinto, che consiste nel coniugare definitivamente autoritarismo “sociale” dell’impresa e autoritarismo “politico” delle istituzioni, dopo aver delegittimato il conflitto e aver cancellato il diritto legittimo e fondamentale alla rappresentanza in sede istituzionale del pluralismo sociale. Soppressione dell’art.18, abolizione del senato elettivo, legge elettorale, costituiscono un unicum perpetrato con la stessa tattica con cui sono stati trafitti i Curiazi dall’Orazio rimasto solo in una arena vociante e forse anche allora attratta più dallo spettacolo che dalla posta in gioco.
La truffa
elettorale, volta a introdurre il bipartitismo e il
presidenzialismo-bipartitico, fa da suggello ad un tale depotenziamento della
sovranità popolare da abolire definitivamente il principio “una testa un voto”.
La sudditanza di forze politiche e sociali, governo e istituzioni, di fronte
alle pretese delle forze imprenditoriali e del governo ha aperto una voragine
nella democrazia, prima abrogando il proporzionale e scambiando per un rifiuto
della democrazia lo sdegno dei cittadini per l’occupazione dello stato da parte
dei partiti, poi scambiando i costi e i tempi della democrazia per uno spreco
del denaro e della intelligenza dei cittadini, che – secondo la vulgata
ideologica politologica e giornalistica – sarebbero tutti desiderosi di sapere
il vincitore di una partita truccata la sera stessa di frettolose votazioni
Con la
reiterazione di una legge elettorale che non è insensato accostare alla legge
Acerbo del 1923, si vorrebbe chiudere la peculiarità del caso italiano,
inaccettabile per il capitalismo
finanziario del blocco storico” euro-atlantico”, sia per la differenza specifica
della Costituzione del 1948, sia per la permanenza di una coscienza democratica
di massa, ravvivata in forme significative anche in occasione del recente 25
aprile e del 70° della Liberazione dal nazifascismo.
Non è un caso che due
giorni dopo la fiducia, l’agenzia di rating Fitch approvi l'Italicum perché
“diminuisce la volatilità politica” e “fa progredire il paese verso le
necessarie riforme strutturali e i cambiamenti macroeconomici che favoriscono la
crescita”. (https://www.fitchratings.com/gws/en/fitchwire/fitchwirearticle/New-Electoral-Law?pr_id=984181). Come
dimenticare che da anni il mondo finanziario USA chiede una riduzione della
democrazia e che Renzi ne ha fatto la sua bandiera?
Si elevano così ad arbitri
gruppi di vertici di potere che si contrastano tra loro per obbiettivi di mera
gestione dell’arena politica sfuggita al controllo sociale, in totale
subalternità al poter economico e senza la necessaria capacità discriminante sul
terreno economico-sociale. Non deve quindi meravigliare che l’attuale presidente
del consiglio si sia recato alla Borsa di Milano proprio il giorno della fiducia
in Parlamento sulla legge elettorale
ipermaggioritaria.
Appiattendoci
renzusconianamente, sulla “società che è cambiata”, il “mondo che è cambiato”,
il “capitalismo che è cambiato”, si è asserita la fine di “tutto il
900”,
abbandonando la lotta per la democrazia e convertendola in scalata alla stanza
dei bottoni. Si è così arrivati alla rottura con la teoria della democrazia di
massa della Costituzione, della Resistenza e dell’Antifascismo: quindi della
democrazia economico-sociale fondata sul lavoro. Guardando avanti verso il
futuro senza alcuna memoria si è perso anche quel nesso unitario e articolato
tra tutti i valori che portano al centro lavoro, natura, ruolo e destino delle
classi.
Non avendo il coraggio di
uscire dal coro del minimalismo dell’azione “riformista”, non si è più voluto
cogliere l’occasione per rafforzare la rivendicazione della legittimità storica
della rivoluzione perseguita dal movimento operaio con le sue alleanze sociali,
attraverso la individuazione delle contraddizioni che hanno pesato nelle
esperienze di lotta sociale e politica per una transizione dal
liberalismo/liberismo al socialismo, dal primato del privato all’interesse
pubblico, in un conflitto dotato di regole quando avviene nella piena
espressione del pluralismo sociale che lo contraddistingue come democratico,
ancorché irriducibile.
