mercoledì 12 giugno 2013

VOCI DALLA TURCHIA (dai twitter agli articoli) di alcuni corrispondenti/resistenti


Gezi Park at 00:25a tonight. Many I talked to
had said they would not leave.
Cari miei,
oggi è una bella giornata a Istanbul. Una bella giornata di sole, ma anche una bella giornata di nuove speranze. Il vostro lettore sta bene, si è preso un po' d'acqua gasata, un po' di gas al peperoncino e un po' di lacrimogeni nei primi giorni; ma ora sta bene.
Ho riflettuto poco, a dire il vero, se partecipare o meno a questa resistenza. E' venuto tutto spontaneo. Forse un giorno mi fermerò a pensare come mai non mi sono messo da parte, ma non ora. Ora la piazza ha bisogno di me. Ora gli ignoranti giornalisti hanno bisogno di me. Ora io ho bisogno di me. Perché se non avessi partecipato a questa protesta non potrei, ora, guardarmi allo specchio. Ci sono dei momenti in cui la vita chiama; ecco, questo lo è stato.

(dal sito: http://www.iquindici.org/news.php)
Come nel libro di mio nonno Luigi, nel pezzo in cui dice che il comunismo lo ha reso una persona migliore, gli ha fato un senso, altrimenti, forse, sarebbe rimasto un "mascalzone".
In un cero senso, questo ho sentito. Ma per me la chiamata non si chiama comunismo, si chiama libertà. Anche se i due termini non è detto che siano antagonisti... ma la filosofia la lascio a qualcun'altro. Per me è tempo di agire. Agire dopo aver pensato, ma non pensato troppo; ché il lungo pensiero logora la mente e debilita l'azione.
Dopo tante parole spese con i giornalisti italiani che non sapevano un emerito cazzo su quello che stava succedendo - e tutt'ora succede - qui, il minimo che potevo fare per voi è scrivervi queste due righe.

Ho scritto due articolo su quanto è successo - quanto succede - in Turchia in questi giorni. E' importante che queste "notizie" girino il più possibile per impedire che in Italia si pensi che questa è stata una manifestazione contro l'islam, o contro il divieto dell'alcool, contro l'abbattimento degli alberi. E' troppo riduttivo. Io ho scritto due pezzi e se vorrete condividerli con chi vi pare, io ve ne sarò grato.

Il primo è surreale:

http://www.oltremedianews.com/13/post/2013/06/voci-dalla-turchia-una-colpevole-innocenza.html

Il secondo è più giornalistico:

[firstlinepress.org]

Grazie in anticipo per tutto lo spam che farete , vi abbraccio.

Luca



P.S. Preparate una colletta...

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dal sito:
firstlinepress.org/
L'Autore è reperibile su twitter con nick: Muhibbi @ostvest

