Parlare oggi della deriva della democrazia significa
anche continuare con altre forze l’enorme lavoro analitico effettuato da
Salvatore D’Albergo, di cui siamo stati compagni e amici, e di cui ora sentiamo
di essere responsabilmente tra gli eredi. La nostra rivista [la
Contraddizione] ha ospitato negli anni vari suoi interventi di cui, nel
penultimo numero 149 [in “''Tombeau''di d'Albergo”] uscito nel dicembre
2014, abbiamo ripubblicato, come ci ripromettemmo, scrivendolo sul no 148
[“No al buffone: Renzichi?”], di ripubblicare un’ampia sintesi di
“Democrazia alla sbarra” scritto nel no.113 marzo 2006, e “Ipocrisia
istituzionale” scritto nel no.115 del luglio dello stesso anno, prima e dopo
il referendum costituzionale del 2006. Le argomentazioni e le “previsioni”
interne a quell’analisi di 9 anni fa, sono oggi più reali che mai, e i pericoli
involutivi denunciati allora si sono concretizzati nell’impianto generalmente
“riformatore” oltre che in particolari forme di legge.
La centralità del lavoro, che il sistema di capitale
cerca sempre di esorcizzare in vario modo, è stata per l’appunto immobilizzata
nella prima legge messa a punto dal governo Renzi, con il doppio intendimento di
rendere a) il lavoro continuamente ricattabile nella realtà, e b)
questa priorità fondamento della governance sul piano ideologico e
propagandistico. L’attacco alla democrazia, continuamente perpetrato dal cuore
costituzionale fino alle istituzioni e alle leggi deneganti ogni partecipazione
politica alle masse lavoratrici – di cui ampiamente d’Albergo ha sempre dato
conto – ha individuato il suo obiettivo fondamentale proprio
nell’incardinazione legalizzata alla subalternità senz’appello della
forza-lavoro presente e futura, come crisi richiede.
Il “ritorno al 1924” – che D’Albergo ultimamente ha
voluto richiamare – era riferito all’analogo attacco alle masse lavoratrici e ai
sindacati, anche sul piano istituzionale, mediante lo scioglimento del
parlamento e l’uso della legge-truffa, sulla falsariga di quella di G. Acerbo
nel ‘23, vanamente ritentata poi nel ‘53. La situazione attuale, sull’ipotesi o
minaccia di porre la fiducia sulla legge elettorale che legittimi una
maggioranza parlamentare favorevole al “premierato”, fa riemergere stessi
obiettivi e stessi arbitrî, anche se con mezzi e apparenze propagandistiche
diverse. Il “primato del mercato sulla democrazia”, ripetutamente denunciato da
d’Albergo sul piano della delegittimazione costituzionale, nelle forme del
“doppio stato”(poteri occulti, servizi segreti, terrorismo, stragi, ecc...),
come pure dei gruppi politici omologati agli interessi imprenditoriali e
finanziari nazionali e transnazionali, è ultimamente approdato alla formulazione
di legge denominata Jobs Act.
Il cosiddetto “cambiamento” riformista del governo Renzi,
è l’ultimo risultato in ordine di tempo di controriforme antisociali per la
centralizzazione del potere, e l’annullamento dell’autonomia di eventuali forme
rappresentative delle masse lavoratrici anche in futuro. La svolta autoritaria,
avallata dall’inconsistenza di una qualunque opposizione alla deriva mafiosa e
liberista di governi succedutisi all’indomani dell’operazione mani pulite,
approda oggi in un governo incaricato di concludere la piena attuazione del
Piano P2, sul definitivo sostanziale esautoramento di Parlamento e magistratura
nella loro dipendenza dall’esecutivo. Premierato, presidenziale o
neo-presidenziale, cancellierato o altro modello ancora in modo indifferente
nell’eufemismo da trovare, le deviazioni attuate dal governo parlamentare per
cancellare il principio di sovranità popolare – di costituzionale memoria –
possono essere emblematicamente riassunte nella legge che stabilizza
l’irretimento della forza-lavoro. Sinistramente sintomatico, poi, che a
rivendicare un’astratta “sovranità” patriottica, svuotata di ogni contenuto
sociale, sia invece la recentissima filiazione fascista di Casa Pound, nemmeno
preoccupata con i saluti romani di mascherarsi alla stregua degli scalatori più
scaltri del potere istituzionale, o di coloro che mai l’hanno
abbandonato.