Allo scopo di evitare che
l’approfondimento del dibattito si configuri come "accantonamento" – con
astrazione dalla critica della situazione sociale e politica in atto – prendiamo
le mosse da una discussione che coinvolge non solo la denuncia degli obbiettivi
del capitalismo privato e della strategia della destra politica, ma anche i
limiti oggettivi e soggettivi di partiti e sindacati che, in qualche modo,
tengono ancora rapporti con il movimento operaio. Facciamo cioè riferimento alla
critica dei termini stessi in cui questi ultimi si autodefiniscono e attivano le
loro piattaforme programmatiche, con più o meno disancoramento dalle tendenze
teorico-politiche che in tutto il 900 hanno caratterizzato le lotte per la
"democrazia sostanziale", in nome dell’emancipazione e della modifica dei
rapporti sociali e di produzione capitalistici.
Fare politica
significa, come affermava Gramsci, fare e rifarsi alla storia e alla filosofia:
così un capitale che vuole rifarsi alla storia di un
passato da reiterare nella nuova e cangiante veste del corporativismo proprio
del capitalismo finanziario, ha fretta
di adeguare lo Stato con un’antiparlamentare forma di governo, per fronteggiare
possibili insorgenze sociali e per poter proseguire nelle
"politiche" ispirate alla linea "impoverire i ceti medi, tenere a bada i
ceti poveri e i lavoratori”.
L’Italicum,
volto ad imporre il presidenzialismo
bipartitico per
attuare una simbiosi (già in vigore) tra Stato e impresa, prefigura proprio un'antiparlamentare forma di stato e di
governo, con cui si impone sia l’autoritarismo statale, sia,
con la designazione degli eletti, la preminenza di fatto degli interessi delle
imprese anche nello Stato.
Come avviene
con l’introduzione dei sistemi maggioritari e uninominali che consentono – come
si vede dalle discussioni tra forze politiche che si scontrano sull’una l’altra
forma manomissoria - di “studiare” e
introdurre sistemi che a proprio vantaggio falsifichino il voto e ingannino gli
elettori. Portando alla crescita progressiva dell’astensionismo di un elettorato
popolare che rifiuta di dare fiducia ad un sistema che svilisce il voto e che
esclude dall’arena politico istituzionale una loro rappresentanza.
Cameron e
Renzi esultano per affermazioni virtuali. Infatti anche il parlamento inglese
viene distorto e frammentato dal sistema uninominale, mentre un sondaggio dice
che il 63% degli inglesi vorrebbe passare al sistema proporzionale. La realtà è
che non sono le regole la ragione prima che determini l'instabilità politica. Ė
l'assenza di politica nella politica, la rinuncia dei politici alle idee; sono
la standardizzazione, la corruzione, l'omologazione dei politici che portano
forze apparentemente distanti a perseguire gli stessi disegni e gli stessi
poteri, la prevaricazione del risultato elettorale sulle idee, che finiscono
“naturalmente” per determinare situazioni di pari e patta, perché tutti vogliono
vincere costi quel che costi e nessuno vuole perdere. Si tratta di pratiche
elettorali che tendono a portare il risultato ad una situazione di equilibrio
proprio perché i soggetti in gioco (i partiti) hanno come solo obiettivo quello
di ottenere la
maggioranza. Ma se tutti si adattano e trasformano, col tempo
tutte le differenze si controbilanciano, purché si escludano i ceti popolari e
sociali più bisognosi di cambiamento.