Ponte interrotto

Ponte interrotto
  • On 11 giugno 2013
di Gianluca Grossi
Così come ci sono un solo Dio e un solo profeta, quando Recep Tayyip Erdoğan avrà terminato il suo percorso rimarrà soltanto un turco, quello musulmano sunnita, integrato nell’enorme gruppo che continua a premiare con il voto il governo del partito filo-islamico AKP.
Rimarrà soltanto un turco, con buona pace della disomogeneità del popolo turco, principale causa dell’instabilità politica del Paese negli ultimi ottant’anni. Chi non si metterà da parte, “con le buone”, sarà assimilato o invitato a vivere la sua diversità negli ottanta metri quadri a buon mercato di qualche quartiere periferico.
No, non parlo di Gezi Park e nemmeno dei curdi, temi per i quali è stato versato anche troppo inchiostro. Le disomogeneità del popolo turco non si riducono a quelle che, furbescamente, riportano in Occidente. C’è la storia degli Aleviti, bersaglio facile di 500 anni di odio, gruppo che ha pagato con il sangue il prezzo della sua indigeribile diversità.
La questione non è il parco, e nemmeno la restrizione sul consumo di alcolici. La questione è, per gli Aleviti, quella del terzo ponte sul Bosforo, del quale Erdoğan ha inaugurato i lavori solo qualche giorno fa. Anzi, la questione non è neanche quella del ponte in sé, perché quello che ha fatto gelare il sangue ai tanti Aleviti che vivono a Istanbul o in angoli più remoti dell’Anatolia è il nome che il governo ha scelto per la sua ennesima grande opera.
Il nome, soprattutto quando i chili di lamiera e cemento che andrà a indicare sono tanti, è un simbolo potente. E un simbolo – ve lo potrebbe dire un qualunque ginnasiale – è qualcosa che tiene insieme un gruppo di persone. Chi voglia ricompattare Erdoğan è chiaro: è stato scelto il nome di Selim I, per i turchi Yavuz Selim (il tosto), per la storiografia occidentale più semplicemente il feroce. Un nome che non può andare giù agli Aleviti: Selim il feroce ha messo la firma sulla barbara fatwa che indicava l’uccisione di un alevita come settanta volte più onorabile dell’uccisione di un cristiano e, per guadagnarsi il soprannome, è passato poi ai fatti, conducendo prolungate operazioni di igiene religiosa casa per casa, villaggio per villaggio.
Un nome polarizzante, che come simbolo ricompatterà il sunnismo più becero, e che ricorderà agli Aleviti che non sono e non saranno mai i benvenuti. Una storia che purtroppo non appartiene solo alle biblioteche ma anche al passato più prossimo di questo straordinario Paese: nel 1993, trentasette intellettuali Aleviti furono arsi vivi a Sivas, nell’Anatolia centrale, dopo che gli assassini, da sedicenti buoni musulmani, si erano ritrovati in moschea per la tradizionale preghiera del Venerdì. Una ferita ancora aperta, sulla quale Erdoğan ha deciso di spargere sale, con l’obiettivo di mandare un messaggio forte e chiaro a chi non vuole censurare la propria diversità.
Io, come i tanti Aleviti che conosco, su quel ponte non passerò. Sembrerà poco, ma i simboli sono potenti, e rifiutarsi di attraversare il ponte della discordia, il primo ponte della storia che invece di unire dividerà, sarà la risposta giusta, non-violenta ma forte, al delirio di feroce onnipotenza di Recep I, il restauratore di un impero del quale almeno la metà del paese non sentiva assolutamente la mancanza.

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Dal sito: http://firstlinepress.org/se-loro-sradicano-alberi-nel-presente-noi-gli-leggiamo-le-pagine-per-un-futuro-migliore/
Di Luca Ticalla reperibile su twitter al nick:

Se loro sradicano alberi nel presente, noi gli leggiamo le pagine per un futuro migliore