La predisposizione attuale della revisione della seconda
parte della Costituzione è la diretta eredità del governo berlusconiano nella
piena sottovalutazione dell’art. 138, che stabilisce la possibilità di revisione
di leggi costituzionali soltanto ristretta a singole norme o singoli istituti,
che non coinvolgano però l’intero quadro democratico espresso nel ‘48.
Significativa l’analogia, poi, tra i ripetuti tentativi sui piani politici e
istituzionali, di vanificazione della sovranità popolare (sin dal governo Prodi)
mediante la sua sostituzione con i diritti fondamentali, civili, e quella
riaffermata all’interno della legge di riforma del lavoro dove si è sanzionata
la subalternità lavorativa, ammantata però di formali riguardi alla privacy,
tutele, astratte e inoperanti provvidenze atte a “conciliare” vita e lavoro.
Inutile dire che il Jobs Act è la ratifica legalizzata di una realtà lavorativa
di partenza, pretesa da un contesto sovranazionale e confindustriale nostrano,
di cui il governo “sinistro” si è fatto carico, sollevando così la destra da un
possibile o probabile distruttivo dissenso elettorale e sociale, quale termine
dell’“armonia prestabilita”, pace sociale, collaborazione o neocorporativismo da
mantenere, di cui la personificazione Marchionne da tempo è paladina.
Questa la cornice di un Jobs Act, che perfino nella
denominazione rivela la provenienza della velina internazionale da cui ha
supinamente preso corpo. Non si ripeteranno in questa sede tutti i punti
analizzati negli ultimi due numeri della nostra rivista (149, 150), cui
eventualmente si rinvia, ma si preferisce evidenziare quanto finora risulta uno
sviluppo emerso. Innanzitutto, la trovata anti-disoccupazione del contratto a
tempo indeterminato sta mostrando il suo decorso parallelo a tutta la tipologia
contrattuale precedente e rinnovata – come già previsto – a ulteriore
frantumazione giuridica dei lavoratori, contrapposti ora anche tra nuove e
vecchie assunzioni. Se le vecchie, infatti, godono di una residua monetizzazione
al posto del reintegro previsto dall’articolo 18, sono però più esposte al
rischio di licenziamento a causa di un appetibile ribasso salariale, da parte
aziendale, possibile o proprio auspicabile con quelle nuove.
Il 23 aprile scorso quasi tutti i quotidiani hanno
inneggiato all’efficace funzionamento della legge sul lavoro, sbandierando i
92.000 contratti in più rispetto a quelli cessati. A frenare gli entusiasmi però
sono arrivati i moniti di Nomisma, secondo cui è prematuro parlare di spinta
occupazionale, ma soprattutto i dati del Ministero del Lavoro e del Sole 24-ore, dai quali risulta che il saldo tra
attivazione e cessazione dei contratti a gennaio era di 334.000 unità, a
febbraio di 123.000, e a marzo di 92.000. Invece di una magica ripresa
occupazionale, si deve perciò parlare della festa decontributiva regalata alle
aziende da parte della legge. È stato calcolato che per ogni nuovo assunto a
tempo indeterminato, entro il 2015, gli incentivi fiscali (eliminazione del
costo del lavoro dalla base imponibile dell’Irap) e l’azzeramento dei contributi
previdenziali per tre anni ammontano a un risparmio/guadagno di 8.060 euro
l’anno per le aziende. Ulteriore chicca è stata offerta poi dalla Novartis,
contraddistinta da un personale qualificatissimo e di esperienza, in grado di
offrire ai propri dipendenti un articolo 18 riesumato, come benefit
elargito al “valore” lavorativo degli individui. Non il valore e
plusvalore materiale prodotto cioè, ma quello coesivo o “collaborativo”,
di obbedienza alle esigenze dell’azienda, dimenticando ogni concetto
“nostalgico”di unità di classe, di cui non s’ha più da parlare. Non a caso le
attuali retribuzioni restano ferme nonostante aumenti il costo della vita, e si
stipulino meno contratti alle donne, meno retribuite e sempre in attesa delle
annunciate normative sulla maternità. Ma questa è una legge a tappe: la
genericità iniziale funziona da ballon d’essai, poi arrivano
decreti attuativi sedimentabili un po’ alla volta (per non far esplodere una
conflittualità sociale corposa?), gli ultimi sono previsti solo per le vacanze
di agosto prossimo.
