Sembra fermo il dibattitto economico a sinistra, dopo aver
oscillato per un lungo periodo attorno al nodo “Euro, non Euro” sede di
brillanti, ma non particolarmente incisive, analisi accademiche e aver
inseguito l’articolato confronto/ scontro tra la Grecia del post-elezioni e l’Europa
(o meglio la Commissione dominata dalla Germania).
Un confronto/scontro al riguardo del quale probabilmente ci
sfuggono elementi relativi al dibattito interno al quadro politico ellenico, in
particolare nell’area di governo, che impediscono un’adeguata valutazione
complessiva.
Nell’insieme, però, a dimostrazione della fragilità delle
analisi precedenti e del sostanziale provincialismo nella sua impostazione
questo dibattito pare essersi arrestato, da un lato, sulla frontiera del
Quantitative Easing e sull’altro dei vantati successi del governo Renzi, sia in
materia di occupazione, sia relativamente alla crescita del PIL.
Sono così venute fuori dichiarazioni del tipo “Paese in
ripresa”; “Cresce l’occupazione”.
Cominciamo, allora, da una valutazione obiettiva dei dati dell’ultima
nota mensile redatta dall’ISTAT (Aprile 2015) come riportato anche da un
articolo di Luigi Pandolfi apparso su “Sbilanciamoci”.
Nell’insieme si verifica la realtà di un paese ancora in
difficoltà, lontano da una prospettiva di crescita a breve termine.
Appare evidente come l’avvenimento più significativo dall’inizio
dell’anno, che ha innovato il rapporto tra l’autorità monetaria e il sistema
economico, è stato l’avvio proprio del Quantitative Easing considerato dalla
BCE l’arma per rianimare il settore del credito e, di conseguenza, quello degli
investimenti e dei consumi.
Un’operazione che, a due mesi dal suo lancio, non sembra
dare risultati di rilievo se è vero che l’eurozona si presenta ancora come un’area
economica in affanno presentando, salvo pochissime eccezioni, magri risultati
dal lato della produzione.
Nel primo trimestre di quest’anno il Pil è cresciuto solo
dello 0,4%, troppo poco per parlare di ripresa.
Ciò, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto inchiodato
al di sopra dell’11%.
Si può quindi affermare l’insufficienza (anzi, l’inutilità)
di politiche monetarie espansive in assenza di politiche fiscali
corrispondenti.
In questa cornice l’Italia ha fatto registrare su base
congiunturale (rispetto al mese di marzo) un maggiore dinamismo dell’attività
industriale (+ 0,6%) ma a trainarla sono solo i beni strumentali (+1,1%) e il
comparto energetico (+3,6%).
Tutta l’industria trasformatrice, vera spina dorsale del
sistema Italia, resta praticamente al palo.
Ed è questo il punto sul quale soffermarci, perché il senso
di un’alternativa vera alle politiche capitalistiche sul piano europeo e su
quello interno è quello proprio della politica industriale.
Come può essere possibile, in questo senso, presentare un’alternativa
di fondo uscendo dalle logiche recessive dell’imposizione monetarista?
Il tessuto produttivo nazionale attraversa, da anni, una
crisi strutturale che condiziona l'economia del Paese e non si riesce a varare un’efficace
programmazione economica, all'interno della quale emerga la capacità di
selezionare poche ed efficaci misure, in grado di incrociare la domanda di beni
e servizi e promuovere una produzione di medio e lungo periodo.
Appaiono, inoltre, in forte difficoltà anche gli strumenti
di rapporto tra uso del territorio e struttura produttiva, ideati nel corso
degli ultimi vent'anni allo scopo di favorire crescita e sviluppo: il caso dei
distretti industriali, appare il più evidente a questo proposito.
Da più parti si sottolinea, giustamente, il deficit di
innovazione e di ricerca.
Ebbene, è proprio su questo punto che appare necessario
rivedere il concetto di intervento pubblico in economia: un concetto che,
forse, richiama tempi andati, di gestioni disastrose e di operazioni “madri di
tutte le tangenti”.
Oggi si tratta di riconsiderare l'idea dell'intervento
pubblico in economia e porre questo tema come quello effettivamente alternativo
e praticabile al riguardo dell’Europa della Commissione e dei banchieri.
Emerge, infatti, la consapevolezza di dover finanziare
l'innovazione produttiva.
Mentre il mercato internazionale si specializzava nei beni
di investimento e intermedi, con alti tassi di crescita, l'Italia si
specializzava nei beni di consumo, con bassi tassi di crescita.
Nel 1990 (queste le responsabilità politiche vere del
pentapartito che si riflettono ancora adesso sulla realtà attuale, assieme al
peso dell’aver sottoscritto trattati europei pesantemente vincolanti in assenza
di una qualsiasi prospettiva plausibile di tipo politico) i paesi europei erano
tutti in condizione di debolezza e tutti, tranne Portogallo, Grecia, e Italia,
hanno modificato le proprie capacità tecnico – scientifiche diffuse, al fine di
agganciare il mercato internazionale.
Non a caso i Paesi europei hanno una dotazione tecnologica,
costruita anche grazie al supporto e all'intervento diretto del settore
pubblico, mentre l'Italia ha dovuto importare l'innovazione da altri rinunciando
anche allo sviluppo di segmenti alti del mercato del lavoro, dall'informatica,
all'elettronica, alla chimica, addirittura all'agroalimentare.
Anzi, cedendo nel frattempo qualche proprio pezzo
privilegiato come nel caso Ansaldo.
Siamo, a questo punto, al nodo dell'intervento pubblico in
economia, che va rivolto prioritariamente, alla capacità di finanziamento e di
regolazione verso i soggetti capaci di generare innovazione: l'Università, in
primis, L'Enea, il CNR.
La privatizzazione delle grandi utilities e anzi il loro
restringersi a logiche di competizione interna a uso politico come nel caso
della costruenda questione tra Telecom (un vero disastro da attribuire in gran
parte al centrosinistra) ed Enel sul tema della fibra larga appare emblematica
di questa situazione.
Un’alternativa a
sinistra passa prima di tutto dall’opposizione a questa Europa e a questo
Governo collegata comunque a un’ipotesi alternativa di rilanciare dell’intervento
pubblico e d gestione diretta dei settori strategici, incluso quello bancario.
Pensare all’intervento pubblico deve significarsi non
rinchiudersi in un ambito neo-protezionistico ma rilanciare in pieno l’alternativa
di un riequilibrio nei meccanismi concreti dello sviluppo, senza nessuna concessione
ai feroci meccanismi di gestione del ciclo capitalistico e alla semplice
opposizione al neo-liberismo: una definizione questa assolutamente erronea e
fuorviante.
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