Se loro sradicano alberi nel presente, noi gli leggiamo le pagine per un futuro migliore
di Luca Tincalla
Se Recep Tayyip Erdoğan, il primo ministro turco, non avesse usato la forza nei primi giorni di contestazione pacifica contro l’abbattimento degli alberi nel parco di Gezi, ora non saremmo arrivati a questo punto. Se le forze dell’ordine, poi, non avessero utilizzato gas lacrimogeni e asfissianti, adesso non ci sarebbe tutta questa gente per le strade. Se i mass media, infine, non avessero taciuto ignominiosamente i fatti e non ci avessero addormentato ancora con soap opere al posto degli scontri, il popolo turco non avrebbe avuto la forza e il coraggio di fare quello che ha fatto.
Essendo pieno di sé, Erdoğan non si è accorto dei se. Ed è stato un bene. Perché con i se – e con i ma – non si va da nessuna parte.
La “rivoluzione della birra” come, comicamente, ha scritto qualche giornalista italiano… non è la nuova primavera araba. Perché di arabo i turchi hanno ben poco. Quasi niente. Se non quest’alone di mistero intorno a loro che li accomuna davanti all’ignoranza non solo degli italiani, ma degli occidentali in genere. Già, chi sono i turchi? A questa domanda pochi tra gli inviati con cui ho avuto il dispiacere di parlare in questi giorni hanno saputo rispondere; troppo concentrati davanti alla “rivoluzione” in atto per accorgersi che l’obiettivo non dev’essere messo a fuoco solo nel presente (che è già passato) ma posto, almeno, nel grandangolo del passato recente.
Con due coup d’etat negli ultimi cinquant’anni, e un clima sempre più teso negli ultimi tempi, non era poi così difficile prevedere che la bomba della protesta sarebbe potuta esplodere. Forse il benessere economico era stato confuso con il benessere sociale. Forse gli accordi con il PKK erano stati obnubilati con una serena pace. Forse quello che è successo il mese scorso a Reyhanli non era proprio una partita a calcetto tra turchi e siriani. E forse l’intellighenzia contava sul fatto che il popolo turco, generalmente narcotizzato e abituato a ubbidire al sovrano di turno, si sarebbe lamentato sì ma avrebbe tirato avanti un giorno in più; proprio come fa il ciuco con il carro.
E invece no. Si è rotto l’incantesimo del fatalismo. E il popolo turco, come la bella addormentata, si è svegliato. Anche perché: chi vuole realizzare un sogno deve necessariamente svegliarsi. Ma quale sogno? Questa è una bella domanda perché nel momento di festa, ora, per questo che sembra un momento di cambiamento, io ancora non vedo soluzioni per un immediato futuro. Continua il braccio di ferro tra Erdogan e i suoi antagonisti che spuntano dalla terra ogni giorno di più come funghi dopo un acquazzone. Ed è incredibile come questa protesta stia unendo i borghesi ai proletari, destra e (quel che rimane) sinistra, laici e religiosi. Non vi sorprenda sapere che, in questi giorni, ho visto partecipare donne velate alle manifestazioni di Taksim.
Ma se si capisce per cosa protestano, non si capisce che cosa vogliono. E un sogno per diventare realtà non necessita solo d’azione, ma di un pensiero.
Che cosa vuole il popolo turco? Cos’è tutto questo casino, questa caciara, questo rumore? Fino all’altro giorno, zitta zitta, la metà mugugnava a mezza bocca sui risultati dell’ultimo referendum; e ora? Che cosa ha permesso il miracolo di questa protesta? Mentre m’interrogo, il presidente del consiglio si è chiuso in silenzi eloquenti e, in generale, preferisce far parlare i suoi portavoce. Ogni volta che appare nei media, d’altronde, la borsa turca sprofonda verso il baratro del suo capitalismo à la page.
Sono state ignorate dal popolo le istruzioni per l’uso indicate dal Governo: non partecipare alle manifestazioni per rispettare l’ordine pubblico. E fidatevi: è raro che il popolo turco non le rispetti. Se le grandi multinazionali hanno deciso di investire in Turchia, almeno fino a una settimana fa, l’hanno fatto anche grazie alla fedeltà che il turco ha verso il suo superiore. Quasi una devozione. Una cosa stupida vista con gli occhi di un italiano, lo so, ma qua chi è al vertice della società è rispettato; non si pensa che sia lì perché qualcuno ce l’ha messo – anche se a volte è vero.
È bello pensare che tutto questo sia nato per rispettare la vita di un albero. L’albero è un simbolo; ed è bello sapere che ci siamo – ci stiamo – battendo per la natura. Anche se, a dire il vero, “qualcuno” ha creduto (crede ancora?) che ci siamo mossi SOLO per proteggere due alberi. Non è così. Ci siamo mossi ANCHE per proteggerli. E nel farlo abbiamo protetto noi stessi.
A Taksim, da qualche giorno, è stata creata una libreria open-air. Se loro sradicano alberi nel presente, noi gli leggiamo le pagine per un futuro migliore.
Forse, a questo punto, qualcuno si chiederà chi ha scritto questa storia. La risposta è: un nessuno. Troppi, al giorno d’oggi, pensano d’essere qualcuno. Diciamo che sono uno scrittore. Uno di quelli che difficilmente riuscirete a vedere nelle librerie; la colpa (se c’è) non è mia.
Io scrivo, sono un testimone.
Per il perché mi abbandono alle parole di Alessandro Lesa:
“La scrittura è un antidoto.
Ma gli antidoti presumono un veleno.
E il veleno, una possibile morte.
Scrivo, quindi, per essere immortale.”
Come quegli alberi…
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Immagine
La protesta per le strade di Istanbul vista con gli occhi diretti di un nostro connazionale. Voci, sguardi ed impressioni di un testimone diretto della violenza incontrata dai manifestanti. In piazza non solo i giovani, non solo i partiti o i sindacati. In piazza c'è un popolo, cui dare voce, da raccontare.