Il rapporto Eurostat in merito alla disoccupazione
europea mostra in prima fila questo paese per l’alto tasso di disoccupazione:
254 disoccupati in media per ogni operativo, 54 in Francia, 28 in Germania, 19
in Gran Bretagna. Coerenti con questi dati sono quindi gli investimenti relativi
del Pil: 0,03% in Italia, 0,21% in Gran Bretagna, 0,25% in Francia, 0,35% in
Germania. La deindustrializzazione in atto, ma da dissimulare, è visibile in
questi dati ma non decifrata per i lavoratori fluttuanti, latenti, occasionali,
disperati, ecc. in mancanza di criteri di lettura di questa fase critica
dell’imperialismo. La inoccupazione necessaria a un mutamento della divisione
del lavoro internazionale, deve essere gestita con giochi di prestigio
governativi per il contenimento di immediate reazioni di massa, ma non può
rispondere alle attese delle società espropriate e impoverite, governabili
quindi con forme coercitive sempre più mimetizzate.
La centralizzazione del potere politico ha richiesto
anche l’avocazione delle competenze (sottratte alle Regioni) per l’attuazione
delle politiche attive, che avrebbero dovuto essere gestite dall’Agenzia
Nazionale per l’occupazione, per un pacchetto di 5 miliardi – di cui molti
saranno spesi per incentivi aziendali. Gli Enti locali sono stati esclusi dal
ddl Boschi per essere accentrati a Roma, e per i 550 centri per l’impiego con
8.000 addetti – non in mobilità – non risultano stanziati che 60 milioni dalla
Legge di Stabilità, mentre i costi del personale ammonterebbero a 250 milioni
annui. Ancora non c’è traccia dei cosiddetti ammortizzatori sociali, non essendo
rintracciabili le risorse finanziarie previste sulla carta. In compenso sembra
in preparazione un’epurazione lavorativa per 20.000 esuberi nelle banche
popolari, senza ipotesi di politiche attive per il loro ricollocamento, mentre
la licenziabilità per i dirigenti pubblici dovrebbe sortire l’effetto di legarli
in modo definitivo alle aleatorietà della politica.
Le “tutele crescenti” rammentano disposizioni della Carta
del Lavoro fascista del 1927, gli strumenti per l’alternanza scuola-lavoro
lasciano intravvedere l’istituzionalizzazione del lavoro gratuito per i giovani,
la revisione delle mansioni è abbandonata all’incertezza dell’aumento di
difficoltà e delle decurtazioni salariali per chi lavora. Sui controlli a
distanza, poi, sembra che la dichiarata “tutela della dignità e della
riservatezza del lavoratore” sia svuotata di senso dall’uso possibile di
tecnologie innovative già approntate o proprio in uso. Sulla base ipocrita
dell’aumento di sicurezza, verrebbe a modificarsi l’articolo 4 dello Statuto dei
lavoratori mediante: microchip negli scarponi da lavoro o negli elmetti, il gps
integrato nelle cinture, braccialetti vibranti ai polsi, videocamere. Una
generica legge europea vieta il controllo negli spogliatoi, mense e aree
ricreative, mentre consente un monitoraggio del dipendente per indiretta
conseguenza, per proteggere la produzione, la salute e la sicurezza del
lavoratore. Intanto, nella realtà italiana Fincantieri avrebbe richiesto dei
microchip, mentre il gruppo Elior delle cinture per il bar autogrill MyChef di
Bologna, l’Inps delle telecamere nelle agenzie di Romano di Lombardia e
Treviglio. Negli Usa, riportato dal The Wall Street Journal “The boss is watching”, dalla ricerca di Aberdeen
Group, risulta che nel 2013 almeno
1/3 delle imprese ha monitorato i propri dipendenti. Epicenter, (Svedese) ha
utilizzato microchip sottopelle a sostituzione del badge per l’apertura di porte o accesso
ad ascensori.
Nel pianeta in crisi del capitale globalizzato i diritti
lavorativi sono stati abbattuti, per ora a macchia di leopardo. Da noi,
eliminato l’ultimo baluardo rimasto dell’articolo 18, sono stati anche
compensati con qualche concessione sui diritti civili (divorzio breve), in modo
da risultare un paese moderno a cancellazione di una conflittualità di classe,
non monopolizzata dall’alto, ma che fosse dispersa nei bisogni diffusi di una
popolazione alla mercé di normative geneticamente non più rintracciabili. I
politici, non già i capitali appaiono come i padroni delle nostre vite: quelli
non possiamo neppure più eleggerli, questi non li riconosciamo più come i nostri
sfruttatori. Gli elenchi dei detentori della ricchezza privatizzata sono solo
una curiosità statistica, non ci informano di quanto è stato sottratto alla
società tutta, secondo il diritto arbitrario della sola abitudine ad accumulare
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