L’inaugurazione in pompa magna dell’Expo milanese, fiera delle vanità e vetrina del
supersfruttamento ordito dal liberismo sfrenato e dalla ricerca dell’individualismo
consumistico, vero e proprio schiaffo alla miseria del mondo vale la pena
sviluppare alcune semplici riflessioni rivolte, prima di tutto, alla realtà
italiana ed europea.
Il primo spunto sul quale meditare riguarda l’affermazione,
ormai piena e completa, del “pensiero unico” fondato sul profitto, lo
sfruttamento, la sopraffazione, i privilegi dei ricchi e potenti: su queste
basi si è realizzato il potere europeo che si è imposto quale vero e proprio “pilota
automatico” nella direzione dell’egemonia tecnocratica e finanziaria con l’esclusione
della “politica”.
Quando, come nella vicenda italiana, i ceti dominanti fanno
finta di riaffermare il ruolo della “politica” questo viene usato
esclusivamente per affermare lo “status quo” del dominio: un solo esempio,
legato appunto al “caso italiano”, quello del job act che, in tutta evidenza,
non serve ad allargare i margini possibili dell’occupazione ma a stringere i
cerchi dello sfruttamento in diverse direzioni, mentre i dati statistici ci
indicano come si allarghi l’area della disoccupazione totale, in particolare
quella giovanile.
La “politica” viene usata, invece, per affermare il dominio
dell’idea astratta della governabilità quale unica frontiera possibile dell’agire
politico, eliminando il concetto di rappresentanza e, di conseguenza, la
pratica della dialettica democratica.
E’ proprio questo il senso profondo che esprime il testo
della nuova legge elettorale italiana che non è soltanto anticostituzionale nel
suo articolato ma che appare, nella sua ratio di fondo, profondamente
limitativa di qualsiasi prospettiva democratica com’era indicato, invece, dalla
Costituzione Repubblicana.
Inoltre, sempre per fermarci all’Italia ma considerando il
nostro Paese sede di un esperimento di limitazione della democrazia a livello
europeo (anche la Grecia è oggetto di sperimentazione, ma in un altro senso),
da questo quadro emerge anche un nuovo, aggressivo, militarismo e l’indicazione
di un’aggressività di fatto verso i nuovi fenomeni delle dinamiche umane
globali, “in primis” rispetto all’immigrazione.
L’esperimento italiano, ben incarnato dal governo in carica,
appare essere quello della “ferocia” nella gestione del ciclo capitalistico a
tutti i livelli: dell’azione politica, dell’intervento economico, della
promozione di un vero e proprio arretramento sociale nel rapporto di genere, di
quello con il territorio, la diversità delle espressioni culturali, il divario
tra le diverse aree del Paese e dell’Europa, le disuguaglianze di opportunità e
di reddito.
L’intensificazione dello sfruttamento complessivo, dato
innegabile che segna la fase, non richiede una ricerca di “modernità”, ma molto
più semplice un’analisi delle condizioni date che ci indicano, sic et
simpliciter, come, pur attraverso un’espressione di molteplicità di “fratture”,
la sostanza rimanga quella dell’allargamento e dell’inasprimento della
contraddizione di classe.
L’opposizione, prima di tutto culturale e sociale e – in
secondo luogo – politica appare in grave ritardo di comprensione nell’insieme
di questi fenomeni e frantumata rispetto all’esigenza pressante di muoversi per
affrontarla cercando di comprendere come sia necessario mettere in campo una
massa critica organizzata all’interno di una compiuta soggettività politica.
Soggettività politica che non può darsi una prospettiva di
semplice contrasto con l’esistente, ma che deve mantenere nel proprio bagaglio
teorico – organizzativo elementi fondativi tratti direttamente dalla continuità
con la grande storia del movimento operaio.
Servirebbe una sede adeguata allo scopo di far ripartire una
riflessione di fondo su questi temi e, insieme, un meccanismo di riaggregazione
sociale e politica.
Su questi temi molto ci sarebbe da riflettere e da scrivere:
sentendo il peso di un primo maggio che si sta svolgendo proprio all’insegna
della pesantezza della repressione sarebbe proprio il caso di avviare un
percorso molto più incisivo e collegato alla realtà di quanto, nell’incertezza
tra movimentismo e politicismo, non si stia facendo.
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