Qualche giorno fa, a Istanbul, era una bella giornata di sole. L’ideale, per perdere i residui dell’innocenza primaverile. Il meglio, per passeggiare per le tortuose vie del centro. E così non mi sono fatto pregare – come si dice “da noi” – e, imbucata la metro, mi sono diretto a Taksim: il cuore della città. Insomma, proprio cuore no. Un ventricolo semmai. Poiché Istanbul è una città un po’ strana che non ha un vero centro e dove le strade girando su se stesse non portano sempre al punto di partenza.

Uscendo dalla metro mi accorsi che il parco di Gezi, un piccolo spazio verde a lato della grande piazza principale, era stato invaso da tende abusive. Ma cosa ci facevano "‘sti barboni" proprio nel cuore (nel ventricolo) della città? Disturbato da questa sozzura che rovinava la mia innocenza primaverile, mi avvicinai con fare minaccioso a un essere che albergava nei pressi di un albero pericolante. A un albero pericolante, ho scritto. Già, a un albero pericolante. Ma una volta non ce ne erano a decine di alberi, qui? E mica erano pericolanti, stavano su da soli.

La forza d’inerzia innescata dal passo, comunque, portò a sbattere la mia innocenza contro la colpevolezza di quell’essere che, come dicevo, deturpava il paesaggio. E così finii a terra, sbattendo la testa. Forse sarà stata la botta… ma da quella prospettiva il parco, aveva tutto un altro aspetto. Che cos’erano tutte quelle ruspe, quei sacchi e quel cemento? L'uomo, a terra anche lui, mi disse che da lì a poco avrebbero costruito un centro commerciale. Un centro commerciale più moschea, per la precisione. Devo dire che la mia innocenza laica di agnostico ne rimase profondamente turbata. Per non dire di quella del cd. barbone, che aveva la barba sì ma era un attivista; lui, insieme ad altri, stava nella tenda già da qualche giorno protestando contro l’abbattimento degli alberi nel parco. Ma com’era possibile? I media non dicevano nulla. “E che devono dire?”, mi disse l’attivista. La seguente passeggiata nelle vie tortuose di Taksim si rivelò una spina nel fianco per la mia innocenza che si era scordata prima di me e poi della primavera.

A casa cominciai a cercare notizie sui principali siti di informazione. Niente. Nisba. Nix. E allora provai la risorsa ultima: mi abbandonai ai fuochi fatui del social network. Poco o niente. Il giorno dopo tornai al sit-in, la mia innocenza ne voleva sapere di più o, se volete, l’assassino torna sempre sul posto del delitto.  La tenda del mio “amico”, come quella delle altre, non c’era più; al loro posto, un "piccolo comitato d’accoglienza" organizzato dalla polizia municipale. Fuori dal parco gli attivisti innaffiati dalla testa ai piedi per opera della polizia. Decisi a questo punto di interloquire con un poliziotto sulle usanze locali. Non fu una buona idea. Perché a circa venti passi il poliziotto decise di scegliermi come bersaglio. Tornai così a casa bagnato, dalla piazza le prime notizie dei feriti: un deputato colpito a una gamba e un artista alla testa.

La tensione stava salendo, le prime notizie cominciavano a filtrare, nonostante il silenzio dei media ufficiali (che ancora continura). Si diffondeva pian piano la voce di una manifestazione non autorizzata organizzata per la serata in pieno centro, una scusa per tornare a sui luoghi della protesta. E così ieri sera mi sono ritrovato a Taksim. La piazza non era facilmente raggiungibile, la fermata della metro era chiusa. I bus che portavano lì erano fermi. La piazza era stata transennata. Le strade erano bloccate. I poliziotti che il giorno prima c’avevano innaffiato, ora cospargevano l'aria di Gas al peperoncino, tanto per gradire. Portare gli occhialini da nuoto si è rivelata sin da subito una buona idea così potevo nuotare nel marasma di quest’attacco, che la polizia ha naturalmente compiuto in grande stile.