Tale loro
esclusione si sancirà, in modo ancor più
marcato e definitivo, con
l’ennesima truffa di premi non di
maggioranza ma dati ad una minoranza (come già la Legge Acerbo del 23),
nell’occupazione di vertici di forze politiche che occupano posti di privilegio
nel palazzo, escludendo dall’arena parlamentare chiunque confligga col sistema,
tagliando fuori la classe operaia, i lavoratori e le forze popolari con il
ritorno a forme politiche di rappresentanza non più anche sociale ma solo di
“ceto politico”. Un ceto che si divide solo per la gestione delle ‘spoglie del potere’ (essendo vero
potere solo quello del capitale economico e finanziario e avendo preventivamente
tutti optato per i valori del mercato).
In uno stato
confusionale di massa (in cui sindacati e sinistra annaspano), provocato
e consolidato in un trentennio di progressivo avvelenamento del “cervello
sociale” del Paese, si va verso la seconda Carta del
Lavoro.
L’art.18 dello Statuto dei lavoratori è stato difeso come
mero “diritto della persona umana” come se il lavoratore fosse un semplice
cittadino della società civile, invece che un soggetto che subisce le forme repressive
e del potere di classe dell’organizzazione capitalistica del lavoro. Inoltre è
stata imputata alla sua sola “modifica” l’effetto dirompente che era
invece da ricollegare alle "riforme istituzionali e al “Libro
Bianco”.
L'introduzione contemporanea e convergente di Leggi di
c.d. “riforma” di revisione costituzionale e di abolizione dell’Art. 18 e dello
Statuto dei lavoratori, nonché la legge elettorale, diventano così atti di un
disegno convergente, volto,
come abbiamo già dimostrato, a restaurare e coniugare tra loro l’autoritarismo
“sociale” dell’impresa e l’autoritarismo “politico” delle
istituzioni.
Addirittura,
come “scopri” ed ebbe denunciare Salvatore d’Albergo, il dominio del governo sul
Parlamento è stato inserito di soppiatto, (art.27 rigo 12 della "revisione")
assegnando al governo il potere di
chiedere all’organo del “monocameralismo” cioè alla camera, di deliberare
che "un disegno di legge,
indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo, sia iscritto
con priorita’ all’O.d.g e sottoposto
alla votazione finale entro 60 giorni dalla richiesta", alterando
già così la forma di governo
parlamentare.
In chiusura, vogliamo
riprendere la questione dell’abbandono del sistema elettorale "proporzionale"
che è stato l’architrave di un processo di democratizzazione, la cui
pregiudizialità, in linea di principio, è legata alla connessione tra pluralismo
sociale e pluralismo politico ai fini dello sviluppo di una conflittualità non
dominata dalla destra sociale e politica, e caratterizzata da un ruolo attivo
delle organizzazioni del movimento operaio, sì da trasferire nelle assemblee
elettive il peso della combattività espressa nei rapporti di
lavoro.
Destra/sinistra,
soprattutto oggi, costituiscono una diade che nasconde un appiattimento
omologante. E la stessa discussione se in Italia vi sia una o più "sinistre",
contribuisce ad allontanare nel tempo la possibilità di una nuova presa di
coscienza di massa. Presa di coscienza che può passare da un incardinamento
dell’opposizione politica su una opposizione sociale che scavalchi la diade
"parlamentaristica" destra/sinistra, proprio per fare delle istituzioni
rappresentative un passaggio e non l’unico obiettivo, riattribuendo alla società
civile il ruolo di formazione e impostazione degli indirizzi politici capaci di
coniugarsi con lotte volte a trasformare i rapporti sociali e non a registrarli
e mantenerli. Tanto più oggi che – ad onta della demonizzazione dei rapporti di
classe negli stati nazionali – le trasformazioni in corso legittimano il
rilancio dell’internazionalismo - da sempre bandiera del movimento operaio -
come antitesi, resa più matura e potenziata, alla "globalizzazione" dei poteri
finanziari, operata sia attraverso le istituzioni nazionali che europee, che
sovranazionali.
del Movimento Nazionale Antifascista difesa
integrale e rilancio della Costituzione Angelo Ruggeri e Mario
Agostinelli
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