Alla fine dopo tanta paura ce l'ho fatta. Ho portato presto la mia innocenza (e le palle) fuori dal cuore della manifestazione, ma non mi sento un codardo. Sono a posto persino con la mia innocenza, poiché penso di averla persa da qualche parte. In qualche strada. Sotto qualche carica. In un getto d’acqua come in un gas Orange. No, non è l’Olanda e nemmeno il tempo dei tulipani. Non scrivete cazzate come “sono tornati i giovani turchi”. Non siamo solo giovani, non siamo solo turchi. Siamo un popolo in lotta. Punto.

Ora è il tempo di agire e di scrivere. Affinché la mia testimonianza non si perda nella marea delle notizie non date. Affinché il coraggio di quel "barbone" non sia stato vano. Affinché la lotta di questo popolo abbia una voce. Perché ieri, signore e signori, in Turchia si è cominciata a scrivere una nuova pagina di storia, ma sta a voi leggerla o meno, oggi.
È morto un albero, è nata una nazione.
                                                                                                                                                            Luca Tincalla 
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Le ambulanze? Una volta servivano a trasportare malati, oggi poliziotti

"Gasare la popolazione per ridurre il sovrappopolamento d'Istanbul, se mi permettete, mi sembra una soluzione perlomeno eccentrica"
(di Luca Tincalla)

Una volta le ambulanze servivano a trasportare malati, oggi è il male che viene trasportato a bordo di queste vetture. No, non è un esercizio di stile; anche se come chiasmo grottesco non è male. È la verità. Durante la resistenza di Gezi Park, anzi di #GeziPark - senza un hashtag ormai non si va da nessuna parte - si è visto anche questo. Poliziotti travestiti da infermieri che buttavano bombe al peperoncino per deliziare gli appetiti dei manifestanti.

Strana affinità con Italia, mi si conceda. In effetti nel Bel Paese (si dice ancora?), un po' di tempo fa, medici scrupolosissimi hanno solo aiutato Stefano Cucchi a inghiottire un boccone. E per lo chef Giovanardi assistere alla sentenza deve avere avuto quel retrogusto amarognolo. come di chi guarda assopito La prova del cuoco, o Masterchef, o Il pranzo è servito. Perché? Stefano Cucchi è morto d'inedia. Rischio che certamente non si corre in Turchia. Qui, ogni giorno, un vitto abbondante è gentilmente erogato dalle forze dell'ordine; che, insieme a companatico di gas al peperoncino - sì, lo ripeto - offre opportunità di abbeverarsi alla fonte del loro gas lacrimogeno. E tutto gratis, eh. Anzi, tutto sulle spalle dei contribuenti. Che non ci stanno, però. Soprattutto non vogliono che Justin Biber acquisti popolarità alla loro faccia. Perché "Biber" in turco sta per peperoncino. E Justin Biber può suonare come: "Qui siamo appena stati gasati". Non è letterale, ma ci sta. È un mondo difficile. La gente, prima di mettere il naso fuori da casa, ha cominciato a chiedersi: "Ma questa strada è sicura?" e la risposta più temibile è questa: "No, c'è la polizia."

A scanso di equivoci però, voglio aggiungere la mia testimonianza: io ho uno splendido rapporto con la polizia, e continuo a mantenerlo ad almeno venti passi di distanza. Discorso diverso con i media. Verso i quali io nutro profonda diffidenza. Nessuna empatia, seppure bagnata, mi sorge nei confronti di chi ha - dovrebbe - il diritto/dovere di informare i cittadini su quanto sta accadendo in Turchia. Anche perché qui NON sta succedendo nulla. Che per caso avete visto qualcosa? No. E allora mica darete retta a quei nerd che sui social network spammano notizie false e tendenziose, no? Sgamato. Io lo faccio solo per avere un click in più sul blog che non ho; e se in questi giorni non si ha un blog, non si è nessuno.

Qualcuno, invece, c'era alla manifestazione di Gezi Park. Quattro gatti secondo le stime ufficiali. Sembra strano allora che il comitato d'accoglienza dei poliziotti abbia sfiorato le mille unità. Non trovate? Chi è che ha ragione e chi è che ha torto? Direi che la virtù sta nel mezzo. Ma occhio. Trovarsi in mezzo, di questi tempi, non è proprio la scelta migliore. Scegliere. Di questo si tratta. Per questo molti turchi sono "scesi in piazza". Che poi piazza non è corretto poiché nella cultura turca non esiste il concetto; la loro piazza, se c'è, è la moschea. È fuori dalle moschee, infatti, che la gente si riunisce per discutere. Non tutti sia chiaro. C'è anche chi chiacchiera per strada, a un caffè, in un circolo, a casa, al lavoro. Ma il concetto di piazza nel senso di spazio circolare dove confluiscono idee sullo stesso livello, alla pari, non esiste. O forse. non esisteva? Ora che ci penso bene questa resistenza ha avuto il merito di avvicinare persone che altrimenti avrebbero vissuto le loro vite distanti, ignorando che le idee si possono non solo condividere. ma renderle fatti capaci di durare. Questa resistenza è stata ed è un ponte. Un ponte vero. Non uno di quelli da costruire su una città deturpata dal cemento della speculazione edilizia.

Quindici milioni di mammiferi e un numero imprecisato di bestie - umane e non - abitano questa città. Istanbul. Non c'è spazio per tutti, vero. Ma quello che stanno facendo le forze dell'ordine in questi giorni mi sembra una soluzione drastica per ridurre il numero della popolazione. Gasare la popolazione per indurla ad abbandonare la città, se mi permettete, mi sembra una soluzione perlomeno eccentrica. Non è che da qui a poco ci condurranno via, mano nella mano, come fecero - o non fecero - con gli Armeni tanto tempo fa? Ogni volta che suona il campanello, spero che non sia l'ultima campana. E infatti 'sto in campana. Ma non troppo. Perché qualcosa, in fondo, bisogna poi dirla. Bisogna parlare. Altrimenti è finita. Quando anche noi nerd la smetteremo, allora sì che chiuderanno i giochi. Per sempre. Lo so, come chiusura era ottima, ma c'è ancora qualcosa da scrivere. Me la sono "giocata".

Non è un gioco, checché se ne dica. Ma come spiega bene REDHACK, uno degli Anonymous di questa resistenza, è importante tenere alto il morale dell'ironia e del sarcasmo. Può darsi che non sarà con una. ma forse con un milione di risate se ne andranno. Cosparsi dal ridicolo non ce la faranno più nemmeno loro a tenersi la pancia dal ridere e imploderanno nella loro superbia. Uno scherzo? No. Ma leggiamo così dice REDHACK: "Sì, stiamo usando l'umorismo, perché questa resistenza sarà ricordata non solo per gli eventi dolorosi e la violenza del Governo, ma anche per l'umorismo stesso. Il popolo sta dando così creative, belle e alternative risposte; e anche queste verranno ricordate. Perché prima che il popolo capisca che il potere arriva dal consumo, sembra che il regno e la pressione dei media continueranno." E quindi il consumo inteso nel senso più capitalistico del termine che deve essere evitato. Perché a forza di credere ai media tradizionali, siamo noi a essere consumati dalle loro bugie e dai loro silenzi. Comunque noi parliamo, ah se parliamo. E poi non tutto il male viene per nuocere: come grazie alla Thatcher il rock inglese ha raggiunto il suo apice, così con Erdogan la street-art in Turchia fa lo stesso.

Ma dicevamo silenzio. Anche oggi, levate un pugno di emittenti indipendenti, dello scempio di Gezi Park nessuno parla. Cariche di polizia, blindati andati in fumo, barricate e canti di resistenza. nulla. Silenzio. E guardate che il silenzio fa rumore. Io c'ero. Poco, a dir il vero. Perché il trapianto di cuor di leone non è andato ancora a buon fine, ma i by pass della memoria di mio nonno funzionano. Mio nonno era un partigiano. Uno di quelli che ha lottato e si è fatto dieci anni di carcere. Cazzo nonno, come hai fatto? Io oggi alla terza carica me ne sono andato. E c'ho pure paura che quel maledetto campanello un giorno suonerà per me. E non sarà il postino. Dicono che gli attivisti se ne stanno andando dal parco. È vero. Ma non credeteci. Noi siamo ancora tutti qui se voi siete con noi. Siate la nostra voce!  
dal sito: http://mediterraneo.globalist.it/

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